Il continente perduto – Azzorre, atterraggi per cuori intrepidi

Giorno 3
Le Azzorre. Alla fine di questa avventura di sicuro saprò dirvi molte cose magnifiche sulle Azzorre e sapere a chi consigliarle e per quale motivo. Per ora invece posso senz’altro dire a chi sconsigliare tassativamente: a chi ha paura dell’aereo. Intendo dire non solo a quelli fobici che hanno paura a prescindere ma anche a chi non si sente vagamente a suo agio su un aeroplano. Ne ho presi di aerei scrausi e trabiccoli tra Nepal, Africa, Cambogia , Ecuador e altro. Proprio in Cambogia mi capito’ una volta di viaggiare con dei polli a bordo, mentre in Nepal atterrai su una pista che finiva su un pendio in salita per far rallentare il veicolo, stile Willy il Coyote.Ma una roba come quella vissuta per atterrare qua, no non l’avevo ancora vista. Diciamo che tra la posizione geografica al centro dell’Atlantico, l’immancabile vento, le nebbie improvvise e pure le eruzioni vulcaniche, ste mezze striscie di bitume squagliato a terra a fungere da piste di atterraggio non verranno mai annoverate tra le più sicure al mondo; se poi va pure storto qualcosa, si mette male proprio. Il piano di volo in pratica contempla basicamente, per via dei salti di vento, una picchiata degna di uno Stuka della Luftwaffe durante la battaglia delle Ardenne, o forse il paragone più calzante e’ quello con gli Zero giapponesi sopra Pearl Harbour, dal momento che le Azzorre possono essere un po considerate le Hawaii dell’Atlantico. Segue una botta sulla pista che pare il tuffo a panzata di un ubriaco e una roba alla Chuck Norris con l’aereo che si intraversa sulla pista dove avanza di sguenzo, al fine di rallentare. Alla fine del parto, il capitano saluta uno a uno la platea terrorizzata con l’espressione di chi dice “hai visto come sono bucchinaro?” Ma all’anema i chi te suon’ e campane !!!!!!
Detto questo e baciato terra, si apre un mondo a se stante e che pare aver rubato un pezzo ad ogni continente: palme e orchidee tropicali in mezzo a conifere nord-europee, prati verdissimi che non rispettano le stagioni. Mentre attraversiamo un vasto altopiano che separa l’aeroporto dalla città, si alza dal mare una coltre di nebbia che la Padania a confronto pare un bel luogo per ammirare le stelle, vacche e pappagalli ai lati delle strade . E poi arriva la città, anzi la cittadella , dal nome già incantato, Angra de Heroismo, ma non c’entrano le spacconate del pilota: fu la prima capitale delle Azzorre al tempo della scoperta, nel 1470, ed è ferma nel tempo ad un Rinascimento architettonico mirabile. In fondo ad un’insenatura caraibica sta una cittadella che è un dedalo di viuzze acciottolate, chiese e case colorate, patrimonio UNESCO, un gioiello fuori dal tempo in cui prendo a girare come rapito fino all’alba. Ad un tale splendore umanista degli edifici non fa però da contraltare un grosso umanesimo degli abitanti, belli ruspantelli: ne becco un torma di giovinastri intenta a celebrare un addio al celibato e con loro faccio alba. Tutti dei gran simpaticoni tranne il nubendo a cui capisco subito di stare sul cazzo e che sta iper- nervoso. Ma quando la mattina avviene l’incontro con la futura Moglie Sofia e le amiche che festeggiano la medesima ricorrenza, appare tutto sommato comprensibile il nervosismo di lui.
Mi resterà sempre nel cuore Angra do Heroismo con le sue chiese cinquecentesche avvolte in una perenne nebbia in fondo ad una baia tropicale, un coacervo di componenti insolite come nelle ricette di uno chef stellato, ma senza quella presunzione che solitamente accompagna questi ultimi

Il continente perduto – Risalendo il magico Douro

Giorno 2
Il portoghese e’ una lingua bellissima, fortemente musicale e con una scelta lessicale che definirei creativa, già anche solo con questo singolare modo di dire grazie, “obrigado”. Talvolta ha un suono e una cadenza che ricordano un po proprio il napoletano, ma questa e’ una scoperta, un po triste direi che feci già una quindicina di anni fa, allorquando col mio amico Sergino per via di un misunderstanding fummo allontanati con veemenza dal bellissimo acquario di Lisbona, l’Oceanarium. A dirla tutta misunderstanding e’ l’impreciso neologismo inidoneo a identificare la ricca figura di merda che apparammo nel mentre che una gentilissima e preparatissima hostess mi illustrava le meraviglie dell’oceanarium e le migliori modalità di visita, e Sergino in napoletano appunto continuava a suggerirmi di fuggire alla svelta perché,a sua modesta opinione, la forte puzza di sterco che distintamente si odorava non sarebbe stata dovuta alla vicina vasca dei pinguini bensì alla scarsa igiene della maleodorante vagina della suddetta hostess……eravamo giovani e smidollati.
Oggi a Oporto una bruma umida risalita dall’oceano ha portato la pioggia, così decido di risalire in treno il corso del Douro e visitare le dolci colline ove si produce l’ancora più dolce vino Porto. Sono sempre stato appassionato di treni e trenini, questo e’ uno dei più belli mai presi. Risale lentamente senza mai allontanarvisi il corso del Douro, che dapprima è’ di una tinta verdino, poi più a monte cangia in un verde bottiglia più scuro. Non cambiano invece mai le dolci colline, tutte intagliate ad appezzamenti di vite, ed è così da duemila anni: il Porto e’ uno dei vitigni più antichi ad essere coltivato. Risalgo il fiume fino alla capitale di questa antica coltura, tale cittadina chiamata Pinhao, che a conferma della vetusta’ dei suoi vigneti, annovera anche resti romani. Vicino ad un bel ponte romano in pietra appunto mangio deliziosamente in una casa-ristorante, mentre poco lontano le imbarcazioni simili a gondole privilegiano il trasporto fluviale per portare a valle le botti. Un’attrattiva del posto sono le degustazioni di vino nelle cantine produttrici, che qui chiamano “quinte”. In una di queste nientedimeno cosa vado a beccare come ulteriore attrattiva??? La caccia al tesoro!!!!! Ne organizzano ogni giorno una, piuttosto semplice in verità e più simile a quella roba dei pokemon, solo che qui invece di quei mamozzi stronzi bisogna localizzare le casse di Porto tra i vigneti. Quel giorno vince un gruppo di tedeschi armati di computer e sistemi di geocatching sofisticatissimi, e che fanno durare la cassa di Porto vinta il tempo di una doccia o un bidet, entrambe cose che non fanno da molto tempo attesa la puzza di suramma che pare manco il concerto del primo maggio.
Oh comunque, vino & caccia al tesoro, ora me vengo qua a vivere

Il continente perduto – Sostiene Pereira

Giorno 1


“Sostiene Pereira che da principio si mise a leggere distrattamente l’articolo, che non aveva titolo, poi macchinalmente torno’ indietro e ne ricopio’ un pezzo. Perché lo fece? Questo Pereira non è in grado di dirlo. Forse perché quella rivista di avanguardia cattolica gli dava fastidio, forse perché quel giorno era stufe di avanguardie e di cattolicismi, o forse perché in quel momento, in quella estate sfavillante su Lisbona, con tutta quella mole che gli pesava addosso detestava l’idea della resurrezione della carne” (cit. “Sostiene Pereira”, Antonio Tabucchi)
Il Portogallo lo conosco un po per esserci già stato, una quindicina di anni da, ma la gran parte delle cose che su esso so o immagino (ma l’immaginario è’ a mio avviso una forma di conoscenza) e’ per via di romanzi letti e ivi ambientati. Mi viene in mente Saramago, che di questi posti e’ natio, ma soprattutto è’ un grande scrittore italiano ad avermi fatto conoscete e sognare tante volte questa terra : Antonio Tabucchi. La lettura dei suoi romanzi mi rimanda con la mente ad un tempo ormai passato (ma il Portogallo rimanda sempre ad un tempo passato), quello in cui studiavo all’università e il Portogallo di cui parlava Tabucchi costituiva una enorme evasione ad altri libri scritti da un suo quasi omonimo ma con una R in più, tale Trabucchi autore di certi mattoni di volumi sul diritto civile di un’amenità paragonabile ad una messa celebrata in sanscrito. Sarà forse allora che è nata la mia passione per i giochi di parole Tabucchi- Trabucchi, come dire “Medina” e pensi ad una bella cittadella araba, poi aggiungi una R ed esce…
Vabbe, cmq sempre a proposito di cose che mi piacciono più o meno, nella seconda categoria ci metto sicuramente gli aeroporti. Non li amo perché sono la sintesi opposta di ciò che amo fare quando viaggio: richiedono organizzazione preventiva, orari tassativi, necessità di doversi anticipare e tempi morti. Così, quando ci devo per forza di cose passare, maturo un atteggiamento da scolaretto discolo che si mette di proposito a disturbare la prof. A sto giro mi sono prodotto in un pezzo niente male: il volo era al mattino presto, così ero dovuto essere li nel bel mezzo della notte. Fatto accomodare, attraverso una serie di dritte e cortesie, nella comoda sala di attesa riservata alla prima classe e dotata di morbidi triclini post-moderni, mi sono subito sbivaccato a 4 di bastoni e ho preso a ronfare forte ma tanto forte da svuotare la sala, piena quando sono entrato e vuota al mattino, quando sono stato svegliato,a pochi minuti dalla partenza per fortuna, dai rudi commenti in romano strettissimo di un addetto alle pulizie, unico coraggioso rimasto ad affrontare il ciclone, il quale si chiedeva se avessero spostato il motore dell’aereo in quella sala o fosse la Fiat Panda ingolfata di suo suocero.
E poi il Portogallo, dove tutto rimanda al passato o per lo meno ad un tempo diverso. Il segno tangibile di questa sua alterita’ temporale si intuisce già dal fatto che e’ l’unica nazione dell’Europa continentale ad aver adottato un fuso orario a se. Ho scelto di partire da Oporto, città che desidero vedere da tempo eppoi il nome si presta ad essere punto iniziale di una “spedizione” oceanica. La città non tradisce le attese, struggentemente romantica come un gentiluomo d’altri tempi. Tutto è’ ammantato di un fascino retro’ ma che non definirei nostalgico: ai portoghesi piace il presente, ma il loro presente fatto di caffè rilassati e conversazioni. La città e’ tutta proiettata sul lungofiume della Ribeira; i lunghissimi viali ripidi in stile “San Francisco”,dopo serpentine tra chiese e monumenti, sbucano sempre tutti li sul fiume. Andrebbero percorsi sempre con scarpe comode, circostanza che dimentico troppo presto. Ma in fondo ad uno di questi carrugi, a tarda notte, ho il sentire che vi sia ancora aperto uno scalcinato bistro’ ,di quelli che impanano le francesinhe, con le sedie di legno e la tappezzeria ingiallita. Ne parlava Tabucchi di posti del genere e infatti gira e rigira la trovo proprio come e dove me la aspettavo. D’altra parte e’ forse vero che la filosofia sembra si occupi della verità, ma forse dice solo fantasie, e la letteratura sembra che si occupi di fantasia, forse dice la verità. Ma questa non è una mia idea: e’ appunto ciò che sostiene Pereira.