Tropico del Capricorno: la Costa degli Scheletri

Giorno 6
Tanti anni orsono, quando ero un alunno imberbe delle scuole medie, ebbi la fortuna di conoscere un grande professore di educazione fisica, molto stimato dalla comunità locale e tuttora compianto, il quale divideva le sue lezioni in una parte pratica, nella quale ci cimentavamo in discipline varie di ginnastica, e una parte teorica nella quale eravamo chiamati a conferire verbalmente su uno sport a nostra scelta. A quel punto noi piccole carognette ci divertivamo a far vertere l’interrogazione su sport strampalati e bizzarri, di recente concezione, sport quali il free climbing, il bad minton o il bowling, la cui conoscenza sfuggiva all’ormai anziano professore legato a canoni classici dello sport e che giustamente ci rimetteva in riga. Ecco, questo sandboarding di sicuro e’ annoverabile tra le discipline non certo convenzionali, praticandosi con una tavola da snowboard ma con la variante della sabbia desertica su cui scorrere in luogo della neve; e’uno sport che dunque richiede condizioni climatiche del tutto peculiari quali alte dune desertiche. E qual posto migliore al mondo se non il deserto del Namib con le sue dune alte centinaia di metri? Mi ci sono cimentato con risultati mediocri e presto mi sarà pure inviato un video e foto scattate da un operatore specializzato. Cioè, le dune le scendevo pure con tecnica accettabile, il problema era la risalita per la quale non c’era certo lo ski-lift ma bisognava inerpicarsi su ste montagne di sabbia rossa flagellate dal vento e una volta, per provare ad accorciare, mi sono pure scapizzato da giù alla duna, disciplina quest’ultima delle cadute dai dirupi in cui si che sono davvero un talento formidabile! Ad ogni modo ciò che mi ha portato a fare sta mezza minchiata era la possibilità di vivere da vicino sto deserto fantastico e senza uguali al mondo, con sullo sfondo la Costa degli Scheletri avvolta da una nebbia eterna. Più tardi nel pomeriggio ho provato pure a raggiungere questa costa e uno dei tanto inquietanti relitti di navi affondate che giacciono abbandonati sulla riva, ma dopo un mezzo chilometro sono stato richiamato a gran voce da un indigeno il quale mi ha imposto di tornare indietro redarguendomi con una frase tipo “secondo te perché si chiama Costa degli Scheletri, strunz?!?” In effetti era un’impresa oltre la mia portata ma attraverso questo tizio e una serie fortunata di combinazioni sono riuscito ad avventurarmi sulle colline del Damaraland, un’altrettanto inospitale regione montuosa poco oltre swakompund, ove cresce una bellissima pianta unica al mondo chiamata Weltwitschia e soprattuto ove incontrare alcuni indigeni di etnia Himba, ove è scattata questa bellissima foto. Gli Himba sono una popolazione autoctona della Namibia, che vive in piccole comunità isolate e che rifugge in massima parte ogni contatto o commistione con la società esterna. E ne hanno ben donde, giacche’ quello riservato loro dai vari colonizzatori succedotisi qui è’ stato nei loro confronti e’stato un trattamento che con enorme eufemismo potrebbe definire degradante. Le donne di questa etnia si cospargono il corpo di una sorta di argilla rossa al fine di detergere e proteggere la pelle, stante la assoluta carenza di acqua. Ad ogni modo la loro condizione attuale, deprivati della terra in cui pascolare i loro animali, e’ piuttosto triste.

Tropico del Capricorno: This is Namib, baby

Giorno 5
La Namibia.
Con questo nome in qualche modo assonnate con utopia, la Namibia e’ la prova inconfutabile dell’esistenza della vita nello spazio: questo è un pezzo di qualche galassia aliena piovuto sulla terra (e un enome cratere di un meteorite in effeti ci sta) con paesaggi che rimandano alla fantascienza, a quell’immaginifico visionario ed ectopico visto tante volte al cinema. Le stranezze e singolarità di questo pezzo desolato di mondo sono pressoché infinite, a me è bastato scoprirne un paio per sentirmi catapultato in un film di Cristopher Nolan o Gregoretti.
Sono arrivato qui a bordo di un volo di questa Maluti Sky, compagnia della quale dubito che la Emirates o la Swiss ari possano temere la concorrenza ma che un pregio lo tiene: vola bassa quasi radente come un caccia della seconda guerra mondiale, almeno quel trabiccolo che ho preso io. Ne approfitto per gustarmi tutta la vista atlantica andando da Città del Capo verso nord: lentamente il verde di quelle terre lasciano il campo ad un marrone, poi cominciano a distinguersi chiazze di sabbia, in pochi minuti ci troviamo a sorvolare un enorme distesa di sabbia rossa senza soluzione di continuità, ad eccezione di alcune rocce basaltiche nere come il catrame che aumentano la percezione aliena. E’il deserto del Namib, il secondo piu’arido al mondo dopo le Dry Lands del’ Antartide (si proprio così). Anche all’origine di questo deserto c’entra l’Antartide: da li risale la gelida corrente del Benguela, che lambendo queste coste rende impossibile ogni brezza marina; in pratica si innesta un fenomeno termico del tutto opposto a quello che normalmente si sviluppa vicino al mare, qui il mare “succhia” a se tutta la umidità della terra prosciugandola e sfarinandola in questa terra rossa. La costa, avvolta in un nebbia perenne, prende il nome sinistro di Costa degli Scheletri, anche per via delle tante carcasse di nave naufragate in questo luogo dimenticato da dio e dagli uomini. Appena all’interno, anzi praticamente fino a mare, si estende immenso il Namib, un deserto dove non piove mai ne è rinvenibile quasi alcuna forma di vita. Nondimeno allora quando l’esercito tedesco scappo’ da queste terre ostili (se hanno mollato persino i tedeschi….), da un’accampamento militare fuggirono o furono lasciati liberi a morire li qualche centinaio di cavalli…..contro ogni logica le povere bestie sono riuscite a sopravvivere e riprodursi, dando luogo anche ad una sorta di mutazione e divenendo assai più piccoli, e cento anni dopo i Feral Horses del Namib sono tra le poche specie viventi ad abitare qui. A me basta un’ora e mezzo di sorvolo a bassa quota sopra sto mondo deserto per essere sul punto di entrare nella cabina del pilota a chiedergli se per caso non ha sbagliato rotta o voglia cmq tornare indietro (siamo in tre più l’equipaggio a bordo…) e quando lui annuncia che stiamo atterrando non riesco davvero a capire come sia possibile e dove mai poggiarsi. In effetti questo “aeroporto” detto Walvis Bay e’poco altro che una striscia di sabbia battuta vicino una delle dune più alte del mondo, detta Duna 7 (nei pressi della quale è scattata la foto), stanno poi un paio di capannoni ove la grande attrattiva e’ uno strano macchinario a raggi infrarossi che farebbe uno screening per vedere se hai contratto l’Ebola. Risulto verde al controllo ed eccomi fuori nel bel mezzo del nulla. Nel parcheggio ci sono 5 automobili di numero, una delle quali condotta da un donnone di nome Deli mi scaraventa nel deserto per una trentina di km, fino alla capitale della Costa degli Scheletri, tale cittadina detta Swakompund, dal fiume effimero Swakom che ha dato segni di esistenza l’ultima volta nel 2010. Le sorprese sono appena iniziate: la città e solo essa è avvolta da una fitta nebbia grigia, entro la quale si muovono individui di pura razza ariana germanica. Tutto è’ tedesco qui, le case in architettura bavarese manco fosse Salisburgo e le strade intitolate a Bismarck e Leopoldo di Baviera, gli abitanti biondissimi in gilet verde orlato di merletti che parlano il tedesco dei tempi di Goethe e sembrano vagamente informati di alcune “degenerazioni” della società moderna quali l’abolizione della schiavitù e il suffragio universale. Sono sicuro che si sarà nascosto qui a Swakompund anche più di un criminale nazista, magari con propositi di filiazione della razza ariana. Appena fuori dalla città ariana e dalla sua perenne nebbia, un deserto assolato per migliaia di km di dune rosse. La notte cala veloce a Swakompund e una ottima cena a base di pesce in un ex rimorchiatore gestito da un ex pugile africano detto Hitman non basta a togliermi di dosso la sensazione che i tedeschi rincasati presto, dietro le loro tendine orlate di merletti, abbiano pezzi di africani dentro i frigoriferi.
No, non ho mai visto niente di più strano della nebbia a Swakompund

Tropico del Capricorno: il Capo di Buona Speranza e dintorni

Giorno 4
Quello visibile in foto e’ il Capo di Buona Speranza, luogo mitologico sospeso tra geografia e letteratura, per doppiare il quale centinaia se non migliaia di navigatori persero la vita in epoche di conquiste ed esplorazioni che si confondono con la leggenda e nelle quali sogno spesso di aver potuto vivere. E’ l’estrema propaggine terrestre del continente africano, oltre la quale vi è solo acqua fino all’ Antartide; qui confluiscono due giganti blu come l’Oceano Atlantico e quello Indiano, dando vita ad un amplesso violento che genera gorghi d’acqua infernali che succhiano giù le navi come moscerini in un lavandino stappato. La Buona Speranza che esso lascia intravedere e’ tra l’altro del tutto illusoria, giacché poco dopo ad est si apre una enorme baia, solo all’apparenza placida ma in realtà esposte a micidiali correnti da sud- est e perciò ribattezzata False Bay, la falsa baia.
Ma andiamo per gradi, perché a queste latitudini ci si arriva poco per volta, e’ una conquista progressiva.
Pensavo innanzitutto al detto “prezzo che paghi, tamarro che trovi”, quantomai veritiero: si, perché dopo la prima notte in una guedthouse che non mi piaceva un granché (quella che pareva Officina 99 con rigurgiti di arte assai discutibili alle pareti), ho cambiato e mi sono sparato l’albergone con la vista figa e mille facilities. Tuttavia la mia stessa pensata l’ha fatta una quotata squadra locale di rugby, gioco che a queste latitudini eguaglia il calcio in Italia per popolarità e diffusione. Vi è anche un altra caratteristica che i top player locali di questa disciplina mutuano dai nostri giocatori: il livello esponenziale di cafonamma e sbruffonaggine. Hai voglia di dire che il rugby e’ uno sport basato su principi nobili e da gentlemen: almeno questi che stanno qua sono la filiazione più prossima delle scimmie bonobo e hanno fatto una caciara della madonna tutto il giorno e tutta la notte, suppongo per festeggiare una vittoria (altrimenti, se avessero dovuto ancora giocare, davvero non so che figura di merda avrebbero apparato mai con tutti gli ettolitri di birra e whisky che si sono scesi dalle nove dal mattino in poi). Manco a dire di andargli a dire qualcosa per protesta, che qua il più fesso di loro era alto 1,95 e volendo mi avrebbe sfarinato la faccia con una mano sola! Quanto poi al protestare presso la reception mi sembrava un po’ troppo da pensionata tedesca in vacanza eppoi non avrebbe sortito un gran effetto, giacché le signorine impiegate al ricevimento sbavavano quando vedevano apparire all’orizzonte sti marcantoni in tuta, figuriamoci se si cacavano anche solo lontanamente sto fesso qua che protestava per il casino…. Vabbe, cmq dopo una notte quasi insonne, dove, perso per perso, l’ho buttata pure io a caciara ( cosa che non mi è mai suonata indigesta in verità), la mattina mi decido per questa escursione al Cape of Good Hope, che dista dalla città una settantina di km . La distanza e’ coperta da una strada panoramica con curve mozzafiato a picco su scogliere e paesini appannaggio solo di coloni bianchi ricchissimi che qui hanno costruito un loro eldorado di residence da sogno e filo spinato, vicino al quale troneggia sempre un cartello che recita ” beware: armed response”, risposta armata casomai qualche disgraziato provi a varcare i confini del loro abuso. L’ultima parte prima del Capo e’ una riserva naturale abitata da molti animali selvatici tra cui scorgiamo aquile, struzzi, antilopi e babbuini, i vari predatori alfa della zona che scippano pure, scena bellissima a vedersi, un pacco di schifosi biscotti al formaggio ad una milfona americana intenta a farsi una foto.
Al Capo trovo una coppia di kenioti e una coreana disposti a dividere la corsa fino alle Winelands, una regione vinicola che pare la Provenza francese. Ci arriviamo passando vicino quella bella spiaggia di surfisti dove un campione australiano fu aggredito da squalo la settimana scorsa e costeggiando poi baraccopoli di disgraziati e cosiddette ” township”. Queste ultime sono la più abbietta delle eredità del governo sudafricano ai tempi del’ apartheid e la cosa più prossima alle barracke di Auschwitz che esista al mondo, enormi cubi di cemento ove venivano segregati i cittadini di etnia africana ai tempi dell’ apartheid. Arriviamo a Stellenbosch, nella regione del vino, che è l’esatto opposto delle township, o meglio il suo presupposto : una roccaforte inespugnabile del potere bianco, aria spiccatamente nord-europea e cartelli delle strade in olandese. L’università di Stellenbosh, rinomata in tutto il paese e cui io casualmente dedicai un enigma in una caccia al tesoro, e’ stata e probabilmente è ancora una sorta di madrassa dell’apartheid: fino a pochissimo tempo fa non accettava studenti di colore. Oggi in teoria non è più così ma la sostanza non deve essere un granché mutata, giacché, atteso pure che un ragazzo nero riesca a pagare l’esosa retta per iscriversi, i corsi di lingua sono poi in olandese, lingua non proprio diffusa tra i cittadini di etnia zulù o xhosa. Mi incuriosisce la antinomia di certi popoli nord- europei che in patria propongono modelli di società progressisti, con ampi riconoscimenti di diritti civili e libertà (pensate ad Amsterdam) e poi ad altre latitudini danno luogo a ste porcate. Gli olandesi già me li ricordo in Ecuador quando con le loro multinazionali setacciavano la amazzonia alla ricerca dell’oro e del petrolio, riducendo zone intere simili alla superficie lunari.
Vabbe, cmq a Stellenbosch pranzo stellare presso rinomato albergo gestito da sta elegantissima manager del lusso olandese (!), personaggio cui vengono dedicate copertine e soprannominata Silver fox, la volpe d’argento per via dei capelli canuti e bianchi. La Silver fox , assai amante dell’Italia, mi accompagna pure ad una buonissima degustazione di vini e formaggi nella sua tenuta privata, ed io per sdebitarmi l’ho invitata presso il mio albergo a Capri. Perciò, se vi è qualcuno della mia famiglia che si è letto sto papiello, prego voler appuntare una suite per settembre a nome Silver Fox, grazie

Tropico del Capricorno: Cape Town, un posto dove vivere

Giorno 3
Se siete tra coloro (tanti in verita’ )che stanno pensando di mollare tutto e aprirsi un chioscetto su di un lido tropicale, mi permetto di darvi un consiglio: lasciate perdere il chiringuito sulla spiaggia, e’ un’idea ormai troppo inflazionata e rischiate di trovarvi quale unico cliente il tipo del chioscetto di fianco al vostro, che a vedere bene era quello che poi in Italia vi notificava a domicilio che cartelle esattoriali di Equitalia. Insomma troppo gettonata come escape strategy. Io invece vi consiglio di scappare qui, a Cape Town: e’ la metropoli più rilassante del mondo, un’alta qualità di vita e l’impressione di un continuo divenire, di un posto che in questa precisa fase storica stia evolvendo rapidamente in bene verso una nuova prosperità; mi lascia l’impressione di una terra che apra opportunità, come l’America di un secolo fa magari. La qualità del vivere, con la possibilità di correre, andare a nuotare o fare surf appena usciti dal lavoro, mi lascia poi pensare ad una città australiana. Oddio, resta ancora una città a compartimenti un po’ stagni: da una parte i bianchi, dall’altra i neri, da un’altra ancora gli indiani e gli islamici, ma sicuramente meno di un tempo. Ad ogni modo, a visitarla almeno la cosa aggiunge un motivo di ulteriore curiosità: i bianchi stanno nella loro bellissima e ben protetta enclave del Waterfront, intorno al porto, ove pare di stare ad Amsterdam o in una cittadina della Scozia o della Cornovaglia, insomma mai in Africa si direbbe a prima vista. Ma resta da dire che l’Africa e’ irrimediabilmente anche questo ormai, colonialismo e suoi derivati storici. Qui sono tutti bianchi, biondissimi e ricchissimi, e per vedere un nero bisogna girare la porta della cucina di un ristorante e guardare dove sciaquano i piatti. Insomma tutto un po’ asettico e provinciale, anche se esteticamente bellissimo per posizione. Se ci si posta poi nel quartiere nero per così dire, insomma quello del centro storico, si è travolti dall’energia e vitalità, ovunque musica da balconi e dehors in legno che pare la New Orleans di cento anni fa, davvero. Ma senza voler a tutti i costi trovare un termine di paragone, diciamo che Città del Capo somiglia innanzitutto a se stessa nella sua unicità e bellezza.
L’ho beccato anche io un tizio che ha cambiato vita venendo qui ma lui per la verità non mi ha stregato un granché, appartenendo ad una categoria che in viaggio vado scansando come fosse la peste: gli italiani. E questo rappresentava pure la tipologia più pericolosa di essi, quelli che fanno: ” no perché in Italia stiamo indietro, li non puoi farle ste cose, non te la fanno fare una roba del genere…!” Poi vai a vedere e stanno parlando di qualche cesso di discoteca a tutto volume su una spiaggia fino a poco prima incontaminata……lui invece, che vive qui da 5 anni, si è impuntato che doveva consigliarmi lui dove andare a mangiare e mi sono voluto fidare : stronzo io, mi ha mandato in un cesso di centro commerciale in vetro-cemento con tutte i negozi delle grandi firme italiane e francesi e sto posto intufato di gente che proponeva sta cucina fusion….. Credo che questo genere culinario, il fusion, assai in voga in ambienti fighetti poggi in realtà su traumi infantili verso la famiglia di origine degli chef stellati e rinomati che lo propinano: cioè loro devono aver una sorta di odio verso la mamma o la nonna che manifestano rinnegandone ad ogni momento la loro cucina tradizionale e andando a schiaffare le tagliatelle bolognesi nel sugo di asparago uzbeko, il sushi dentro la salsa tartara dando vita a sto fusion e alla rinnegazione nevrotica della vecchia cucina della nonna. Il risultato non era comunque malvagio, devo dire. Bruttina assai la coppia che siedeva a mio fianco, con lui omaccione d’affari asiatico ormai sulla settantina e lei geisha porno bimba davvero bellissima, tutta ingioiellata ma visibilmente annoiata: ad un tratto, mentre lui riceve l’ennesima telefonata, chissà se dal lavoro o dalla moglie, la porno bimba si alza urlando in lacrime e scappa via, spero per lei magari con qualche bel giovanottone africano suo coetaneo. Assai meglio il pranzo cmq al mercato del pesce del porto vecchio.
Ad ogni modo una delle attrattive della città sono sicuramente le bellissime escursioni verso i dintorni; non guidando ne disponendo di un battello sto pensando domani di farne una ma non so decidermi, iaaa aiutatemi a scegliere:
dunque ci sta l’escursione in battello all’isola colonia penale ove era rinchiuso Mandela, Robben Island, con visita ai luoghi simbolo dell’apartheid;
poi sta il tour del Capo di Buona Speranza e la bellissima False Bay, che però potrei pure farmi da solo con un po’ di fortuna ;
poi vi sarebbe il tour nelle Winelands dove fanno il vino e pare di stare in Provenza , con le degustazioni dei pregiati prodotti locali;
poi ci sarebbe sta cosa un po’ tamarra di sorvolare in elicottero il Capo di Buona Speranza e partecipare ad una simulazione di battaglia militare con quei fucili credo ad aria compressa;
E poi ci sarebbe sta cosa un po’inquietante per la quale ti portano in motoscafo al largo e ti fanno inmeergere con una muta addosso dentro una gabbia di acciaio nelle gelide acque della False Bay, posto ove si registra al mondo la più alta concentrazione di…..squali bianchi. Si tratterebbe insomma di un bagno in mezzo agli squali, con l’ altro la formula ” soddisfatti o rimborsati”, nel senso che paghi solo se effettivamente lo squalo viene a chiavare le capate contro la gabbia a pelo d’acqua. Per intenderci lo squalo bianco non è che sia proprio uno di quei cacciutielli che si vedono a volte a Capri, e’ una bestia della madonna con denti aguzzi e rancorosi. Si, perché deve avere parecchio rancore se dei coglioni gli vanno a rompere i coglioni tutti i giorni . Mah, non saprei decidermi, voi quale escursione mi consigliereste?

Tropico del Capricorno: welcome to the mother city

Giorno 2
L’epiteto di “mother city” fu coniato per Città del Capo dai primi coloni europei che raggiunsero queste terre remote e pare che la sua etimologia sia da ricercare nella constatazione che tutti ancora oggi fanno nel sobbarcarsi un viaggio tanto lungo ed estenuante fin qua giù, esclamando infatti tutti ” mamma ra maronn!!!”‘ “Mamma santissima!” o altre espressioni equipollenti nelle varie lingue d’origine dall’olandese, all’inglese, al tedesco o all’afrikaaans, una lingua che è la sintesi di tutte quelle dei vari colonizzatori avuti qui. In effetti la prima impressione che il paese lascia e’ quella di un luogo ancora ammantato di uno spirito colonizzatore e pionieristico, e la stessa toponomastica dei luoghi rimanda ad uno spirito di scoperta e pionierismo: la Falsa Baia, il Porto dei Cannoni, il Capo di Buona Speranza, la Coperta del Diavolo e tanti altri nomi che rimandano alla magnifica precarietà di un galeone di pionieri che si avventurano ai confini del mondo in cerca di fortuna.
Per il resto, non ci ho capito ancora molto, francamente sto ancora troppo rincoglionito dal viaggio aereo durato a conti fatti quasi un giorno intero e poi, rispetto ad altri viaggi fatti, ho finora una strana sensazione, una mancanza delle coordinate classiche con cui mi avvicino alle cose: la Geografia e la Storia, ascisse ed ordinate dello Spazio e del Tempo. Finora qui la Geografia, mia passione totale da quando ero bambino, e’ stata brutalizzata da un metallico ippopotamo volante detto Boeing A-380, anzi considerando lo scalo da due siffatti esemplari che hanno percorso un pezzo intero di mondo ad una velocità per quanto mi riguarda inumana e che forza distanze e luoghi, travolgendo pure la percezione che la mente umana ha di quei luoghi stessi e che viaggia ad una velocità assai inferiore agli 800 km/h dei motori di un Boeing. Per capirci, io in un primo momento ( e fino a 15 giorni fa) avevo pensato ad un altro itinerario di viaggio, morbosamente pianificato nei minimo dettagli per mesi: avrei seguito il percorso di Alesandro Magno raggiungendo via mare la tappa di partenza della Macedonia per arrivare , attraverso una mezza dozzina di paesi, fin poi nell’attuale Iran, ove sorge anzi sorgeva Persepolis, rasa al suolo proprio dal condottiero macedone. Il viaggio avrebbe richiesto ovviamente circa un mesetto: ebbene l’ippopotamone metallico della Emirates, manco a farlo apposta, ha sorvolato con precisione chirurgica una ad una tutte le tappe che avevo previsto, dal monte Athos a Sanotracia passando per l’Ararat e Gaugamela fino a Persepolis, ridicolizzando e incenerendo ai miei occhi in 3-4 ore un meticoloso cammino di mesi. Poi è arrivata sta Dubai, il cui aereoporto devo dire e’ davvero bello e non è, diversamente da quanto credevo, una di quelle minchiate fini a se stesse che costruiscono sti sceicchi, giacché questo invece è diventato un hub mondiale di importanza primaria dove transitano milioni di persone per le mete più disparate. Da Dubai un altro ippopotamone metallico per altre 11 ore giù a capofitto sopra l’ africa fin qui alla sua propaggine estrema, il Capo. Guardando più a sud, ormai resta solo oceano fino giù all’ Antartide dove un giorno pure sogno di andare.
Ma prima vediamo di capirci qualche cosa qui: a prima impressione davvero un bellissimo groviglio di cose che fa sembrare a momenti di essere in una cittadina portuale del nord della Scozia con fortissima atmosfera anglosassone e tanto freddo pure, poi giri l’angolo e ti trovi diciamo tra la popolazione indigena dove ti senti ,almeno fin ora , come una sorta di grossa falena appoggiata ad un faretto luminoso circondato da gechi che avanzano…. La prima impressione e’ che francamente la commistione tra la cultura indigena e quella dei colonizzatori europei non sia perfettamente omogenea: a prima impressione direi che i bianchi detengano gran parte delle risorse e dei capitali e abitino nei loro ben protetti quartieri, mentre agli altri sono riservate le posizioni sociali più deboli e meno retribuite, ma non so, ho visto ancora troppo poco. Di sicuro posso dire per ora di aver visto uno strano melting pot in cucina. Infatti in un locale che pareva trovarsi in Cornovaglia o nel East Sussex, ho ordinato le pietanze canoniche di questo tipo di cucina, che poi conosciamo tutti benissimo: fish and chips e un hamburger. Paradossalmente gli inglesi, pur avendo una tradizione gastronomica tra le più deboli e oggettivamente insignificanti del vecchio continente, hanno poi esportato il loro modello di locale ove mangiare più di ogni altro nel mondo, il pub. Qui però, le pietanze vengono preparate con delle varianti in omaggio alla tradizione locale: vabbe, innanzitutto il fish and chips era fatto con qualche bel merluzzone fresco e profumato appena preso dal’ oceano mentre francamente quelli mangiati a Londra mi sono sempre sembrati preparati con specie animali che già dai tempi del Pliocene dovevano aver spostato il loro habitat naturale dal mare ad una cella frigorifera. Ma la big surpirse arriva con l’hamburger, che qui non è fatto col manzo ma con l’antilope. Si, l’antilope, quella bella che salta nel deserto, con le belle corna lunghe, poverina! Mah, domani ne capiro’ di più e avrò cose più interessanti da raccontare che di una cena al pub.
Ultima annotazione sul’albergo, scelto a volo su indicazione della guida che lo descriveva come una figata pazzesca, “assolutamente trendy” , “esperienza imperdibile”, con le stanze una diversa dall’ altra disegnate ognuna da un artista diverso….. Mah, quello che ha disegnato la mia tanto bravo non doveva essere e secondo me fa ora l’artista ma il suo sogno era di fare il dentista, giacché sul letto ha posizionato un’assurda copertura a semicerchio con faretti modulabili vista solo appunto in studi odontoiatrici e dove ho già dato due craniale. Anche il resto della struttura poi assai trendy non mi pare e ricorda un po’ quei posti che mi piacevano tipo a venti anni, una sorta di Officina 99 in salsa sudafricana col portiere che manco a farlo apposta assomiglia a quel coglione dei 99 posse, ecco o zulù , che qua siamo pure in tema. Oggi cambio, sempre che riesca a riaprire la cassaforte, in cui avevo messo il passaporto e la carta di credito ma che è rimasta bloccata e nessuno riesce per ora ad aprirla, manco il cantante dei 99 posse…

Tropico del Capricorno: Dubai, una Edenlandia 2.0 da considerare null’altro che uno scalo aereo

Giorno 1
E’ inver probabile che, ogni volta che parto in viaggio, tra foto e proclami tronitruanti, faccia un po’ troppo lo smargiasso o se vogliamo er capoccia o ancora per dirla alla milanese il maranza, finendo così per tirarmi addosso le iatture e gli occhi secchi di quelli a cui starò sul cazzo (si calcola che in media ogni utente di Facebook abbia statisticamente almeno 7 altri cristiani che gli pareano addosso segretamente su what up). Così il fuoco di sbarramento della sempiterna categoria delle ciuciuettole stamane mi ha riservato parecchie insidie sul cammino : un enorme fuocarazzo appunto e’ divampato nella pineta retrostante Fiumicino causando disagi e una serie incolmabile di ritardi nei voli; inoltre, mentre mi affannano a correre al gate per l’imbarco, mi si è parata innanzi, di colpo come una fera dantesca, una masnada di tamarri ultras della Roma che hanno arrevotato un aereoporto nell”acclamare lo sbarco del neo-giocatore della loro squadra Salah, quello che stava alla fiorentina……bah,mi chiedevo se chist s’accattassero a Maradona che mai si fidassero di fare. Ad ogni modo, con il culo che mi ritrovo c’è poco da fare i menagramo: il mio fichissimo aereo e’ stato praticamente l’unico di tutto l’aeroporto a partire senza manco 5 minuti di ritardo e, quanto a me, mi sento così sereno e su di giri che poco ci manca che decollo da solo. Si, ho ingannato le ore della attesa pensando a cosa andasse storto e quali problemi mi sarei lasciato alle spalle in questa lunga assenza, ma il problema è’ che non mi è venuto niente in testa, niente di brutto o preoccupante all’orizzonte, non so se perché esso non esista o più probabilmente perché sia così stupido da non vederlo. Ad ogni modo, forse il segreto e’ proprio quello, e’ quel misto di sana incoscienza giovanile e ribalderia che ti fa imbarcare in una roba come quella in cui mi sto andando a cacciare io: se ci si comincia a pensare troppo, non si parte mai.
Più che altro, la domanda che mi ponevo era un’altra ora,pur se inver non si tratta di un dubbio esistenziale ma solo di una curiosità da appurare: cosa cazzo ci trovano gli esseri umani di bello mai in quel posto chiamato Dubai???? Io ci vedo solo una sorta di Edenlandia di plastica e asfalto senza arte ne parte, una selva di grattacieli nel bel mezzo del nulla, un’escrescenza del l’occidente abnorme nei presupposti e nelle voluttà. Avessero mai un senso o una necessità quei grattacieli come può esserlo stato per New York o altre metropoli! Queste bizzarre edificazioni qui a Dubai altro non sono che frutto dei pruriti di mazzo di gente che non sa proprio come buttare i soldi, sto sceicchi che un giorno si comprano un mega yacht, un altro Cristiano Ronaldo e un altro edificano un palazzaccio di 200 piani a forma di vongola nel mezzo del deserto per farci giocare i figli a squash. Mah, ci pensavo perché è lì che sto per fare scalo sulla rotta per Cape Town e più che altro perché oggi pomeriggio a Trastevere, in un ultimo up grade di trigliceridi con una pasta alla gricia strafogata a 40 gradi all’ombra, c’era sto tizio del ristorante, una sorta di monumento all’italiano medio, che mi ha fatto due coglioni così nel decantarmi la bellezza di sto coso che sta a Dubai dove si scia su neve artificiale al coperto con fuori 50 gradi all’ombra, così tu puoi farti il selfie in tuta da sci….nel deserto!!!! Bah, morirò senza riuscire a cogliere la magia intrinseca di una cosa del genere.
Sull’altro piatto della bilancia ci voglio però mettere il fatto pure che i lussi e le mollezze dei sultani orientali hanno nei millenni sempre esercitato un fascino innegabile sul più inquadrato Uomo occidentale, fascino tanto più irresistibile perché coglie alla pancia, pesca nelle fantasie più viscerali, basti pensare a luoghi quali l’harem e a tutto l’immaginario maschile ( e maschilista) al riguardo. E senza farla tanto pesante, pure a me sta mollezza dei sultani orientali un po’ acchiappa: mi sono su sta fichissima compagnia Emirates coccolato e vezzeggiato( figurarsi che sta pure il wi fi e ora vi scrivo tipo sorvolando la regione tra Siria e Iraq, quella dove regna il Califfato coi suoi tagliatori di teste) e a proposito di harem, vi dirò!!!! Io delle hostess tanto belle non le ho mai viste: queste sono tutte le ex concubine dello sceicco che ora , diventate un po’ più attardate e milfone, vengono prese a bordo a guadagnarsi la pensione. Davvero un bel vedere, peccato tuttavia che addetta alla zona dove siedo non vi è nessuna delle ex favorite del sultano bensì uno che si tempi d’oro del l’harem avrà rivestito il ruolo di cicisbeo o eunuco: insomma un cappone castrato incaricato di preservare l’ordine e il decoro, compito in cui persevera tutt’oggi se è vero che mi ha fato due coglioni come una mongolfiera per portarmi una birra. E non è neanche la presenza più spiacevole nei miei paraggi…..Alla fine le ciuciuettole e i menagramo una loro misera vittoria l’hanno avuta: alla tipa qua a fianco in foto non è bastato evidentemente tornare dal regno dei morti per venire in Italia esclusivamente per partecipare al campionato mondiale di degustazione di aglio e cipolle, no! Come si può ben vedere in foto, si sta persino sfilando le sue mortifere simil-superga cinesi!!!!! Peste a voi che faceste di me carne da vermi!!

Tropico del Capricorno: Prologo

PROLOGO
E dunque ci sono! Oggi è il giorno zero del mio countdown, quello in cui comincia il viaggio!! …Beh, per la verità non sarebbe proprio così giacchè domattina, in ossequio al detto “tail is the hardest to flay (a’ cchiù brutt a scurtica’ è a coda), tengo un simpatico sfratto a Napoli, ad ogni modo mi piace far cominciare simbolicamente il viaggio oggi che è la festa del Qubè. Poi….poi mi aspetta un’avventura della madonna: da Roma volerò mercoledì all’altro capo del mondo letteralmente ovvero a Cape Town e dopo qualche giorno tra questa bellissima metropoli e i suoi dintorni, nei quali pare fanno un vino che pare di stare in Provenza o magari quella spiaggia dove gli squali vengono presi a calci in faccia dai surfisti, partirò per il selvaggio nord. Ad un certo punto del cammino pare si incontri un meterorite caduto dallo spazio e proprio la sta la frontiera con la principale meta del viaggio: la Namibia. Il fattore del meteorite credo non sia casuale giacchè questa terra, almeno nelle descrizioni che sento, pare davvero qualcosa di piovuto da un altra galassia: spazi sconfinati e pressoché disabitati, deserti con le dune più alte del mondo e savane dove vagano indisturbati animali di ogni sorta, dai leoni ai rinoceronti fino persino alle foche e ai pinguini che salgono qui dal non troppo lontano Antartide, canyon che paiono quelli di Marte, coste marine con deserti fin sulla riva e nebbie perenni che sono la sciagura da sempre dei naviganti che qui si incagliano e naufragano. In mezzo una strana e composita umanità di tribù semi-primitive di boscimani e sparuti pionieri, per lo più tedeschi, venuti qui in cerca di fortuna per lo più a scavare diamanti, il che fa si che nel bel mezzo del nulla del deserto affiorino ste città fantasma di minatori in stile figurarsi bavarese….Non so quanto di questo sia oggettivamente fattibile, avrei più o meno pensato ad un elettrizzante percorso che compendia alcune di ste cose strambe tipo la Costa degli Scheletri e il deserto del Namib, per poi raggiungere la capitale e li aggregarmi alle Iene, i Wild dog, esperti locali e con loro partire in tenda alla volta del Kalahari, in lingua locale letteralmente ” la Terra della Sete”, un immenso deserto ove prendere contatto con i cd Boscimani (saremmo entrati ora nella vecchia terra di Beciuania, odierno Botswana), da li puntare verso nord, verso una delle meraviglie del mondo che sin da piccolo sogno di vedere, un luogo ove un fiume enorme si perde nel bel mezzo del deserto dando origine ad un ‘immenso delta, il delta dell’Okawango appunto, infestato di coccodrilli e ippopotami e attraversabile solo in strette canoe di legno. Da li si punterebbe poi di nuovo verso la Namibia e una sua affusolata propaggine di terra incuneata tra Angola e Botswana, cd. “dito di Caprivi”, per raggiungere il bellissimo parco del Chobe, ove vivono più elefanti che in tutto il resto del mondo, e poi puntare verso un luogo del destino, almeno per me, un posto che da quando ho scoperto esistere mi attira e sembra magneticamente chiamarmi come una sirena con Ulisse: l’isola Mpalilla! Si si, si chiama proprio così, io quasi non ci credevo, Mpalilla Island ed è detta tale, isola, non perchè stia sul mare (che è lontano ormai migliaia di km) ma perché sorge alla confluenza di due enormi fiumi, il Chobe e lo Zambesi. A quel punto, dall’isola Mpalilla vedrò dinanzi a me schiudersi lo spettacolo di una delle meraviglie del mondo, le Cascate Vittoria, “il fumo che tuona” in lingua bantù e, attraversando la frontiera con lo Zambia o lo Zimbawne (a seconda della riva prescelta),raggiungerò l’insediamento che porta ancora oggi il nome di colui che compì per primo questo stesso viaggio nel 1855, una delle personaggi che più hanno catturato la fantasia sin da bambino, Sir David Livingstone. Magari mi siederò pure in quella cd Devil’s Pool, quella vasca naturale proprio sull’orlo della immensa cascata, e vediamo se riesco a chiudere i conti con una brutta storia recente….
Vorrei provare a tenere un diario di viaggio ma oggettivamente dubito di potermi connettere a internet molto spesso in ste aree sperdute, ad ogni modo ci proverò e lo chiamerò ” Tropico del capricorno”, non in omaggio a Henry Miller ma perché a quella latitudine più o meno mi troverò.
Forza dunque, verso l’isola Mpalilla! Maronn’i viaggio!

Il velo di Maya: the Blue Hole

Conclusione
Eccolo qua, questo e’ il Blue Hole, nel pieno dell’oceano,ed è la meta finale del mio viaggio. Non ho capito se lo chiamano così perché per portarti li in effetti ti fanno un buco in petto ma va bene così; la foto, a dire il vero, e’ preso dall’alto per rendere meglio l’effetto mentre io ero via mare, dove non si coglie così distintamente. E’ stato incredibile cmq immergersi in questo abisso spaventoso senza fondo, almeno ovviamente lungo le pareti che lo orlano e che sono un idillio di coralli, pesci, squali e colori di ogni sorta. Poi guardando il basso, si profonda verso un deep blue che impressiona davvero, perché nessuno sa dove sia il fondo di questo buco forse originato da un meteorite. Può essere questa forse una metafora del senso di questo viaggio che, lo ricordo, era dedicato al compiere dei miei 40 anni? Nooo, troppo ardito, e poi certe scadenze e certe date possono sembrare un qualcosa di ignoto solo prima, poi una volta immersici dentro come nel Blue Hole, anche se non si intravede il fondo, non vi è nulla che lasci pensare che il futuro possa essere diverso dal passato. E, almeno nel mio caso, e’ una gran fortuna, perché in questi miei primi quarant’anni ho avuto proprio una bella vita

Il velo di Maya: a dream called Belize

Giorno 10
“Last night i dream of San Pedroo..”- cantava una giovane Madonna in una sua hit di una ventina di anni fa, “La Isla bonita”. Ecco la isla in questione era Ambergris Caye qui in Belize, ove sorge il villaggio di San Pedro ed è la mia prossima destinazione……Pure io poi strong’ a sentire a chella cretina di Madonna: sbarco dal paradiso di Caye Caulker a San Pedro intono alle 9 e alle 9:15 sto già pensando di andarmene. Macchine, rumore, cemento, asfalto, albergoni grigi e ristoranti stereotipati per turisti volgari. Dove è finito qui il mantra “no shoes, no shirt….no problem” che regna sovrano nel pur vicino isolotto di Caye Caulker? Altro che no shoes, questo pare il posto stereotipato per quella tipologia di donna italiana col suo desiderio compulsivo a dover viaggiare con 16 paia di scarpe in valigia e doverne cambiare 5 al giorno almeno. C’è da dire che,quando Madonna cantava quella canzone vecchia ormai di qualche lustro, probabilmente l’isola non doveva mostrare un lato così urbanizzato ma presentarsi come tutt’ora e’ Caye Caulker o altri degli atolli qua intorno, grezzi e sospesi in un incanto di natura quasi incontaminata, frequentati da viaggiatori dotati di uno spirito più avventuriero. Si racconta pure che l’audace Madonna abbia avuto un flirt con uno dei tanti marcantoni epigoni di Bob Marley che furoreggiano qui, inaugurando forse un filone oggi molto in voga tra le sue connazionali. Ad ogni modo a San Pedro, magari proprio sulla scorta del successo della canzone di Madonna, si è messa in moto la machina del turismo più invasivo e deleterio, quello che cementifica e asfalta ogni cosa per concedere enormi camere vista mare e comodi parcheggi a turisti più abbienti e spazi residui sempre più angusti a secondo della capacità di spesa, fino a squallidi loculi di calcestruzzo spacciati per resort economici. Il risultato e’ una roba tipo Ischia, e infatti appena sbarcato becco un gruppo di napoletani che urlano (ma a buona ragione, perché Mertens ha appena segnato il gol del 4-2) . Ad ogni modo trascorro a San Pedro un tempo di circa 40-45 minuti, quelli che intercorrono tra lo sbarco e la successiva ripartenza del natante per Caye Caulker, il posto dove ero prima: già mi manca la mia casetta in legno sulla spiaggia, quel clima incantato e il mio pusher di aragoste & granchi, il quale potrebbe procurarmi una barca per esplorare gli altri atolli al di la del reef, addirittura disabitati Si si, non c’è da pensarci un minuto e rientrato alla “base”, esco subito di nuovo in barca verso questi altri isolotti, Turneffe Atoll e Half Moon Caye. Si tratta di posti che non indugio troppo a descrivere, lascio fare alla fantasia: basta provare a chiudere gli occhi e immaginare di trovarsi su un’isola tropicale deserta, con null’altro che palme da cocco,
mangrovie, uccelli, tartarughe e migliaia di pesci. Credo sia un sogno ricorrente e ben presente nell’immaginario di ognuno: ecco questo Half Moon Caye visitato ora e’ il posto esattamente corrispondente ad esso. Se capitate da quelle parti, attenti solo a dove mettere i piedi perché le tartarughe vengono li a deporre le uova.
Half Moon Caye e’la propaggine più estrema di sabbia prima dell’oceano per migliaia di chilometri. Anzi no: c’è un posto strano più al largo dell’isolotto, molto più al largo, una sorta di buco senza fondo nel mezzo dell’oceano orlato dal reef corallino. Pare sia stato originato dalla caduta di un meteorite. Lo chiamano Blue Hole: e’ quella la tappa finale del mio viaggio, prevista per l’indomani.

Il velo di Maya: no shoes, no shirt….no problem !

Giorno 9
“No shoes, no shirt…..no problem” e’ lo slogan che campeggia un po ovunque in Belize ma dovrà essere stato pensato proprio qui a Caye Caulker. Si perché su questa esile striscia di sabbia strappata all’oceano la vita scorre davvero a ritmi dolci. Si registra innanzitutto l’assenza dei due componenti che personalmente più detesto ovvero il cemento e l’asfalto: le strade sono di sabbia e non vi sono automobili, quanto alle case sono per la gran parte in legno, e abitate da gente con un perenne sorriso che ti avverte che finirai come desco per gli squali se solo ti azzarderai a trasportare qui le tue preoccupazioni della città.
Tutta questa zona del Belize trova la presenza di queste minute striscie di sabbia ricoperte di palme e mangrovie a fungere anche da collante, chiamate Cayes. Solo alcuni di essi sono abitabili e ciò è possibile solo grazie alla presenza del reef, la barriera corallina che funge da flangiflutti per le gigantesche onde oceaniche le quali altrimenti spazzerebbero via in un battito di ciglia questi isolotti passando da parte a parte. Si tratta cmq di ecosistemi molto delicati ed e’ probabile che l’innlazamento del livello dei mari dovuto allo scioglimento dei ghiacci finirà per colpire proprio qui, dopo che già ha reso praticamente impossibile la vita in diverse aree del Pacifico.
Caye Caulker fu fondata da pirati inglesi nel 18esimo secolo, i quali si nascondevano tra questi banchi assai insidiosi alla navigazione per poi colpire i galeoni spagnoli carichi d’oro che salpavano dalle coste del vicino Messico. L’atmosfera picaresca e’ in effetti tangibile ancora oggi e ad un certo punto della storia sono sbarcati da galeoni naufragati sul reef anche schiavi africani, che, restituiti ad una inattesa libertà, hanno colonizzato l’isola. I loro discendenti, ragazzoni robusti in ottima salute e per lo più rasta, sono oggi l’oggetto del desiderio di disinibite turiste nord-americane, che la sera un po’ alticce, anzi parecchio più di un po, si fiondano su sti tronchi d’albero come api sul miele. Una volta questa fetta diciamo di mercato era appannaggio del maschio italiano o per lo meno latino, poi con sta sfaccimma di globalizzazione sono emersi nuovi scenari; vabbuo, se lo piangono i ventenni di oggi insomma.
Quanto a me, ho rallentato il ritmo frenetico dei miei viaggi per adagiarmi su un’amaca in una bellissima casetta in legno fittatami da una matta inglese e sto entrando in contatto con le tantee specie della fauna locale , da un lato trangugiando una quantità vergognosa di granchi e aragoste, dall’altro stringendo rapporti d’amicozia con pennuti e squali, i quali anche loro sembrano essersi conformati al clima sereno e pacioso dell’isola. Si perché non so se riuscite a distinguere nella foto: oltre al pellicano, si vedono che nuotano delle mante, tante centinaia a dire il vero, che proprio ti urtano, ti sbattono addosso per giocare o chiedere cibo come fossero cagnolini. Poco dopo e’ arrivato pure uno squalo nutrice vero e proprio, anzi due, bestioni enormi,e ho azzardato a volo pure un malriuscito selfie, ma mi hanno spiegato che quelli sono di carattere un po’ più incazzosi