Bordeaux, luogo alchemico ove l’acqua si trasforma in vino ed il vino in acqua

Diversamente dall’Italia, ove la notorietà è piuttosto equamente diffusa tra i suoi molteplici siti, credo che la Francia abbia una sua capitale macrocefala che catalizzi tutta o buona parte dell’attenzione, contrapponendo la percezione di se a quella della restante parte del paese. In parole semplici, quando si pensa alla Francia si pensa a Parigi o si pensa a tutto il resto. Bene, il resto è tanta tanta roba : quanto sono belle le colline bagnate dal maestrale di Provenza, le spiagge che appaiono e scompaiono della Bretagna, le fortezze medievali di Dordogna o i vigneti spugnati di rugiada della Borgogna . E come è bella quella parte di Francia che pare scappare verso l’oceano tra vigneti e canali chiamata Aquitania, al cui termine ci sta Bordeaux. È una città dall’eleganza sobria e vetusta , adagiata sull’ estuario della Garonne poco prima che questa si riversi nell’oceano, che dalla Cite veille di Bordeaux non si vede ma si annusa, si respira anche nei vicoli inondati di prodotti esotici e d’oltemare come caffè e spezie, che ne fanno percepire la sua essenza di porto di mare antico. Il suo centro storico detiene il primato di sito Unesco più grande al mondo in un’area urbana ed un motivo piuttosto semplice si intravede : è bellissimo. Ad ogni modo oltre l’oceano e la salsedine, oltre il fiume e la rugiada, il liquido principale che pare donare un’essenza al tutto è un altro qui a Bordeaux: il vino, tra i più pregiati al mondo e che pare sgorgare da ogni angolo della campagna circostante. Bordeaux mi è parso un luogo pervaso di un’energia alchemica, ove l’acqua si tramuta in vino ed il vino in acqua

Russkij Mir – il Mondo Russo

Io credo che esista una concetto da analizzare per comprendere, o almeno provare a farlo, la beninteso folle e criminale ambizione di Putin e del suo ensemble di “conquista”dell’Ucraina o almeno di una porzione di essa: è quello di “Russkij Mir”, di Mondo Russo. E’ un concetto trasversale a tutti i campi del sapere e del vivere a quelle latitudini, che trova sue implicazioni culturali, storiche, letterarie ed è a mio avviso la pietra angolare della nuova geografia di mondo che il Cremlino persegue. Anzi, l’aggettivo nuovo/a suona quanto mai inappropriato agli occhi dell’aggressore, perchè esso ha in quell’ottica (pur distorta che sia) una radice storica consolidata e ineccepibile. Di Russkij Mir è impastata tutta la società russa, è il cemento che lega l’oligarca milionario moscovita al contadino nomade delle steppe siberiane; del Russkij Mir è una proiezione celebre la letteratura russa: “Guerra e pace” di Tolstoy è pieno Russkij Mir, lo è “Anime morte” di Gogol che più o meno si ambienta quasi profeticamente in luoghi o meglio non-luoghi collocabili sulla mappa in quelli degli eccidi di Bucha e dintorni, anche Dostoevskij è puro Russkij Mir. Il concetto trova una sua ovvia esplicazione anche geografica e politica, quindi in una parola geo-politica. Insomma cosa è, dove inizia o meglio dove finisce il Russkij Mir di Putin? Credo che la logica animatrice di base sia da rintracciare in quella categoria del pensiero politico che il grande filosofo della politica Karl Schmitt disegna un secolo fa: é la logica amico-nemico a fungere da scintilla, da confine e da termine ultimo di ogni azione politica. Per Putin ed il Cremlino ogni cosa dentro il Russkij Mir è amica e come tale assoggettabileo meglio da assoggetare, ogni cosa al di fuore di esso si colloca nella categoria “nemico”. I farneticanti propositi bellicosi di distruzione di Londra e dell’ Occidente intero con l’arma atomica , propagandati ai tg della sera ed nei proclami tonitruanti del capo supremo sin dalla prima notte di guerra, per realistici o no che siano, hanno tutti una unica “causale”, un unico comune denominatore: verrete distrutti se interferirete nel Russkij Mir, se metterete il naso nel nostro Mondo Russo. Resta da capire dunque fin dove arriva nella matita del Cremlino tale Mondo Russo ma sta una variabile ancora da inserire sul grafico: con la disgregazione dell’ Urss in una ventina di stati di piccole e grandi dimensioni, almeno 15 miloni di cittadini russi, di lingua e religione russa, restano “intrappolati” in paesi con diversa bandiera, il più delle volte apertamente ostile al vecchio invasore. Parliamo di ex personale amministrativo di Mosca o cittadini intimamente russi a vario titolo trovatisi da un giorno all’altro in paesi che ora si chiamano Ucraina, Lituania, Kazakistan o Turkmenistan, in un’area di mondo sconfinata ed eterogenea. Il progetto di Putin sin dalla sua presa di potere a metà anni ’90 non è quello di riportare questa moltitudine di russi a casa ma di far arrivare la “casa Russia” presso di loro, di “liberarli” dal giogo delle neonate repubbliche usurpatrici del Russkij Mir. L’ambizioso e folle progetto non è perseguito solo verso Ovest ma in tutte le direttrici di marcia dell’ex Armata Rossa: a sud con la “liberazione” del Caucaso dagli Ottomani, dove Putin dispiega un’intera armata per la riconquista di una regioncina grande quanto la Campania chiamata cecenia, a Est dove le truppe russe intervengono in Kazakistan, un paese grande quanto l’intera Europa, a difesa del Presidente fantoccio ed in Mongolia, che nei servizi del meteo (da sempre uno delle cartine la tornasole più indicative di ogni regime) prende il sedicente nome di “Buriazia” : la toponomastica dei luoghi, il ribattezzarli secondo proprie esigenze di dominio è da sempre un corollario delle dittature. Ma torniamo sulla scena del crimine, torniamo ad Occidente: dove finisce il Russkij Mir di Putin ad Occidente? Ad inizio delle ostilità avevo azzardato una lettura della guerra basata sulla disposizione dei fiumi sul territorio, un incedere del conflitto di fiume in fiume, di sponda in sponda contesa: non credo ci avessi sbagliato. Dopo una prima fase dissennata di attacco all’intero territorio ucraino per fortuna naufragata in una clamorosa sconfitta, l’Armata Rossa si è riposizionata sul Don, scegliendo una via di avanzamento terrestre più limitata che gli è storicamente più congeniale: ha già superato il Don e punta seppur lentamente sul secondo grande fiume che taglia in due l’Ucraina: il Dniepr. Potrebbe fermarsi li e posizionare la bandierina del Russkij Mir sulla riva sinistra di esso, lasciando all’Ucraina residua e l’Occidente nemico tutto cio che è situato ad ovest, ma è ormai chiaro che l’obiettivo ultimo è posizionato più ad ovest fino alla riva di un altro fiume. Anche qui la toponomastica dei luoghi parla chiaro: il fiume è il Dniestr, che in Occidente prende il nome di Nistro, nome datogli dai mercanti genovesi giunti fin qui nel medioevo, i quali identificavano chiaramente esso come una barriera, ad ovest della quale esisteva una terra di commerci e scambi culturali, ad est di esso un mondo ignoto ed ostile: il Russkij Mir di oggi, il Mondo Russo nei sogni del Cremlino arriva sulla sponda sinistra del Nistro, dove sorge una sedicente repubblica autoproclamata non certo a caso chiamata Transnistria, uno costola ribelle della Moldavia “traditrice” ed innamorata dell’Occidente.
Spostiamo anche l’orizzonte sul mare: una delle primissime operazioni militari compiute dalla forza militare russa è stata l’occupazione in grande stile, con navi e forze spropositate, di una piccola isola, poco più che uno scoglio, situata molto ad Ovest e molto oltre la liena di combattimento terrestre, quasi di fronte alla foce del Danubio ed alla Romania: prende il nome affascinante di Isola dei Serpenti ed è legata a quell’episodio celebre di pochi sparuti marinai ucraini che eroicamente via radio rifiutano la resa e mandano letteralmente a quel paese le soverchianti forze di invasione russe. Quell’occupazione così vistosa e fuori scala ha aperto subito gli occhi agli esperti del settore sulle ambizioni russe di conquista del suolo ucraino: per capirci, è come se la Germania a teorica protezione delle entità tedesche dell’ Alto Adige, nel dichiarare guerra all’Italia occupasse Lampedusa. E’ stato sin da subito chiaro con l’occupazione di quella Isola dei Serpenti che la bandierina russa da piazzare guardava molto oltre il Don, molto oltre il Dniepr, oltre anche la Crimea. E dove insomma?
Le ascisse e le ordinate di tutte le variabili geografiche, politiche, storiche e strategiche trovano una loro bisettrice tutte in un unico punto, convergono tutte li: Odessa. E’la meta in cui tutte le variabili confluiscono, persino al cinema: ricordate il fim “la corazzata Potemkin manifesto della retorica russa, ben più noto per la sua parodia nel film di Fantozzi col nome storpiato in corazzata Potiokmin? E’ ambientato ad Odessa. Dove aveva sede da sempre la flotta russa sul Mar Nero? Ad Odessa. Qualsiasi slancio russo verso ovest ed “i mari caldi è partito da Odessa. Odessa è la meta irrinunciabile e simbolica dell’espansione russa, quella conquistata la quale poter gridare vittoria nella piazza rossa a Mosca, ma è anche qualcosa di irrinunciabile per l’altra parte, l’ultimo porto sul Mar Nero, la Fort Alamo degli Ucraini, la loro linea del Piave e combatteranno fino all’ultimo uomo. Odessa è la tappa ultima di questa corsa al massacro. L’esito finale è per fortuna incerto ma sarà quella la battaglia finale tra il Russkij Mir e l’Occidente: la battaglia di Odessa

La crociata- lampo. Cap.I Tel Aviv, “la California promessa” degli Ebrei

Cosa sia e cosa non sia Israele aiuta molto a capirlo in primo luogo la geografia e per far ciò, ovvero per capire Israele da un punto di vista geografico, risulta essere assai d’aiuto a sua volta l’aereo: col suo avvicinarsi alla costa mediorientale, dal finestrino è possibile scorgere una ben distinta striscia di pianura alluvionale sedimentata tra il mare ed alte e brulle montagne alle sue spalle. Si intuisce facilmente che, dalla notte dei tempi a oggi, quella fertile e verde striscia di pianura sedimentata rigata da fiumi che scorrono a valle sia mille e mille volte più ambita di quelle disadorne e sterili montagne predesertiche, riarse dal sole e ferite dal gelo notturno. Con l’avvicinarsi dell’aereo alla destinazione, quella fertile pianura disvela un altro suo elemento, di più recente acquisizione: il cemento. Ve ne è ovunque, gettato li sulla costa come a grappoli che danno luogo a città che viste dall’alto paiono alveari o forse porcospini irti a propria difesa su un prato, con gli aculei che han la forma di tanti, troppi grattacieli di grigio calcestruzzo. Quando il cemento assorbe poi tutto lo sguardo e pare non esservi altro all’orizzonte, l’aereo atterra e siete a Tel Aviv. Disbrigate le formalità burocratiche nell’efficiente aeroporto, quella del cemento totalizzante continuerà ad essere la sensazione predominante e perdurante anche al primo impatto con la città vera e propria, appena fuori dalla stazione ferroviaria,quando tra cantieri, cavalcavia e centri commerciali ospitati in grattacieli dalle forme bizzarre ho avuto la perfezione di essere immerso in una betoniera. Ma lasciandosi alle spalle un gigantesco vialone di accesso al centro cittadino, la città comincia ad assumere un suo tratto molto più gradevole ed una vivacità contagiosa che si propaga dalla moltitudine di dehors in stile francese affacciati sulle tante piazze prospettiche. In effetti ci basta fermarci, un po’ trafelati, in un grazioso bistro all’aperto e trovare in esso un netto spartiacque tra la tirannia del Leviatano di cemento alle spalle e la Dolce Vita di Tel Aviv dinanzi a noi. Ora su bei viali alberati che declinano verso il mare una moltitudine di giovani corricchia festosa e felice. L’atmosfera cosmopolita e fortemente inclusiva è evidente e contagiosa, ci vuole davvero poco a sentirsi a proprio agio qui . Tutti sembrano aver voglia di vivere e di farlo all’occidentale. Tra le graziose casette in stile Bauhaus e le camelie che inondano i viali alberati, decine di persone fanno jogging e passeggiano coi cani e tanti paiono avere voglia di amarsi, di farlo come meglio credono: Tel Aviv è una delle poche se non l’unica destinazione di tutta l’area del Medio-oriente dove l’omosessualità è tollerata senza problemi di sorta, e credo la cosa sia finita per divenire inevitabilmente un motivo distintivo della città . Nel bellissimo museo delle arti ad esempio, tra i Van Gogh ed i capolavori dell’impressionismo, è allestita una sorta di area libera dedicata all’Amore, dove ci si può esibire in performance che abbiano questo tema di fondo e che si rivelano essere per lo più performance al corpo libero dal forte contenuto evocativo dell’atto sessuale : in parole povere vedrete gente arravogliata a terra che si manea e quasi tromba. Sembra di essere in effetti in una città americana degli anni’ 70 e della Rivoluzione sessuale . In tanti paragonano infatti Tel Aviv a Miami ed e certo un accostamento ben speso, pensando alla posizione sul mare, alla coltre di grattacieli che si erige appena alle spalle ed alla dimensione di metropoli calda. Io ritengo che invece il paragone più aderente sia con un’altra città americana,’in ragione della sua caratterizzazione progressista e multiculturale: San Francisco. Si, Tel Aviv ,così diversa dalla antica ed austera Gerusalemme, è una sorta di California che questo popolo dopo tanto patire ha saputo costruirsi guardando avanti e non indietro

La crociata- lampo: prologo

Ci sono posti del mondo che tieni in una sorta di cassetto ideale, come se mai ci potessero entrare. Li tieni li nel cassetto perché sai che prima o poi ci andrai, non puoi non farlo perché costituiscono la base e l’essenza di tante e troppe cose . E nel frattempo vai altrove, sbizarrendoti a visitare angoli del mondo remoti è insoliti. Poi un bel giorno ti rendi conto che sei arrivato nel mezzo del cammino di nostra vita o giù di lì senza mai essere stato in Terra Santa. Ecco, è giunto finalmente il momento di mettere piede in quello spicchio di mondo dove sapevi perfettamente che prima o poi dovevi andare. Che poi, si fa presto a dire Terra Santa: in questo lembo di mondo spesso martoriato da conflitti antichi quanti l’uomo è come se trovassero la propria Genesi tutte o quasi le culture rintracciabili a nord o a sud della nostra estesa parte di mondo, una sorta di big bang delle culture da cui siamo saltati fuori noi occidentali come la cultura islamica, gli Ebrei come i loro antagonisti, gli Ottomano come i Crociati, gli Zeloti come i centurioni romani, Il Muro del Pianto come Sodoma e Gomorra, l’Alfa e l’Omega di ogni cosa . Questo cuneo formidabile di terra racchiuso tra il Mediterraneo e il Mar Rosso è uno scrigno formidabile di tesori di mille culture diverse, a cavallo di paesi e frontiere non certo agevoli ad attraversarsi, ma vabbè, qui non siamo più di primo pelo e ne ho viste di peggiori. Dunque, mettiamoci subito all’opera che le cose da vedere sono miliardi e il tempo ahimè poco . Serve una impostazione da commando militare ed un fervore guerriero da crociato per scapicollarsi sotto e sopra tra le tante destinazioni imperdibili. Potrei atterrare nella moderna e cosmopolita Tel Aviv, gustare il suo eclettico spirito contemporaneo per poi spostarmi nella vicina ed eterna Gerusalemme, città santa per fin troppi popoli. Da lì la vicina Betlemme sede della natività, che amministrativamente ricade oggi in quel territorio piuttosto anomalo chiamato Cisgiordania, per capirci Stato di Palestina o almeno ciò che ambisce ad essere. Da lì raggiungendo prima la “città più antica del mondo” , Gerico e attraversando poi un ponte sul Giordano dovrei essere dalle parti del Monte Nebo da cui Mosè intravide per la prima volta la Terra Promessa. Lo stato in questione ora è la Giordania, paese che desidero vedere da sempre, con il vicino Mar Morto dove galleggiare un po’ stando attenti a non diventare una statua di sale come capitó agli sciagurati abitanti di Sodoma e Gomorra, città della leggenda biblica che dovrebbero essersi trovate proprio da queste parti. Poi giù per la bellissima Strada dei Re tra deserti e castelli dei crociati fino ad una delle Sette Meraviglie del Mondo, Petra. E poi ancora giù, col deserto del Wadi Rum dalle incredibili formazioni rocciose color rame come fosse Marte. A quel punto dovrebbe apparire come a Mose il Mar Rosso e la via del ritorno. Beh, per essere l’improvvisata di un giovedì sera di pioggia, un bel programma direi…

Tropico del Capricorno: i babbuini ladri

Giorno 13
Stamattina era il mio turno a preparare le colazioni per il resto della spedizione ma qualcosa è andato storto: quando ormai la tavola era imbandita, mi sono distratto un attimo per andare al cesso e subito sono arrivati loro, quei gran bastardi di babbuini: hanno portato via tutto, ma quando dico tutto intendo dire tutto, dallo yogurt ai corn flakes, dal bacon alla marmellata fino alle buste di latte e alla bomboletta spray anti- zanzare! Sono creature estremamente intelligenti e ciniche, con tecniche di depredazione che farebbero invidia a lestofanti professionali: loro non perdono certo tempo ad annusare il cibo, ad ispezionare le buste in cerca di qualcosa di potenzialmente commestibile, assolutamente no. Loro arraffano subito tutta la refurtiva, da analizzare e discernere poi in luogo sicuro. Li osservo ormai impotente mentre con aria più che di scherno, dalla sommità di un colle, bivaccano con le nostre libagioni, si buttano addosso tra loro i corn flakes, aprono le buste del latte e se le versano addosso mentre io rimugino su cosa dire mai agli altri che si vanno svegliando per spiegare questo davvero strange accindent. Guardandoli così schiamazzare e bivaccare, mi torna in mente chissà perché la scena patetico-comica consumata allo stadio San Paolo durante un Napoli -Juve, quando, dinanzi ad una tribuna inferocita che mi chiedeva di sedermi per non occultare la visuale, me ne uscì con la davvero infelice frase “scusate signori ma sono impossibilitato”: ne seguirono 90 lunghissimo minuti di scherni e articolati insulti da parte di un intero settore dello stadio che manco Quagliarella quando torno’ a Napoli con la maglia della Juve. E meno male che non si arrivò ai supplementari e rigori!
Cmq, tornando ai babbuini, riesco e recuperare la bomboletta anti -zanzare che a loro non serve ma a me si, dal momento che da ste parti ci sta pure la malaria, e ciò con una specie di “cavallo di ritorno” che compendia la proofferta di altro cibo in cambio del prezioso repellente: resta tuttavia ancora da spiegare ai miei compagni di avventura, ormai desti, i dettagli di questa imprevista Waterloo…..ma che figura di merda, dio cane !!!! Manco a poter dire, che ne so, “vabbuo’ragazzi, e’ andata come e’ andata ma adesso andiamo al bar a fare colazione e faccio io”: macché, che stiamo nel bel mezzo del Delta dell’Okawango e la città più vicina sta a 300km. Più o meno come uscirsene a Napoli di andare a prendere un caffè a Matera, con in mezzo il deserto del Kalahari….
Ovviamente “the baboons accident”, l’incidente dei famelici (e stronzi) babbuini non mancherà’ di alimentare una letteratura di dileggi e prese per il culo da parte dei miei compagni di spedizione, che a questo punto vi vado a presentare. Allora, diciamo che di solito preferisco fare tutto da solo senza ricorrere a nulla di organizzato e qui in africa per i primi 10 lunghi giorni ho fatto così . Poi però ho capito che i posti più belli e impervi erano pressoché irraggiungibili by my self che manco so portare una macchina, così, dopo attenta selezione, ho optato per questa agenzia specializzata in extreme safari che mi avrebbe condotto, lungo tutto un cammino impervio, fino alle Cascate Vittoria: loro si chiamano i Wild Dog ed hanno tutta una loro filosofia di viaggio estrema e wild che ho sposato a piè pari prima di partire, filosofia già riassunta nello slogan ” Run like a dog! ” Nove giorni in tenda in posti ai confini del mondo, non proprio come dire il tour delle casalinghe di Voghera agli scavi di Pompei! Per un viaggio del genere, tra mille asperità, e’ fondamentale una buona coesione tra i componenti e devo dire che, pur tra sconosciuti, andiamo molto d’accordo. Siamo in 6, più due guide indigene; ci sta una coppia di signori svedesi ormai attempati sulla sessantina: lui bonaccione ingegnere della Volvo a Göteborg, con una fortissima somiglianza col noto gestore di una tabaccheria caprese e un sorriso perenne sulle labbra che gli scivola via solo quando deve cacciare 50 cent dal portafoglio; lei, medico, che ho ribattezzato Axel Mounthe perché, col mecenate proprietario di villa san Michele, condivide, oltre che la nazionalità e la professione medica, anche lo stato attuale di salubrità e decomposizione delle carni, simile ad una mummia ormai: ci mette un minuto a chiedere che ora è, non oso immaginare quanto a sviluppare una articolata diagnosi ad una paziente! Ci sta poi una milfona inglese che sfoggia eccentrici vestiti più adatti ad un concerto di Lady gaga che ad un safari estremo,a che cmq non fa mai una piega di fronte alle difficoltà peggiori; e poi ci sta sta altra coppia di inglesi anzi scozzesi mie coetanei che però vivono ad Abu Dabhi dove insegnano: lui tranquillone di poche parole e molte birre, lei vivace intelligente con una bella tempra e se per questo pure una bella pacca, ma molto maestrina Rottermeir. Sa tutto lei e gli alunni devono stare zitti, insomma una scassacazzi. Per esempio, l’altro giorno abbiamo acchiappato l’ennesimo posto di blocco in Botswana per sta fantomatica campagna contro la carne appestata dagli stranieri: era richiesto di disinfettare le proprie scarpe in una sorta di zerbino imbevuto di qualche sostanza strana che avrebbe ucciso tutti gli agenti patogeni dell’afta epizotica molto teoricamente. Si tratta di quelle classiche misure psicotiche e paranoiche tipiche dei regimi autoritari, prive di senso: può mai una stuoia incatramata fermare un ‘eventuale epidemia? Così quando è toccato a me , ho dichiarato che avevo con me solo le scarpe che portavo al piede, con nessuna voglia di aprire il rimorchio, recuperare le altre scarpe e passarle in quel cesso di zerbino ferma- epidemie. Ma lei niente: assiste alle scena , si impunta e si ingrippa che “o tutti o nessuno ” , dobbiamo necessariamente tutti intingere ogni paio di scarpe che abbiamo in quel battistero ablutorio dalla peste, che la legge anche se dura va sempre rispettata etc……finale della storia: io e un altro, giusto suo marito che aveva condiviso con me il bluff di un solo paio di scarpe, siamo costretti a smontare il bagaglio e rintracciare tutte le scarpe per passarle nel fantomatico zerbino purificatore, mentre un poliziotto ci guarda torvo e il suo stesso marito mi ripete sottovoce: ” non sposarti, non farlo mai, te lo dico come un fratello, non sposarti!”
E domani magari vi presento puri i due tizi che fungono da guide……non ve lo dico proprio.
Ad ogni modo il safari marcia, comincio a sentire possibile il compimento dell’impresa, vedo stagliarsi sullo sfondo la sagoma di David Livingstone e sulll’orizzonte l’Isola Mpalilla e le Cascate Viittoria. Oggi siamo rientrati in Namibia in questa strana appendice di territorio chiamata ” il dito di Caprivi” e lunga 600 km, protesa verso il bacino minerario dello Zambesi ed eredita di conquisete coloniali. Montiamo le tende presso il Kwando river, presso la autoctona comunità dei Mboskuntu. Ho ormai doppiato il Capo di Buona Speranza e le Winelands, superato la Costa degli Scheletri e il deserto del Namib, bypassato le depressioni saline dell’Etosha Pan e le alture del Waterberg Plateau, attraversato il Kalahari e il delta dell’Okawango, resta il bacino del Chobe e l’altopiano del Mudingu. Lo stato di salute e’ buono anzi eccellente io sento proprio bene , molto wild. Perciò come è’ scritto sulla nostra jeep:
Run like a dog!

Tropico del Capricorno: un’incredibile cosa chiamata Delta dell’Okawango

Giorno 12
Qui in Africa australe non potrebbe mai funzionare il trucco che usavo da ventenne per provare a sedurre sgallettate americane in vacanza a Capri , trucco che consisteva nel mostrare alle malcapitate la l’ora celeste del cielo notturno, della quale per la verità avevo una conoscenza sommaria, ma improvvisavo alla grande sospinto dal monsone del testosterone. Non funzionerebbe quaggiù perché il cielo e le sue costellazioni in questo emisfero sono diverse, eppur bellissime: le osservo in questa notte australe che comincia molto presto, quando solitamente a Capri manco e’ iniziata l’ora dell’aperitivo, dalle 18:30 circa per capirci. E’ tutto il ritmo di vita qui in queste remote regione della terra che ha un ritmo completamente diverso dalle estati del l’occidente, con andate a dormire ad orari nei quali manco si è ancora fatto la doccia per uscire la sera in Italia e sveglia a orari antelucani. Ma è bellissimo così, questa terra e’ contemplazione, meditazione e tanto altro.
L’Africa, terra inesplorata e selvaggia, mi sta rapendo il cuore come immaginavo, ma ci capisco ancora poco: e’ come una bellissima donna che ti capita tra le mani, troppo bella, e tu sai che perciò può sempre scapparti via, e ti delizia e ti smarrisce ad ogni istante. Di giorno la contempli, la notte ti terrorizza: quando cala la notte africana le cose cambiano radicalmente e ciò che sentivi tuo di un tratto ti annichilisce e spaventa. Qui nel delta dell’Okawango la volta celeste si riflette nella laguna in un incanto senza tempo, un tappeto di stelle senza uguali ma tutto intorno è’ dura: la rude guida di questa spedizione si congeda da noi con un bell’augurio, lo stare attenti ai serpenti potenzialmente mortali che lui ha avvistato in duplice copia giusto vicino le nostre tende. Si tratterebbe di un esemplare della specie cd “Puff adder”, un nome da rapper o da dj Figo di qualche discoteca di Ibiza che invece racchiude pochi cm di cazzimma e di veleno capaci di mandarti al creatore con un morso. Per capirci, qui siamo davvero nella Hall of Fame dei serpenti velenosi, questo Puff adder sta nella top ten ma ha davanti altri fenomeni quali Black Mamba, Spitting Cobra (quello che ti sputa negli occhi il veleno per accertarti e poi ti ciacca), vipera di Russell e un’altra formazione di campioni, tutti qui per una all star parade. A questo punto percorrete al buio una cinquantina di metri di rovi, ficcatevi in una tenda e con la luce fioca di un cellulare cercate tra vestiti, sacco a pelo, scarpe un anfratto dove non si sia intrufolato il rettile : e’ dura davvero. Vabbe’, e’ quel gusto per il brivido che certi lesionati mentali come me amando provare quando sono in vacanza. E cmq, gli avvistamenti di animali notturni vicino alla tenda saranno di giorno in giorno una caratteristica imprenscindibile di questo safari.
Ad ogni modo la notte passa senza che nessun oviparo mi intinga di veleno il culo e la mattina mi sveglio con davanti un target imprenscindibile: il delta dell’Okawango! Mi sento gasato come un ufficiale nazista che entra a stalingrado e mi dimentico la macchina fotografica. Una piccolo battello a motore si inoltra in una selva di papiri entro cui sono disegnati dei canali, poi la vegetazione si fa troppo fitta e inestricabile, dobbiamo scendere dal battello e salire su un Mokoro, una canoa ricavata da un albero endemico chiamato sausage tree, una sorta di baobab che fa frutti simili a salsiccia dal sapore acido e che solo i babbuini riescono a trangugiare. All’inizio della selva oscura ci attende, come un Cerbero infernale, un gigantesco coccodrillo che ci scruta severo prima di farsi da parte; due facoceri altrettanto simili a fere dantesche combattono per il territorio dimenandosi, poi lo sconfitto scappa come quando si diparte il gioco della zara e il vincitore mi guarda con occhi di sfida, poi si allontana anch’egli. I Mokoro non sono alimentati a motore, sono sospinti da indigeni ma non con remi bensì con dei palilli biforcuti come i legni di un igromante, che gli autoctoni Kavango piantano nel fondo sabbioso per spingersi. Dentro, e’ un dedalo di canali strettissimi senza soluzione di continuità, ove solo loro sanno orientarsi, fino ad arrivare ad un’isola fluviale, detta Amarula e centro della loro società tribale. Come i boscimani incontrati qualche giorno prima, anche loro dipanano un bagaglio di conoscenze infinito: sanno distinguere il sesso di un animale dalle impronte e persino capire da ciò se la femmina sia gravida; ricavano armi e medicine naturali da alberi e radici. Ma rispetto ai boscimani mi sono sembrati una cultura ormai epigonale, che percepisce la sua sconfitta dinanzi ad altri modelli, sono stati ricacciati in questa giungla infernale dal l’avanzata dell’Uomo Bianco, in uno scenario da vecchio western. Il tipo che ci accoglie e ci dispensa informazioni si chiama di nome di battesimo, dico davvero, Information; quello che guida il mio mokoro si chiama Gift ed e’ preposto a raccogliere le mance: sembrano tutti, più che nomi, marchi a fuoco impressi da un regime schiavista.
Mi ha sempre affascinato il concetto di frontiera, intesa come limite geografico tra un popolo e un altro: la montagna , il fiume, il mare segnavano un tempo la frontiera tra due popoli, tra il Noi e il Loro. L’Uomo occidentale ha ormai disperso questo concetto trasferendolo in un luogo senza tempo e senza storia come gli aereoporti, lontano dalle frontiere autentiche. Un non-luogo, per dirla con Marc Auge’. Per scappare da questo, da mi hanno sempre affascinato i Balcani con quelle frontiere polverose e insanguinate, nodi attorcigliati di una storia difficile a comprendersi. Qui nell’Africa più remota ho visto invece un’altra frontiera, quella tra due mondi, due mondi che ormai non si uniranno mai, perché uno mangerà l’altro. Una frontiera che ho avuto la fortuna di vedere prima che scomparirà per sempre

Tropico del Capricorno: This is Namib, baby

Giorno 5
La Namibia.
Con questo nome in qualche modo assonnate con utopia, la Namibia e’ la prova inconfutabile dell’esistenza della vita nello spazio: questo è un pezzo di qualche galassia aliena piovuto sulla terra (e un enome cratere di un meteorite in effeti ci sta) con paesaggi che rimandano alla fantascienza, a quell’immaginifico visionario ed ectopico visto tante volte al cinema. Le stranezze e singolarità di questo pezzo desolato di mondo sono pressoché infinite, a me è bastato scoprirne un paio per sentirmi catapultato in un film di Cristopher Nolan o Gregoretti.
Sono arrivato qui a bordo di un volo di questa Maluti Sky, compagnia della quale dubito che la Emirates o la Swiss ari possano temere la concorrenza ma che un pregio lo tiene: vola bassa quasi radente come un caccia della seconda guerra mondiale, almeno quel trabiccolo che ho preso io. Ne approfitto per gustarmi tutta la vista atlantica andando da Città del Capo verso nord: lentamente il verde di quelle terre lasciano il campo ad un marrone, poi cominciano a distinguersi chiazze di sabbia, in pochi minuti ci troviamo a sorvolare un enorme distesa di sabbia rossa senza soluzione di continuità, ad eccezione di alcune rocce basaltiche nere come il catrame che aumentano la percezione aliena. E’il deserto del Namib, il secondo piu’arido al mondo dopo le Dry Lands del’ Antartide (si proprio così). Anche all’origine di questo deserto c’entra l’Antartide: da li risale la gelida corrente del Benguela, che lambendo queste coste rende impossibile ogni brezza marina; in pratica si innesta un fenomeno termico del tutto opposto a quello che normalmente si sviluppa vicino al mare, qui il mare “succhia” a se tutta la umidità della terra prosciugandola e sfarinandola in questa terra rossa. La costa, avvolta in un nebbia perenne, prende il nome sinistro di Costa degli Scheletri, anche per via delle tante carcasse di nave naufragate in questo luogo dimenticato da dio e dagli uomini. Appena all’interno, anzi praticamente fino a mare, si estende immenso il Namib, un deserto dove non piove mai ne è rinvenibile quasi alcuna forma di vita. Nondimeno allora quando l’esercito tedesco scappo’ da queste terre ostili (se hanno mollato persino i tedeschi….), da un’accampamento militare fuggirono o furono lasciati liberi a morire li qualche centinaio di cavalli…..contro ogni logica le povere bestie sono riuscite a sopravvivere e riprodursi, dando luogo anche ad una sorta di mutazione e divenendo assai più piccoli, e cento anni dopo i Feral Horses del Namib sono tra le poche specie viventi ad abitare qui. A me basta un’ora e mezzo di sorvolo a bassa quota sopra sto mondo deserto per essere sul punto di entrare nella cabina del pilota a chiedergli se per caso non ha sbagliato rotta o voglia cmq tornare indietro (siamo in tre più l’equipaggio a bordo…) e quando lui annuncia che stiamo atterrando non riesco davvero a capire come sia possibile e dove mai poggiarsi. In effetti questo “aeroporto” detto Walvis Bay e’poco altro che una striscia di sabbia battuta vicino una delle dune più alte del mondo, detta Duna 7 (nei pressi della quale è scattata la foto), stanno poi un paio di capannoni ove la grande attrattiva e’ uno strano macchinario a raggi infrarossi che farebbe uno screening per vedere se hai contratto l’Ebola. Risulto verde al controllo ed eccomi fuori nel bel mezzo del nulla. Nel parcheggio ci sono 5 automobili di numero, una delle quali condotta da un donnone di nome Deli mi scaraventa nel deserto per una trentina di km, fino alla capitale della Costa degli Scheletri, tale cittadina detta Swakompund, dal fiume effimero Swakom che ha dato segni di esistenza l’ultima volta nel 2010. Le sorprese sono appena iniziate: la città e solo essa è avvolta da una fitta nebbia grigia, entro la quale si muovono individui di pura razza ariana germanica. Tutto è’ tedesco qui, le case in architettura bavarese manco fosse Salisburgo e le strade intitolate a Bismarck e Leopoldo di Baviera, gli abitanti biondissimi in gilet verde orlato di merletti che parlano il tedesco dei tempi di Goethe e sembrano vagamente informati di alcune “degenerazioni” della società moderna quali l’abolizione della schiavitù e il suffragio universale. Sono sicuro che si sarà nascosto qui a Swakompund anche più di un criminale nazista, magari con propositi di filiazione della razza ariana. Appena fuori dalla città ariana e dalla sua perenne nebbia, un deserto assolato per migliaia di km di dune rosse. La notte cala veloce a Swakompund e una ottima cena a base di pesce in un ex rimorchiatore gestito da un ex pugile africano detto Hitman non basta a togliermi di dosso la sensazione che i tedeschi rincasati presto, dietro le loro tendine orlate di merletti, abbiano pezzi di africani dentro i frigoriferi.
No, non ho mai visto niente di più strano della nebbia a Swakompund

Tropico del Capricorno: il Capo di Buona Speranza e dintorni

Giorno 4
Quello visibile in foto e’ il Capo di Buona Speranza, luogo mitologico sospeso tra geografia e letteratura, per doppiare il quale centinaia se non migliaia di navigatori persero la vita in epoche di conquiste ed esplorazioni che si confondono con la leggenda e nelle quali sogno spesso di aver potuto vivere. E’ l’estrema propaggine terrestre del continente africano, oltre la quale vi è solo acqua fino all’ Antartide; qui confluiscono due giganti blu come l’Oceano Atlantico e quello Indiano, dando vita ad un amplesso violento che genera gorghi d’acqua infernali che succhiano giù le navi come moscerini in un lavandino stappato. La Buona Speranza che esso lascia intravedere e’ tra l’altro del tutto illusoria, giacché poco dopo ad est si apre una enorme baia, solo all’apparenza placida ma in realtà esposte a micidiali correnti da sud- est e perciò ribattezzata False Bay, la falsa baia.
Ma andiamo per gradi, perché a queste latitudini ci si arriva poco per volta, e’ una conquista progressiva.
Pensavo innanzitutto al detto “prezzo che paghi, tamarro che trovi”, quantomai veritiero: si, perché dopo la prima notte in una guedthouse che non mi piaceva un granché (quella che pareva Officina 99 con rigurgiti di arte assai discutibili alle pareti), ho cambiato e mi sono sparato l’albergone con la vista figa e mille facilities. Tuttavia la mia stessa pensata l’ha fatta una quotata squadra locale di rugby, gioco che a queste latitudini eguaglia il calcio in Italia per popolarità e diffusione. Vi è anche un altra caratteristica che i top player locali di questa disciplina mutuano dai nostri giocatori: il livello esponenziale di cafonamma e sbruffonaggine. Hai voglia di dire che il rugby e’ uno sport basato su principi nobili e da gentlemen: almeno questi che stanno qua sono la filiazione più prossima delle scimmie bonobo e hanno fatto una caciara della madonna tutto il giorno e tutta la notte, suppongo per festeggiare una vittoria (altrimenti, se avessero dovuto ancora giocare, davvero non so che figura di merda avrebbero apparato mai con tutti gli ettolitri di birra e whisky che si sono scesi dalle nove dal mattino in poi). Manco a dire di andargli a dire qualcosa per protesta, che qua il più fesso di loro era alto 1,95 e volendo mi avrebbe sfarinato la faccia con una mano sola! Quanto poi al protestare presso la reception mi sembrava un po’ troppo da pensionata tedesca in vacanza eppoi non avrebbe sortito un gran effetto, giacché le signorine impiegate al ricevimento sbavavano quando vedevano apparire all’orizzonte sti marcantoni in tuta, figuriamoci se si cacavano anche solo lontanamente sto fesso qua che protestava per il casino…. Vabbe, cmq dopo una notte quasi insonne, dove, perso per perso, l’ho buttata pure io a caciara ( cosa che non mi è mai suonata indigesta in verità), la mattina mi decido per questa escursione al Cape of Good Hope, che dista dalla città una settantina di km . La distanza e’ coperta da una strada panoramica con curve mozzafiato a picco su scogliere e paesini appannaggio solo di coloni bianchi ricchissimi che qui hanno costruito un loro eldorado di residence da sogno e filo spinato, vicino al quale troneggia sempre un cartello che recita ” beware: armed response”, risposta armata casomai qualche disgraziato provi a varcare i confini del loro abuso. L’ultima parte prima del Capo e’ una riserva naturale abitata da molti animali selvatici tra cui scorgiamo aquile, struzzi, antilopi e babbuini, i vari predatori alfa della zona che scippano pure, scena bellissima a vedersi, un pacco di schifosi biscotti al formaggio ad una milfona americana intenta a farsi una foto.
Al Capo trovo una coppia di kenioti e una coreana disposti a dividere la corsa fino alle Winelands, una regione vinicola che pare la Provenza francese. Ci arriviamo passando vicino quella bella spiaggia di surfisti dove un campione australiano fu aggredito da squalo la settimana scorsa e costeggiando poi baraccopoli di disgraziati e cosiddette ” township”. Queste ultime sono la più abbietta delle eredità del governo sudafricano ai tempi del’ apartheid e la cosa più prossima alle barracke di Auschwitz che esista al mondo, enormi cubi di cemento ove venivano segregati i cittadini di etnia africana ai tempi dell’ apartheid. Arriviamo a Stellenbosch, nella regione del vino, che è l’esatto opposto delle township, o meglio il suo presupposto : una roccaforte inespugnabile del potere bianco, aria spiccatamente nord-europea e cartelli delle strade in olandese. L’università di Stellenbosh, rinomata in tutto il paese e cui io casualmente dedicai un enigma in una caccia al tesoro, e’ stata e probabilmente è ancora una sorta di madrassa dell’apartheid: fino a pochissimo tempo fa non accettava studenti di colore. Oggi in teoria non è più così ma la sostanza non deve essere un granché mutata, giacché, atteso pure che un ragazzo nero riesca a pagare l’esosa retta per iscriversi, i corsi di lingua sono poi in olandese, lingua non proprio diffusa tra i cittadini di etnia zulù o xhosa. Mi incuriosisce la antinomia di certi popoli nord- europei che in patria propongono modelli di società progressisti, con ampi riconoscimenti di diritti civili e libertà (pensate ad Amsterdam) e poi ad altre latitudini danno luogo a ste porcate. Gli olandesi già me li ricordo in Ecuador quando con le loro multinazionali setacciavano la amazzonia alla ricerca dell’oro e del petrolio, riducendo zone intere simili alla superficie lunari.
Vabbe, cmq a Stellenbosch pranzo stellare presso rinomato albergo gestito da sta elegantissima manager del lusso olandese (!), personaggio cui vengono dedicate copertine e soprannominata Silver fox, la volpe d’argento per via dei capelli canuti e bianchi. La Silver fox , assai amante dell’Italia, mi accompagna pure ad una buonissima degustazione di vini e formaggi nella sua tenuta privata, ed io per sdebitarmi l’ho invitata presso il mio albergo a Capri. Perciò, se vi è qualcuno della mia famiglia che si è letto sto papiello, prego voler appuntare una suite per settembre a nome Silver Fox, grazie

Tropico del Capricorno: Cape Town, un posto dove vivere

Giorno 3
Se siete tra coloro (tanti in verita’ )che stanno pensando di mollare tutto e aprirsi un chioscetto su di un lido tropicale, mi permetto di darvi un consiglio: lasciate perdere il chiringuito sulla spiaggia, e’ un’idea ormai troppo inflazionata e rischiate di trovarvi quale unico cliente il tipo del chioscetto di fianco al vostro, che a vedere bene era quello che poi in Italia vi notificava a domicilio che cartelle esattoriali di Equitalia. Insomma troppo gettonata come escape strategy. Io invece vi consiglio di scappare qui, a Cape Town: e’ la metropoli più rilassante del mondo, un’alta qualità di vita e l’impressione di un continuo divenire, di un posto che in questa precisa fase storica stia evolvendo rapidamente in bene verso una nuova prosperità; mi lascia l’impressione di una terra che apra opportunità, come l’America di un secolo fa magari. La qualità del vivere, con la possibilità di correre, andare a nuotare o fare surf appena usciti dal lavoro, mi lascia poi pensare ad una città australiana. Oddio, resta ancora una città a compartimenti un po’ stagni: da una parte i bianchi, dall’altra i neri, da un’altra ancora gli indiani e gli islamici, ma sicuramente meno di un tempo. Ad ogni modo, a visitarla almeno la cosa aggiunge un motivo di ulteriore curiosità: i bianchi stanno nella loro bellissima e ben protetta enclave del Waterfront, intorno al porto, ove pare di stare ad Amsterdam o in una cittadina della Scozia o della Cornovaglia, insomma mai in Africa si direbbe a prima vista. Ma resta da dire che l’Africa e’ irrimediabilmente anche questo ormai, colonialismo e suoi derivati storici. Qui sono tutti bianchi, biondissimi e ricchissimi, e per vedere un nero bisogna girare la porta della cucina di un ristorante e guardare dove sciaquano i piatti. Insomma tutto un po’ asettico e provinciale, anche se esteticamente bellissimo per posizione. Se ci si posta poi nel quartiere nero per così dire, insomma quello del centro storico, si è travolti dall’energia e vitalità, ovunque musica da balconi e dehors in legno che pare la New Orleans di cento anni fa, davvero. Ma senza voler a tutti i costi trovare un termine di paragone, diciamo che Città del Capo somiglia innanzitutto a se stessa nella sua unicità e bellezza.
L’ho beccato anche io un tizio che ha cambiato vita venendo qui ma lui per la verità non mi ha stregato un granché, appartenendo ad una categoria che in viaggio vado scansando come fosse la peste: gli italiani. E questo rappresentava pure la tipologia più pericolosa di essi, quelli che fanno: ” no perché in Italia stiamo indietro, li non puoi farle ste cose, non te la fanno fare una roba del genere…!” Poi vai a vedere e stanno parlando di qualche cesso di discoteca a tutto volume su una spiaggia fino a poco prima incontaminata……lui invece, che vive qui da 5 anni, si è impuntato che doveva consigliarmi lui dove andare a mangiare e mi sono voluto fidare : stronzo io, mi ha mandato in un cesso di centro commerciale in vetro-cemento con tutte i negozi delle grandi firme italiane e francesi e sto posto intufato di gente che proponeva sta cucina fusion….. Credo che questo genere culinario, il fusion, assai in voga in ambienti fighetti poggi in realtà su traumi infantili verso la famiglia di origine degli chef stellati e rinomati che lo propinano: cioè loro devono aver una sorta di odio verso la mamma o la nonna che manifestano rinnegandone ad ogni momento la loro cucina tradizionale e andando a schiaffare le tagliatelle bolognesi nel sugo di asparago uzbeko, il sushi dentro la salsa tartara dando vita a sto fusion e alla rinnegazione nevrotica della vecchia cucina della nonna. Il risultato non era comunque malvagio, devo dire. Bruttina assai la coppia che siedeva a mio fianco, con lui omaccione d’affari asiatico ormai sulla settantina e lei geisha porno bimba davvero bellissima, tutta ingioiellata ma visibilmente annoiata: ad un tratto, mentre lui riceve l’ennesima telefonata, chissà se dal lavoro o dalla moglie, la porno bimba si alza urlando in lacrime e scappa via, spero per lei magari con qualche bel giovanottone africano suo coetaneo. Assai meglio il pranzo cmq al mercato del pesce del porto vecchio.
Ad ogni modo una delle attrattive della città sono sicuramente le bellissime escursioni verso i dintorni; non guidando ne disponendo di un battello sto pensando domani di farne una ma non so decidermi, iaaa aiutatemi a scegliere:
dunque ci sta l’escursione in battello all’isola colonia penale ove era rinchiuso Mandela, Robben Island, con visita ai luoghi simbolo dell’apartheid;
poi sta il tour del Capo di Buona Speranza e la bellissima False Bay, che però potrei pure farmi da solo con un po’ di fortuna ;
poi vi sarebbe il tour nelle Winelands dove fanno il vino e pare di stare in Provenza , con le degustazioni dei pregiati prodotti locali;
poi ci sarebbe sta cosa un po’ tamarra di sorvolare in elicottero il Capo di Buona Speranza e partecipare ad una simulazione di battaglia militare con quei fucili credo ad aria compressa;
E poi ci sarebbe sta cosa un po’inquietante per la quale ti portano in motoscafo al largo e ti fanno inmeergere con una muta addosso dentro una gabbia di acciaio nelle gelide acque della False Bay, posto ove si registra al mondo la più alta concentrazione di…..squali bianchi. Si tratterebbe insomma di un bagno in mezzo agli squali, con l’ altro la formula ” soddisfatti o rimborsati”, nel senso che paghi solo se effettivamente lo squalo viene a chiavare le capate contro la gabbia a pelo d’acqua. Per intenderci lo squalo bianco non è che sia proprio uno di quei cacciutielli che si vedono a volte a Capri, e’ una bestia della madonna con denti aguzzi e rancorosi. Si, perché deve avere parecchio rancore se dei coglioni gli vanno a rompere i coglioni tutti i giorni . Mah, non saprei decidermi, voi quale escursione mi consigliereste?

Tropico del Capricorno: welcome to the mother city

Giorno 2
L’epiteto di “mother city” fu coniato per Città del Capo dai primi coloni europei che raggiunsero queste terre remote e pare che la sua etimologia sia da ricercare nella constatazione che tutti ancora oggi fanno nel sobbarcarsi un viaggio tanto lungo ed estenuante fin qua giù, esclamando infatti tutti ” mamma ra maronn!!!”‘ “Mamma santissima!” o altre espressioni equipollenti nelle varie lingue d’origine dall’olandese, all’inglese, al tedesco o all’afrikaaans, una lingua che è la sintesi di tutte quelle dei vari colonizzatori avuti qui. In effetti la prima impressione che il paese lascia e’ quella di un luogo ancora ammantato di uno spirito colonizzatore e pionieristico, e la stessa toponomastica dei luoghi rimanda ad uno spirito di scoperta e pionierismo: la Falsa Baia, il Porto dei Cannoni, il Capo di Buona Speranza, la Coperta del Diavolo e tanti altri nomi che rimandano alla magnifica precarietà di un galeone di pionieri che si avventurano ai confini del mondo in cerca di fortuna.
Per il resto, non ci ho capito ancora molto, francamente sto ancora troppo rincoglionito dal viaggio aereo durato a conti fatti quasi un giorno intero e poi, rispetto ad altri viaggi fatti, ho finora una strana sensazione, una mancanza delle coordinate classiche con cui mi avvicino alle cose: la Geografia e la Storia, ascisse ed ordinate dello Spazio e del Tempo. Finora qui la Geografia, mia passione totale da quando ero bambino, e’ stata brutalizzata da un metallico ippopotamo volante detto Boeing A-380, anzi considerando lo scalo da due siffatti esemplari che hanno percorso un pezzo intero di mondo ad una velocità per quanto mi riguarda inumana e che forza distanze e luoghi, travolgendo pure la percezione che la mente umana ha di quei luoghi stessi e che viaggia ad una velocità assai inferiore agli 800 km/h dei motori di un Boeing. Per capirci, io in un primo momento ( e fino a 15 giorni fa) avevo pensato ad un altro itinerario di viaggio, morbosamente pianificato nei minimo dettagli per mesi: avrei seguito il percorso di Alesandro Magno raggiungendo via mare la tappa di partenza della Macedonia per arrivare , attraverso una mezza dozzina di paesi, fin poi nell’attuale Iran, ove sorge anzi sorgeva Persepolis, rasa al suolo proprio dal condottiero macedone. Il viaggio avrebbe richiesto ovviamente circa un mesetto: ebbene l’ippopotamone metallico della Emirates, manco a farlo apposta, ha sorvolato con precisione chirurgica una ad una tutte le tappe che avevo previsto, dal monte Athos a Sanotracia passando per l’Ararat e Gaugamela fino a Persepolis, ridicolizzando e incenerendo ai miei occhi in 3-4 ore un meticoloso cammino di mesi. Poi è arrivata sta Dubai, il cui aereoporto devo dire e’ davvero bello e non è, diversamente da quanto credevo, una di quelle minchiate fini a se stesse che costruiscono sti sceicchi, giacché questo invece è diventato un hub mondiale di importanza primaria dove transitano milioni di persone per le mete più disparate. Da Dubai un altro ippopotamone metallico per altre 11 ore giù a capofitto sopra l’ africa fin qui alla sua propaggine estrema, il Capo. Guardando più a sud, ormai resta solo oceano fino giù all’ Antartide dove un giorno pure sogno di andare.
Ma prima vediamo di capirci qualche cosa qui: a prima impressione davvero un bellissimo groviglio di cose che fa sembrare a momenti di essere in una cittadina portuale del nord della Scozia con fortissima atmosfera anglosassone e tanto freddo pure, poi giri l’angolo e ti trovi diciamo tra la popolazione indigena dove ti senti ,almeno fin ora , come una sorta di grossa falena appoggiata ad un faretto luminoso circondato da gechi che avanzano…. La prima impressione e’ che francamente la commistione tra la cultura indigena e quella dei colonizzatori europei non sia perfettamente omogenea: a prima impressione direi che i bianchi detengano gran parte delle risorse e dei capitali e abitino nei loro ben protetti quartieri, mentre agli altri sono riservate le posizioni sociali più deboli e meno retribuite, ma non so, ho visto ancora troppo poco. Di sicuro posso dire per ora di aver visto uno strano melting pot in cucina. Infatti in un locale che pareva trovarsi in Cornovaglia o nel East Sussex, ho ordinato le pietanze canoniche di questo tipo di cucina, che poi conosciamo tutti benissimo: fish and chips e un hamburger. Paradossalmente gli inglesi, pur avendo una tradizione gastronomica tra le più deboli e oggettivamente insignificanti del vecchio continente, hanno poi esportato il loro modello di locale ove mangiare più di ogni altro nel mondo, il pub. Qui però, le pietanze vengono preparate con delle varianti in omaggio alla tradizione locale: vabbe, innanzitutto il fish and chips era fatto con qualche bel merluzzone fresco e profumato appena preso dal’ oceano mentre francamente quelli mangiati a Londra mi sono sempre sembrati preparati con specie animali che già dai tempi del Pliocene dovevano aver spostato il loro habitat naturale dal mare ad una cella frigorifera. Ma la big surpirse arriva con l’hamburger, che qui non è fatto col manzo ma con l’antilope. Si, l’antilope, quella bella che salta nel deserto, con le belle corna lunghe, poverina! Mah, domani ne capiro’ di più e avrò cose più interessanti da raccontare che di una cena al pub.
Ultima annotazione sul’albergo, scelto a volo su indicazione della guida che lo descriveva come una figata pazzesca, “assolutamente trendy” , “esperienza imperdibile”, con le stanze una diversa dall’ altra disegnate ognuna da un artista diverso….. Mah, quello che ha disegnato la mia tanto bravo non doveva essere e secondo me fa ora l’artista ma il suo sogno era di fare il dentista, giacché sul letto ha posizionato un’assurda copertura a semicerchio con faretti modulabili vista solo appunto in studi odontoiatrici e dove ho già dato due craniale. Anche il resto della struttura poi assai trendy non mi pare e ricorda un po’ quei posti che mi piacevano tipo a venti anni, una sorta di Officina 99 in salsa sudafricana col portiere che manco a farlo apposta assomiglia a quel coglione dei 99 posse, ecco o zulù , che qua siamo pure in tema. Oggi cambio, sempre che riesca a riaprire la cassaforte, in cui avevo messo il passaporto e la carta di credito ma che è rimasta bloccata e nessuno riesce per ora ad aprirla, manco il cantante dei 99 posse…