“Nel dormiveglia della corriera lascio l’infanzia contadina” recita il verso di una canzone, per la verità assai più simile ad una poesia, di De Andrè. Per salire a Bobbio, il percorso da farsi procede all’esatto inverso: la corriera si lascia alle spalle la realtà industrializzata e aggredita dall’urbanizzazione della pianura per addentrarsi in un mondo antico e lento, quello dei Colli piacentini arroccati intorno alla Trebbia. Già, la Trebbia, unico fiume italiano declinato al femminile, sede di un’epica battaglia tra i Romani ed Annibale ai tempi delle guerre puniche. Il secondo ne uscì come sempre o quasi sempre da trionfatore col suo genio militare e la sua straordinaria capacità di lettura del territorio, delle sue asperità e dei suoi anfratti. Ammirare i luoghi di quella battaglia da vicino è uno dei due motiv che mi spinge fin quassù. L’altro ve lo racconto dopo . Prima val la pena di soffermarsi a guardare questo angolo remoto di Italia, uno spaccato di un’epoca dimenticata e rurale, organizzata intorno a regole antiche e severe come severo puó esserlo qui l’inverno, al quale or sì si prepara dopo i raccolti della legna e la Trebbiatura, nome che guarda un po’ ritorna. Il tutto in un paesaggio che pare un quadro rinascimentale, e forse lo è : già, perché pare proprio che Leonardo Da Vinci nel dipingerla e scolpirla nella Memoria dell’Uomo per l’eternità, abbia deciso di circondare la Gioconda dello sfondo di queste valli . Potere accorgervene anche voi, se spostate lo sguardo dal volto e riconoscete tra le colline retrostanti dipinte un ponte, un ponte gobbo e ricurvo che non che essere quello bello e lunghissimo sulla Trebbia, una sorta di dragone che si diparte da Bobbio e arriva dall’altra parte, nell’incantp dei colli e lo scrosciare del fiume .
Bobbio è una sorta di utopia, un luogo dell’immaginario.
Categoria: travel
Giorno 5 – Seduti sopra un vulcano
Quando chiedo al mio nuovo amico Chan il Coreano, oste dello sgangherato Manhattan Motel, un parere circa i Maori, gli indigeni nativi della Nuova Zelanda la cui presenza in questa cittadina è cospicua e vistosa, arriva una risposta draconiana. A detta di Chan si tratta di piantagrane, sfaticati e piagnucoloni, bravissimi a monetizzare con le loro finte lacrime le attenzioni del governo, sempre pronto ad aprire i cordoni della borsa in retaggio di un non necessario “senso di colpa” radicato nei loro confronti. È esattamente la risposta che mi aspettavo da uno come lui, coincidente per filo e per segno a quella che ti offrirebbe un americano della working class elettore di Trump se gli chiedessi degli indiani di Americani o ad un brasiliano bianco bolsonarista circa gli indios della Amazzonia. Quando si raggiunge una certa età, credo si acquisisca anche una certa esperienza ad immaginare con un certo anticipo le risposte alle tue domande e cosa in generale la persona che hai di fronte stia per dire. Se rivolgessi invece la stessa domanda alla giovane ricercatrice americana con il fisico da hostess e l’espressione tipica da figlia dell’estabilishment democratico della West coast,, che guarda emozionata ed entusiasta questi nerboruti omaccioni agitarsi dietro un falò, mi sentirei dire che questa gente va compresa ed aiutata oltre ragionevole dubbio, perchè questa terra appartiene a loro e noi ne siamo che gli usurpatori. Mi rivolgessi invece al suo annoiato e meno idealista maritino, ascolterei qualcosa tipo “ Si ok, belli bellissimi i Maori, belli pure i Boscimani, del Kalahari l’anno scorso, ma una volta tanto non possiamo andare pure noi a Playa del Carmen o in Florida a prendere semplicemente il sole e bere birra in spiaggia, in modo da poter vedere pure tanto bello le partite della mia squadra di football alla tv invece di buttare tutti sti soldi fin quaggiù ?” A dirla tutta, al posto suo sarei pervaso anche da qualche perplessità più terra- terra quando sua moglie prende la parola per dire commossa che “la nostra società deve risarcire questa comunità di ciò di cui si è appropriata” ma lasciamo perdere. Ad ogni modo, la risposta più interessante anzi l’unica interessante sarebbe quella che qualcuno degli stessi Maori dinanzi a noi potrebbe fornire ma questa risposta no, non riesco a immaginarla. Difficile capire dove arrivi effettivamente la loro sbandierata integrazione e inizi il loro disagio. Di certo, nel centro culturale di Rotorua, dove si svolge questo incontro con i nativi Maori, si apprendono cose interessanti circa la loro origine, che è collocata in altre isole del Pacifico, poi addirittura scomparse e inghiottite dall’oceano. I presagi e i primi avvertimenti di questo disastro imminente, dovuto probabilmente a fenomeni tellurici e vulcanici , avrebbero dunque spinto i superstiti a imbarcarsi su piroghe e cercare fortuna da qualche parte nello sconfinato Pacifico, fino a giungere qui, molti secoli prima del capitano Cook e degli Inglesi. Qualcosa di non troppo diverso in effetti sta succedendo adesso, per via del riscaldamento globale e del conseguente innalzamento dei mari, che sta rendendo inabitabili molti atolli del Pacifico, generando nel medio periodo nuove migrazioni. Interessante assai comunque questo centro culturale Maori, tranne che per la visita al villaggio tradizionale Maori, a cui mi sottraggo perché mi sa di bufala nella migliore delle ipotesi e sopratutto perché non mi piacciono “le riserve” come idea. Confinare le persone entro un perimetro e fargli credere che all’interno di quel risicato spazio possono continuare a vivere come i loro antenati di mille anni fa mentre il mondo fuori continua come continua, è una bugia dolorosa, un po’ come la pozza e la pianta tropicale messe nella gabbia dello zoo alla tigre per fagli credere che viva ancora nella giungla . Insomma luci e ombre. E stessa considerazione anche per Rotorua in generale, da cui mi aspettavo forse qualcosina in più . Ha grandi attrazioni naturali e ottimi centri culturali ma il paese resto troppo anonimo e sonnolento intorno a sto lago puntellato di Spa, dove sta gente in ciabatte passa interi pomeriggi a cospargersi di fango termali come ippopotami mentre mangia hamburger e patatine, che mi fa tanto Ischia. In effetti Rotorua la sua unicità la consuma tutta sottoterra più che fuori, con una serie concatenata di vulcani, fumarole e geyser che ogni tanto bucano il terreno per sputare fumo, acqua bollente e anche lava . Tutto questo pandemonio è originato da un gigantesco vulcano su cui Rotorua è appoggiata, in maniera del tutto analoga ai Campi Flegrei, se non fosse che qui lo strato di terra che fa da tappo al vulcano è più sottile e quindi suppongo più fragile. Insomma sti poveri Maori scappati a qualche terribile calamità da qualche angolo del Pacifico, hanno sfidato l’oceano e sono andati a sedersi su un altra pentola bollente, la solita “ciorta del pover omm” ma non ditelo a Chan il Coreano…
Bergen, respiro del Mare
“Il Mare dona ed il Mare leva”: non ho mai visto altro posto per il quale questa massima risulti più appropriata di Bergen. Beninteso, qui per Mare bisogna figurasi il suo abnorme fratello maggiore o forse meglio il suo progenitore di gigantica taglia, come in una saga nordica. Insomma, l’Oceano. Un Oceano che peraltro da Bergen non vedi ma che intuisci e come, da qualche parte laggiù oltre il dedalo di fiordi, canali e isolotti, sembra come di sentirlo respirare . E donare appunto: pesci , gamberi, aragoste, balene e altre creature talvolta mostruose degli abissi, che finiscono poi per riempire i banchi dell’affollato mercato del pesce, ubicato proprio in fondo al fiordo nel pieno centro cittadino, come a sancire inequivocabilmente che da esso si dipana la ricchezza originaria del luogo . Ed è un Oceano che toglie, con le sue tempeste e le nuvole rigonfie di acqua che rovescia sulle coste senza soluzione di continuità. Un’acqua che cade scrosciante e invade ogni cosa, ripulendo e portando di nuovo in fondo agli abissi gli avanzi del banchetto che ha concesso agli Umani con le sue stesse creature .
La Comune sul fiume
Nella lista piuttosto lunga e composita di luoghi sbrevezi del mondo dove sono stato, un posto speciale nel mio cuore lo occupa questa GuestHouse sperduta da qualche parte sui monti Carpazi, in Romania e precisamente nella affascinante regione della Transilvania. La Pensiunea Mioritca era in effetti una strabiliante bicocca magicamente abbarbicata su un fiume, che le scorreva sotto, sopra, dentro e a fianco, permeando di sé e della sua umidità ogni angolo. Ma era bellissimo essere lì, e ad ogni modo il protagonista assoluto di quel luogo era l’oste Florian, rubizzo omaccione con una talento strappato al teatro e forse anche al mondo del marketing: si diceva nostalgico della ormai defunta epoca comunista, a cui aveva dedicato in un’ansa del fiume una cosa ibrida tra una libreria con tutti i classici del socialismo ed una cappella votiva. Ed infatti ogni mattina celebrava una “messa da requiem del Comunismo con letture del Capitale di Marx accompagnate da musiche di Mozart e Strauss, per il visibilio di noi ospiti . A cotanta cultura ed erudizione faceva da contraltare un più che percepible tasso di rattusamma, che lo spingeva a chiedere foto viscide a tutte le più avvenenti turiste mentre prendevano il sole, per arricchire la biblioteca- cappella del Comunismo. Cosa c’entrassero poi i testi di Marx ed Engels con quella collezione di tette & culi lo sapeva solo Florian, il comunista morto di figa più simpatico che ricordi.
Alexander- giorno 5 : La lama balcanica
Una lama affilata, o meglio due lame diverse, una concettuale e l’altra vera e propria di credo metallo: questa può essere la chiave interpretativa della affascinante giornata odierna. Si, perché dovremo attraversare un bel pezzo di Balcani, dei Balcani quelli veri, fino ad esserne estratti fuori sul mare Egeo. Entrare nei Balcani ed uscirne è un po’ coke essere fagocitati da un gigante di roccia e polvere per venire poi sputati fuori, come in qualche leggenda della cosmogonia greca o norrena. Ecco perché dovremo agire come una lama dentro di esso, squarciare il gigante da nord e sud lungo una pista che si dipana sopra le alture della Pelagonia, il selvaggio Pelister, per poi calare sulla piana di Bitola, la città dei consoli fondata da Filippo il macedone e da lì raggiungere un valico di frontiera con la Grecia da cui immetterci nella Macedonia ma quella greca (vi è persino una querelle legale tra le due Macedonie, vinta per ora dalla fazione greca che ha ottenuto il “copyright”). Dal confine dovremo raggiungere la via Egnatia e con una deviazione raggiungere poi la “capitale ancestrale “ del Regno macedone , Ege, dove in una vicenda davvero shakespereana comparirà la seconda lama: quella che li trafisse Filippo II di Macedonia durante il banchetto nuziale della figlia Cleopatra dandogli la morte. La sua incedibile tomba giace in quel posto e voglio a tutti i costi vederla prima di proseguire per Thessalonica. Ah, avrei pensato anche ad una prima sosta prima del confine sul sito di una città uh tempo gloriosa chiamata Heraclea Lyncestis, in onore ad Ercole suo fondatore ed alla lince che vive acquattata nei boschi circostanti . Insomma un programmone bello serrato. E per renderlo possibile , trovo un gigante buono disposto a farci da driver: si chiama Vedat ed è un uomo buonissimo che si mette subito alla guida sotto un diluvio di acqua da cielo che Dio la manda . Ci lasciamo alle spalle il lago di Ohrid e ci inerpichiamo su per le alture del Pelister, lasciandoci alle spalle anche l’altro lago gemello di Prespa e la sua isola dei serpenti, Golem Grad, che manco stavolta riesco a vedere . Giunti alla volta di Heraclea Lyncestis dobbiamo prendere atto che almeno per oggi piuttosto che la lince, gli unici animali reperibili sono i cani , i cosiddetti famosi “cani morti” che piovono da cielo . Insomma sotto un diluvio non risulta visitabile un sito archeologico dotato di bellissimi mosaici e templi ma tutto all’aperto . Peccato, perché ci tenevo a visitare sta gemma nascosta legata alla storia di Filippp e Alessandro in quanto che costituiva la loro roccaforte per le incursioni dei nemici Illiri da nord nonché la base sulla via di commercio con Roma . Così ripieghiamo per una breve sosta a Bitola, città storica anche essa poco prima del confine, con un’impronta a metà ottomana e metà asburgica, un po come Sarajevo . Bitola rappresentava a sua volta il limes estremo dell’impero asburgico con l’impero ottomano: ecco spiegata la presenza di palazzi in chiaro stile viennese frammistati a bazar e moschee chiaramente ottomane . Poco dopo finiscono le montagne e troviamo il confine nel bel mezzo del nulla . La sensazione di Nulla proseguirà per un bel po anche nella Macedonia greca che si presenta come un gigantesco e disabitato pianoro declinante verso l’Egeo, interrotto solo dai monti delle Meteore ad un tratto . Con una deviazione dall via Egnatia ci mettiamo alla ricerca della antica capitale macedone Ege, che troviamo in mezzo ad un mare di ulivi , in un sito museale davvero ma davvero stupendo che sorge come una piramide in mezzo ad una verde campagna . Qui sorgeva il palazzo reale di Filippo (magnificamente ricostruito !!!!) e qui egli trovó la morte, il giorno del banchetto nuziale di sua figlia , la secondogenita dopo Alessandro, avuta dalla prima moglie Olimpiade. Ah, Olimpiade proprio lei , la moglie bella e giovane ripudiata da Filippo per Euridice figlia del generale Attalo…..Ad assestare la lama nella schiena del re è un certo Pausania di Orestide , sua fidata guardia del corpo nonché si vocifera anche suo amante segreto. Ma nessuno vuole credere a ciò. Non si è ancora rappreso il sangue che sgorga dal corpo morente di Filippo che tutti cominciano a gridare a palazzo il suo nome, quello di Olimpiade, la empia regina decisa a vendicare il suo orgoglio ferito ……A tutt’oggi questo noir d’epoca non ha trovato ancora soluzione ma di certo sarà una dei motivi che spingerà Alessandro a intraprendere il suo cammino di conquista verso Oriente ma questo avremo modo di vederlo nel prosieguo del nostro fantastico cammino..
Alexander – Day 3: Furbi contrabbandieri macedoni
Qualche tempo fa, diciamo un paio di anni, si giocó un singolare mondiale di calcio dedicato alle “nazioni cd.non riconosciute”. Quel del riconoscimento internazionale è in effetti un concetto del diritto internazionale piuttosto vacuo e suscettibile di troppe interpretazioni, sul quale adesso certo non voglio tediarvi, limitandovi piuttosto a dire che a sta bizzarra edizione del mondiale prendevano parte nazioni come la Palestina o i Paesi Baschi, le cui rivendicazioni sono universalmente note, frammenti di zone di mondo dimenticate dove sorprendemente sono stato quali Ablhazia e Nagorno Karabakh e altre ancora. Dalle parti nostre pure prese parte una delegazione sportiva di quei cazzi allerti della Padania, che come nazione ha lo stesso fondamento storico-giuridico e la stessa credibilità di quella madonna che fa apparire gli gnocchi la domenica ai fedeli in una pezza di terreno chiamata se non erro Trevignano ma non voglio dedicare una parola del mio diario di viaggio a simili nullità. Piuttosto destava la mia attenzione ed il mio tifo una squadra, che forse si sarà allenata al Damecuta, perché si chiamava Ciamuria. Si, proprio così, e anche questa è una zona di mondo dove sono già stato anzi quella dove sono tornato adesso . La Ciamuria, abitata dai Ciamuri, è una zona a cavallo tra Albania, Grecia e Macedonia, che prende il nome dal fiume Ciam e corrispondente all’antico Epiro, quello da cui sbarcó un giorno in Italia PIrro, il re che perdeva le battaglie pur vincendole perché ogni vittoria aveva un costo altissimo tanto da far divenire proverbiale la “vittoria di Pirro” come affermazione inutile . Da questa terra veniva la madre di Alessandro , Olimpiade che qui si ritirerà nei momenti più difficili della sua “carriera” di regina, quelli seguiti all’uccisione del marito Filippo, padre di Alessandro Magno. Non è del tutto inesatto dunque dire che in Alessandro Magno scorresse sangue ciammurro ed in effetti qualche similitudine ad esser maliziosi ce la si potrebbe vedere ma andiamo oltre. Si, perche di questa terra è originario pure il fenomeno che ho beccato su internet per portarci in macchina alla prossima destinazione, tutt’altro che facile a raggiungersi. Lui si chiama Mozi e deve condurci oltre il mitico passo di Qafe Thani in Macedonia. Anche qui qualche similitudine coi miei concittadini ciammurri appare subito evidente, specie nell’accentazione delle parole con quella sorta di dieresi che rende la vocale A più simile ad una O. Mozi denota inoltre una sua particolare vena a fare battute del cazzo, che si rivelerà particolarmente fuori luogo qualche ora più avanti, dalle parti del tenuto passo dei contrabbandieri del Qafe Thani. Per ora si limita a dire “tu non potere venire Macedonia, perché tu perso tuo passaporto” ……”ma come perso mio passaporto , Mozi ? Lo tengo nella giacca nel bagaglaio, mica niente eh ?????” E lui : “io scherzaaaaaaaa ahahahah”. Poi comincia a sfrecciare col sul bolide e con una abilità alla guida davvero notevole per le verdi colline della Ciamuria fino ad una città dalla bruttezza davvero ragguardevole chiamata Elbasan, una specie di sintesi del Degrado urbano irrobustita pure dalla presenza di una gigantesca fabbrica di cromo e metalli pesanti come nella città dei Simpson. Da molti km ammiriamo una densa pira di fumo nero come catrame che si alza in vari pinnacoli e pensiamo alle esalazioni da qualche ciminiera ; quando arriviamo nei pressi scopriamo che va ancora peggio ovvero che hanno deciso di accendere una sorta di gigantesca grigliata dei rifiuti tossici nel bel mezzo della fabbrica, a pochi metri dal centro abitato e dalla nostra strada . Dopo la “città- gioiello” di Elbasan, la strada invece piega in una profonda valle di montagna scavata dal dirompente fiume Shkumbini, che in effetti ti scombina un bel po ad arrivare fino al valico di frontiera con la Macedonia, dove il nostro driver mette per la seconda volta in scena la sua ironia devastante . Lo vedo confabulare animatamente nel gabbiotto delle guardie doganali albanesi- macedoni di sto posto sperduto e poi tutti insieme guardare sul retro della macchina dove siamo seduti noi e prender a ridere. . Al suo rientro a bordo , con il rilascio finalmente dei documenti necessari a passare la frontiera (per i quali si era già necessaria pure una deviazione fino ad un curioso bugigattolo nel bel mezzo del nulla che rilasciava non so quale autorizzazione sul veicolo), mi fa: “ sai cosa detto loro che mi domandavano di te ? “ “No, cosa hai detto scusa “ . “ io detto che tu importante politico di mafia italiana che trasporta un kg di cocaina, così loro lasciare subito passare….”
“ Ma tu veramente fai ?????”
“Ma nooooo, io scherzaaaaaa ahahahaha”.
In effetti sta ironia stralunata delle guardie di frontiera balcanica l’avevo già sperimentata anni prima, quando passando proprio da qua fui fermato da uno d loro che uscì dalla guardiola, fece fermare il bus prendendo a gridare il mio nome “Espositooo Andreaaa…” ed a me spaventato che chiedevo che mai fosse successo , lui “Esposito , Capri????”
“Si, Capri……”
“Fiction Capriiiiiiiii!!!! Mia moglie vedere tutte le puntate !”
Quando gli dissi poi che una parte era girata al Gatto Bianco credeva lo volessi perculare e rientró tutto intofato nel gabbiotto .
Insomma un avamposto del teatro dell’ assurdo sto valico di frontiera del Qafe Thani, dove in effetti una rappresentazione dell “aspettando Godot” di Beckett non stonerebbe . Mi sa che si è fatta ora di salutare il simpaticone di autista . Poco dopo il passo siamo in Macedonia, in quella che al tempo di Alessandro si chiamava Pelagonia ed era detto “Regno della Luce”, ma per quella bisognerà aspettare domani perché ormai è notte.
Samarcanda ora è un po’ più vicina
Alexander – Day 2: la Città delle mille finestre
“In questo preciso istante almeno 40 occhi vi stanno scrutando”
Questa la simpatica frase con cui un vitale professore di mia conoscenza accoglieva ospiti e amici al loro sbarco sull’isola di Capri, con riferimento alla diceria locale che vuole le persone del zona del porto a Marina grande (e tra loro in particolare le attempate signore di una certa età) sempre assai intente a scrutare dalle finestre di casa il viavai sottostante, arrivando con questa ben calibrata scelta prospettica ad avere un quadro dettagliato di chi parte e di chi arriva, di chi traffica e guadagna e quanto guadagna nonché ovviamente di chi si ama e con chi si ama.. Va da se che una tale attività appare endemica di ogni piccolo paese ma, ad ogni modo, dando per buona la leggenda paesana, sta da dire che le attente vecchiette della Marina davvero eleggerebbero a loro archistar preferito il tizio che ha concepito e realizzato la struttura urbana e più nel dettaglio le finestre delle case di questo posto in Albania chiamato Berat ! L’artefice o probabilmente gli artefici andrebbero ad ogni modo ricercati in un passato piuttosto lontano, di quando questa fetta di mondo apparteneva ancora all’Impero ottomano e sulle rive dell’irruento fiume Osumi sventolava il gonfalone di Costantinopoli. Si, perché questo incantevole paesino, abbarbicato su una collina alla cui sommità si erge la Rocca di ali Pasha, vanta un numero esponenziale di bellissime case in legno ottomane, ognuna delle quali dotata di 8 forse anche dieci finestre, in modo da offrire sempre una panoramica estesa sulla piazza ad anfiteatro e sul lungofiume, ove le giovani coppiette si baciano sul traballante ponte ben sapendo che certo il loro amore non potrà passare sotto silenzio . In effetti il privilegio dell’anonimato nella magnetica Berat non pare riconosciuto ad alcuna categoria sociale, se è vero che esiste ancora oggi una attivissima e frequentatissima “ Moschea degli scapoli”, dove appunto i giovanotti di fede islamica non ancora saliti all’altare vanno a rivolgere la loro supplica ad Allah al fine di fargli trovare una bella mugliera . A dirla tutta non sarei poi sicuro che non lo supplichino invece del contrario , l’arabo- albanese lo mastico poco; Resta comunque da dire, facendosi un giro la fuori e vedendo le facce, che, a prescindere delle volontà estrinsecate ad Allah di matrimonio o celibato eterno , in parecchi se non nella totalità dei casi la scelta pare proprio forzata nel senso che può scendere pure il Profeta da cielo, a quei catorci non se li piglia nessuna. Lasciata alle spalle dunque la Moschea dei cessi a pedale, la visita della magnifica Berat prosegue nello splendido quartiere Mangalemi o in quello oltre il fiume, ove sta un bel ristorante intitolato ad Antigone, la donna murata viva per amore dal cainat’ di cui ci parla Sofocle, ed ecco che ancora una volta ci catapultiamo in una sfera sentimentale chiacchierata e sbirciata . Ma l’agnello stufato con le melenzane mentre inquadrettato in una delle mille finestre sotto scorre l’impetuoso Osumi e si alza il muezzin, è il modo più bello per cominciare e perlomeno entrare nel vivo di un viaggio che so già sarà fantastico.
A Samarcanda mancano ora 5.355 km. Ma chi m’accir a me ?
Alexander- Day 1: la Rimpatriata Sciacalla
Giorno 1 – La Rimpatriata Sciacalla
Il diario di un viaggio attraverso paesi e culture diverse , montagne e mari , deserti e ghiacciai,
fino alla lontana Samarcanda, si apre con la estrinsecazione di un concetto universale: quello di Amicizia.
Esso è di certo un concetto tutt’altro che estraneo al personaggio cui tutto questo ambaradan è dedicato ovvero Alessandro Magno : il Nostro conosceva profondamente il potere dell’Amicizia, come quello della Spada e forse anche più. Non è inesatto ne azzardato dire che alla base della moltitudine di vittorie, imprese e vicende varie di vita che investirono Alessandro ci fosse l’Amicizia, che essa fosse la pietra angolare della sua straordinaria vita, almeno fino al momento ascendente della sua parabola . Si, perché andando a ricostruirne le gesta si capisce abbastanza presto come il Nostro non fosse un sovrano egemone e solo, ma avesse a fianco una folta schiera di amici inseparabili sin dalla giovanissima età, che lo accompagnava inscindibilmente sul campo di battaglia come sul talamo nuziale, nella stanza del trono come nel guado di un torrente . I macedoni Tolomeo ed Arpalo, il generale cretese Nearco, il bellissimo compagno di infanzia Efestione divenuto suo amante, l’inseparabile Clito il Nero capace di salvarlo da una spada nemica un attimo prima che il barbaro che la brandiva sferrasse il colpo decisivo. Ed a bene vedere, la invincibile formazione dell’esercito macedone, l’unità di base capace di sbaragliare forze nemiche soverchianti anche dieci volte per numero era detto o no “falange” ? Bene, la falange è dopotutto un osso delle dita di una mano, l’arto di cui dispongono gli uomini e poche altre specie e che esprime meglio di ogni altra cosa in natura l’essenzialità e la Interdipendenza di tutte le parti , “come le dita di una mano” appunto .
Quella macedone suonava un po’ come una rock band di amici del liceo dei giorni nostri , ad un certo punto investito da un inusitato successo planetario ma che sanno rimanere fertili e creativi fin quando restano aderenti allo spirito originario . Se il successo col fiume di soldi e connessi che porta, travolge anche uno solo di loro, viene meno tutto il complesso, scompare tutta la alchimia originaria . Quante ve ne vengono in momenti di rock band cosi, vittime di questa precisa parabola ? A me centinaia . Sarà quello che accadrà anche un po’ ad Alessandro: fin quando saprà essere il front leader di un gruppo che spacca, avrà il mondo ai suoi piedi . Quando inebriato dalla fama e dal potere, arriverà addirittura a tradire il suo inseparabile amico Clito il nero, trafiggendolo addirittura mortalmente con la lancia , sarà lì che romperà l’alchimia ed il messaggio di base e comincerà la sua parabola din discesa . Ma è una storia che vedremo più avanti .
Per ora, a proposito di Amicizia ci siamo noi che ci siamo dati appuntamento in Puglia, per i 50 anni di un amico andato a vivere lì e a cui vogliamo tutti molto bene. Era una sorpresa e ci è riuscita benissimo, perché come le organizziamo noi Sciacalli queste cose , pochi sanno farle . C’era chi è partito da Capri sotto una tormenta, chi da Milano, chi da Roma , addirittura da Madrid e da Londra e chi ha coordinato tutto da casa non potendo essere qui fisicamente, per poi ripartire tutti il giorno dopo ognuno verso le proprie destinazioni ed io a proseguire verso l’altra sponda del mare Adriatico ovvero l’Albania, il viaggio che arriverà fino a Samarcanda. Ma la prima tappa doveva essere qui, perche questa era la nostra serata
Alexander – Prologo
PROLOGO
Quello per il quale sto per partire e a cui ho pensato in maniera incessante e finanche ossessiva nelle ultime setttimane,forse mesi, è un viaggio che definirei con un aggettivo meglio di altri : abnorme . È un viaggio abnorme, come espressione di una grandezza irregolare e fuori norma, non funzionale; è abnorme come un rumore che si deflagra da un sottosuolo magmatico; è abnorme come abnorme il mostro che lo ha generato, la mia Fantasia . Quest’ultima è una considerazione assai meno auto-lusinghiera e compiaciuta di quanto possa sembrare, perché io ritengo davvero la mia Fantasia come una sorta di Leviatano, una creatura mostruosa che mi alberga dentro d qualche parte e che si presenta talvolta a reclamare la sua libbra di carne, da esaudire con un viaggio, una caccia al tesoro o robe del genere, altrimenti mi consuma e fa sentire come un bambino con la paura di un vicoletto buio. E così per farla contenta e darle sazietà anche stavolta, mi sono inventato sto viaggio, dove a dirla tutta ho un po’ bluffato, nel senso che questo viaggio lo ha già fatto qualcun’altro prima di me , qualcuno di assai più noto ovviamente. Ma dopotutto faccio sempre un po’ così, si tratta di mettere su un asse cartesiano uno spostamento tra un A e B usando come ascisse la Geografia e come ordinate la Storia. E dunque se A è casa mia a Capri , il B lo collochiamo da qualche parte in quello che oggi si chiama Uzbekistan, ed in mezzo ci mettiamo una parte di mondo da attraversare che oggi si chiama come si chiama ma che al’ epoca dell’impresa del mio illustre predecessore era occupato da luoghi che andavano col nome di Epiro, Pelagonia, Tesprotia, Macedonia, Tracia, Troia, Bitinia, Cilicia, Cimmeria, Regno di Urartu, Corasmia e tanti ancora . Le strade possibili sono un bel po come tanti i bivi da scegliersi. Diciamo che in linea di massima dovrei salpare da Bari per raggiungere quello che un tempo si chiamava Epiro e oggi Albania meridionale, dove la madre del mio eroe ebbe i natali e anche Egli si rifugió dopo l’assassinio del Padre, poi non saprei se andare subito a Est verso la terra ove questa leggenda ebbe origine, la Macedonia ed il “regno di luce” della Pelagonia o svoltare a sud verso le sorgenti del fiume Acheronte (che esiste davvero , si) in modo da evocare il mio eroe, i villaggi di pietra della Zagohoria e le Meteore. Diciamo che per certo le due strade si ricongiungono a Thessalonika, da cui marciare attraverso la Tracia e il fiume ove Egli visse la prima vittoria. Verrà poi l’Asia Minore, ove Egli sbarcó ove un tempo stava Troia, accolto da una pioggia di frecce persiane, una delle quali stava per ucciderlo prima che lui si ergesse sul Bucefalo a sbaragliare i nemici. E poi la dotta Efeso, la Licia e la Bitinia fino a Isso dove il suo alter ego persiano Dario disponeva di un esercito 9 volte più numeroso ma ruppe in fuga sgomento di terrore di fronte alle sua falangi . Verrà poi la Mesopotamia col Tigri e l’Eufrate, e nuove truppe persiane a sbarrargli il passo inutilmente , per una strada che da qui si dipana oltre Babilonia ed un regno dell’ignoto, forse ancora oggi . Terre grandi come l’Europa ricoperte da steppe sconfinate, che oggi si chiamano Kazakistan o Uzbekistan, ove esistevano laghi or divenuti deserti e buchi nel terreno che bruciano come fossero porte dell’inferno . Ed alla fine, oltre i deserti bianchi e le montagne rosa, sta lei, la Città blu che diede in sposa la bella Oxane al Nostro. Li sta Samarcanda, in Uzbekistan, mia meta di arrivo . E questo che sto per compiere, se non lo avete ancora capito , è il viaggio che su per giù duemila e cinquanta anni fa compi Alessandro di Macedonia, figlio di Filippo ed Olimpiade, a tutti noto come Alessandro Magno.
Terrò un diario di viaggio qui come sul mio blog che chiamerò “Alexander”. Ad accordar fiducia a Google maps la via più breve fino a Samarcanda consta di quasi seimila km, 5.926 per l’esattezza . Ma se sto già in Puglia vuo dire che ne ho percorsi circa duecento, quindi ne mancano 5.700 e sto già a buon punto ! E forza, allora, partiamo risoluti ed indomiti per la nostra impresa come Alessandro Magno !

Dolcissima Mljet, isola di Ulisse
Nella moltitudine e più di isole e isolotti della Croazia, un posto speciale nel mio cuore lo occupa a tempo indeterminato l’isola di Mljet, Meleda in veneziano, nomi entrambi assonanti con la parola “miele” e non certo per casualità: il nettare che qui viene tutt’oggi prodotto trova estimatori sin dagli albori della cultura greca, dai tempi di Ulisse e Penelope per capirci . Si , perché al di là degli struggenti scenari, delle pinete che paiono annegare nel blu elettrico del mare, delle lagune salmastre che col mare stesso si confondono in un tutt’uno disorientando pure i pesci che paiono finire quasi da soli nelle reti, vi è un motivo ulteriore che me la fa amare e discende da quella che è la mappa più bella del Mediterraneo che sia stata mai disegnata, quella dell’Odissea di Omero. Per quanto mi riguarda questa mappa vince per distacco proprio perché disegnata non lo è stata mai ma è un compito che viene lasciato in parte alla Fantasia, in parte a riscontri oggettivi che gli inceppati come me della cd “geografia omerica” si sforzano a trovare . Bene , nella mappa immaginaria dell’Odissea, Mljet dovrebbe corrispondere all’isola di Ogigia, quella dove Ulisse s’iimbatte nella ninfa Calipso, la quale lo tenne prigioniero per sette anni facendogli smarrire la rotta e facendolo girare con la sua ciurma in tondo tra le isole . A stare qui e guardare la moltitudine di isolotti e scogli affioranti , per non parlare di canali e lagune, si intuisce come dovesse essere in effetti facile perdere la rotta del mare aperto, a prescindere dalle maledizioni di una ninfa innamorata ….
Mljet è anche il parco naturale più antico della Croazia e come già detto qui si fa un miele dj millenaria bontà . Ma il territorio è invece come il corpo di un pianta senza fiori e questa è a ben vedere una fortuna, perché così attira meno insetti : il suo essere più che altro priva di comodi accessi al mare assicura sopravvivenza alla sottocultura devastante della Trimurti spiaggia/ lettino/ aperitivo, volta a trasformare ogni cm utile di bagniasciuga sostanzialmente in una discoteca diurna.
La dolce Meleda, un luogo in cui perdersi come vi si perse Ulisse
