A come Atlante: Botswana

Già, il Botswana:

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questo paese dal nome assai esotico e che al solo pronunciarsi rimanda a luoghi lontani ed inospitali, tanto che sovente lo si usa come iperbole per indicare una provenienza improbabile o balorda- “ma da dove vieni? Dal Botswana??”. In realtà difficilmente vi capiterà di incontrare qualcuno che da li in effetti provenga, giacchè i suoi abitanti sono molto scarsi, poco più di un milione e mezzo , meno della proncincia di Napoli pr intenderci, su una superficie estesa quanto Germania e Francia messe insieme.  Il Botswana vanta infatti il primato di paese al mondo con la densità di abitanti per km/q più bassa la mondo: 2,3  (per fare un raffronto, basti pensare che la stessa zona di Napoli ha una densità di circa 4.000 persone per km quadrato!). Rischierete di soffrire di solitudine insomma in Botswana oppure troverete la libertà che avete sempre agognato, a voi la scelta.

 Kalahari Desert - Image credit: kerdowney.com

La ragione di tanta “solitudine” risiede ovviamente nel clima, decisamente arido ed inospitale, occupato per un buon 90% dal Kalahari, in lingua boscimane “Kalahagdar”, Terra della Sete: un deserto di dimensioni sconfinate e condizioni pressochè proibitive per la gran parte degli esseri umani. Distinguevo “la gran parte” dalla “totalità” degli uomini perché, invero, qualcuno della nostra razza in grado di abitare in luoghi così ostili ci sta ancora: si tratta dei cd Boscimani, traduzione dell’inglese “bushmen”, uomini del bush insomma, la vegetazione di rovi e cespugli tipica del Kalahari (che infatti solo in una piccola zona centrale assume la conformazione tipica del deserto sabbioso con le classiche dune). Risultati immagini per bushmen

Incontrare questo popolo, tra i primi ad apparire sulla Terra, è stata una delle esperienze che più mi ha colmato il cuore di gioia ed anche di tristezza, se ripenso alle condizioni sofferenti e di assoluta marginalità in cui vivono. Ecco un estratto del mio diario di viaggio “Tropico del Capricorno”, redatto a caldo durante la avventurosa visita ad una comunità di Boscimani: ”

L'immagine può contenere: 2 persone, persone che sorridono

“Lasciamo la civiltà moderna in uno dei suoi esempi deteriori, un postaccio fatto di baracche che poi sarebbe la terza città del Botswana ed è chiamato Ghanzi, parola che in lingua indigena significa “mosche”, chissà come mai. Segue per una settantina di km una pista di sabbia, nella quale però qualcosa va storto: si rompe l’asse del rimorchio che abbiamo dietro la jeep e dobbiamo lasciarlo li con una delle due guide indigene a sorvegliarlo. Resterà lì tutta la notte.L’altro ci accompagna fino al villaggio dei boscimani, da raggiungere necessariamente prima de tramonto, poi torna indietro con l’idea di recuperare il rimorchio e il collega, ma anche lui non farà ritorno. Siamo soli tra i boscimani, senza zaini, tende, sacchi a pelo e provviste, tutte cose rimaste nel rimorchio impantanato. In poco più di mezz’ora l’intero nostro bagaglio di tecnologia e conoscenza occidentale fatto di macchine fotografiche, carte di credito, transazioni e ammennicoli vari si azzera di fronte alla millenaria sapienza boscimane. Basta che il sole tramonti e la temperatura precipiti come uno Stuka a gradi vicini allo zero per metterci completamente in ginocchio dinanzi a loro a supplicarli di accoglierci e accendere il fuoco con la pietra focaia. Io in bermuda ed espadrillas sono il primo a crollare, ne seguirà una notte molto difficile in una tenda di fortuna con solo una bellissima stuoia di vimini datami dai nativi ma in cambio della quale avrei preferito un piumone di merda della Standa.
Ma queste sono le cose brutte, poi ci stanno quelle belle, cioè loro, the People of the Sun. Il nome di Bush- men, da cui l’italianizzazione “boscimani” ha infatti una valenza dispregiativa e razzista per loro. Sono bellissimi, hanno tratti somatici che sembrano avere levigata in viso tutta la storia dell’umanità, e in effetti l’etnia San (questa volta scritto con la a) e’ una delle più antiche di cui sii ha traccia . Come gli indiani d’America hanno nomi mutuati dagli animali circostanti, così che il vecchio capovillaggio si chiama Tartaruga, il suo apprendista Struzzo che fugge , la moglie Antilope e così via. Li ascoltiamo estasiati dinanzi al fuoco, dipendiamo da loro come bambini dalla madre, come scaldare l’acqua, ove posizionare le tende in un posto pieno di serpenti velenosi. La saggezza di Capo Tartarugs si appalesa ad ogni sillaba, Struzzo che fugge, l’unico a parlare inglese, ci ripete che tutto quello che loro hanno proviene solo dal Bush circostante: il Bush e’ la loro casa, la loro sorgente, la loro riserva di caccia, il loro ospedale, la loro culla e la loro tomba.
Gli storici e i sociologi collocano intorno a seimila anni fa il passaggio di quasi tutte le culture dallo schema cacciatore -raccoglitore a quello allevatore- coltivatore: anche il testo sacro della Bibbia, databile a quella epoca, riprende secondo alcuni nella metafora di Caino e Abele la lotta tra l’uomo cacciatore e quello allevatore – coltivatore , con la vittoria del secondo impersonato da Abele. I Boscimani sono invece rimasti cacciatori- raccoglitori: non rinchiudono gli animali ne coltivano la terra ma cacciano e usano bacche e radici per curarsi. Ma solo una lettura miope e monocorde della storia può vedere in ciò una mancata evoluzione. Struzzo che fugge riesce a capire dallo sterco di un animale dove esso è localizzato, se ha già bevuto o è diretto alla pozza per abbeverarsi. Il Capo Tartaruga si congeda da me che gli facevo mille domande con una frase che ricorderò finché campo: “nel mio mondo io so che solo il leone e il serpente possono farmi del male ma io non li temo, perché li conosco. Nel vostro mondo invece ci sono invece migliaia di cose che
possono farmi del male, ma sono cose che purtroppo io non conosco. Ma il problema , amico mio, e’ che neanche voi stessi le conoscete.”

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Ecco anche un link ad un video che ritrae La Gente del Sole ballare intorno al fuoco

La danza dello struzzo

Ad ogni modo, il Botswana è sì tanto deserto ma riesce ad essere anche molto altro e qualcosa di molto diverso: nella regione settentrionale, a confine con Namibia e Zimbawne, esiste uno dei luoghi più incredibili e singolari al mondo, il Delta dell’Okawango.

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Come potete facilmente constatare, di deserto qu se ne intravede poco e l’elemento predominante è un altro, l’acqua come in ogni delta. Ma i delta solitamente si trovano laddove il fiume sfocia nel mare, e il Botswana non ha sbocchi sul mare. E allora? e allora succede che questo gigantesco fuoco, che nasce in Angola e attraversa la Namibia, muore nel bel mezzo del Nullla del Kalahari, a migliaia di km dal mare, dando luogo ad uno degli ecosistemi più irripetibili che esistano al mondo: una sorta di palude estesa quanto il Belgio ove prolifera una vita impossibile a pensarsi solo pochi km oltre, ove regna il Kalahari.

Sognavo sin da bambino di recarmi un giorno nel Delta dell’Okawango, un bel giorno ci sono riuscito

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Anche in questo caso preferisco affidare al ricordo alle pagine del diario redatte in quei giorni magicid i acqua e fuoco

“Giorno 11
I vascelli inglesi che solcavano gli oceani nel diciassettesimo e diciottesimo secolo alla ricerca di nuove terre da esplorare annoveravano a bordo un’eterogenea composizione di uomini e figure professionali: vi erano ovviamente marinai ufficiali e ciurma, vi erano poi soldati ed emissari diplomatici incaricati di trattare coi dignitari nativi per conto di Sua Maestà, e vi era poi, caso peculiare delle navi inglesi, una vera e propria equipe di scienziati al seguito: biologi chiamati a censire le nuove specie animali, antropologi incaricati di studiare le nuove popolazioni incontrate, geologi, ingegneri minerari e altri. Ma una figura assolutamente peculiare e irripetibile era quella rappresentata dagli assaggiatori: si, assaggiatori ma non di vino o dello scadente rhum di bordo bensì di acqua: l’acqua del mare, che dovevano bere non appena la nave gettava l’ancora su una terra sconosciuta, al fine di stabilirne il livello di salinità o meglio di dolcezza e riuscire più o meno a stabilire la vicinanza o meno di un fiume d’acqua dolce e quindi potabile.
Dubito che tale affascinante figura professionale abbia mai potuto prosperare in Botswana ai tempi in cui David Livingstone la esploro’ per primo battezzando la Beciuania: la presenza di “assaggiatori” e’ da escludere perché in Botswana il mare non c’è ma in generale e’ proprio l’acqua ad essere assente, il maestoso Kalahari occupa circa il 90% del territorio. Vi è tuttavia una robusta e vibrante eccezione alla Terra della Sete: dalla vicina Angola un possente fiume ivi chiamato Kubango scende a sud tagliando il Caprivi Strip namibiano ove prede il nome di Kavango, raccoglie a se le acque di molti fiumi circostanti fino a entrare in Beciuania e sfidare il gigante Kalahari. Acqua azzurra contro sabbia rovente, una sfida tra elementi primordiali che ammette un solo vincitore, ed è il Kalahari: il pur possente fiume non riuscirà’ mai a raggiungere il mare e a liberarsi delle spire di sabbia del gigantesco deserto, nel quale va a prosciugarsi e morire. Ma prima di soccombere, il fiume ora detto dai locali Okavango esala un ultimo rantolo, come un titano omerico morente che scaglia il suo ultimo masso: la mole d’acqua prima di prosciugarsi da origine ad un ecosistema paludoso unico al mondo, il più grande delta interno (ovvero lontano dal mare esistente), una inestricabile giungla di papiri, mangrovie bambù, coccodrilli, ippopotami e uccelli di ogni sorta: il delta dell’Okawango.
E’ un posto che sogno di vedere da quando sono bambino ed eccomi diretto li, quasi non ci credo! Ci separano da esso ancora altri 400km di “green Kalahari”, che percorriamo in jeep e dove l’unica presenza umana e’ data da due posti di blocco della zelante polizia dello Botswana, che ci perquisisce entrambe le volte da capo a piedi. Ma non sono insospettiti dalla presenza di armi, droga o preziosi, no: cercano carne. Si, la carne bovina, di cui il Botswana e’ un grosso esportatore mondiale. Tale vendita ai mercati europei di ane costituisce la voce pressoché unica del Pil locale (insieme ai diamanti, la cui estrazione però è gestita unicamente da olandesi) ed è quindi spasmodica l’attenzione dei governanti locali per le mandrie e gli allevatori. Ma dai tempi della mucca pazza in poi l’Europa esige la tracciabilita’ e una vasta garanzia sanitaria sulla carne, cosicché 5 anni fa un’epidemia di peste bovina incenerì’ l’economia del paese: i politici locali, una giunta di militari di estrema destra, attribuirono la colpa agli stranieri untori della peste, ed ecco spiegati i controlli a tappeto sulla nostra jeep alla ricerca della eventuale carne appestata. Ci aprono e sezionano i sandwich con le dita, li analizzano, poi, appreso che si tratta solo di pollo, veniamo scagionati e ci vengono reincartati e restituiti i panini……ci mancava solo che dicessero “buon appetito ragazzi!”: dopo averli aperti e ispezionati con le mani, che se li mangiassero loro sti panini di merda!
La vivisezione dei panini non è cmq l’unica ne la peggiore anomalia ingenerata dalla sfruttamento intensivo dei pascoli. Gli allevatori boeri sottraggono la terra ai nativi per destinarla ai pascoli. Da sempre a ben vedere gli allevatori sono il braccio armato e sporco dei pionieri: pensate al far west e ai cowboy, nella iconografia cinematografica non erano loro forse a cacciare indietro gli indiani? Lo schema di conquista dei nuovi spazi e’ proprio quello di cui parla il filosofo Karl Schmitt: occupare/ ripartire/ recintare. Qui il recintare ingenera un disastro del tutto peculiare : se e’ vero che dal recinto non scappano le vacche, poi e’ altrettanto vero che così restano bloccati anche leoni, antilopi, bufali e gnu che dovrebbero migrare per migliaia di km.
Cmq dove andiamo noi, non ci arriva l’Uomo Bianco coi suoi allevamenti: in quella selva inestricabile di giunchi e papiri e liane ci abitano solo i Kavango, i river- people.
Li raggiungiamo a tarda sera, con le stelle che si specchiano una ad una nella laguna, ma siamo ancora del tutto ignari dello spettacolo incredibile che la luce del giuro ci riserverà l’indomani.”

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Una volta nella vita, forse due, capita ai più fortunati tra gli uomini di andare in Botswana: io sono stato tra quelli

 

Strade: da Roma a Budapest in una settimana

Ecco un itinerario semplice ed estremamente gradevole per arrivare dall’Italia alla non troppo lontana Budapest, prescindendo dalla banalità di un volo low cost ed viaggiando ad un’altra velocità in posti bellissimi e non ancora troppo inflazionati, con spostamenti tutti di breve durata ed estremamente agevoli

Partenza: Italia

Arrivo: Bupest

Durata: una settimana

Budget: da 500 a 1.500 €

1° giorno: Trieste

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Da Roma o dal vostro punto di partenza in Italia raggiungete l’elegante Trieste, città di frontiera protesa a Est e con questa bellissima piazza protesa verso il mare, la chiave d’ingresso per la Mitteleuropa

 

2° giorno:  Caporetto

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Il nome del luogo evoca uno dei passaggi cruciali della nostra storia recente, e una visita appare imprenscindibile Arrivarci da Trieste è semplice quanto affascinante: varcata la frontiera con la Slovenia (a pochi passi praticamente), dall’abitato di Nova Gorica salite su un romantico trenino di inizio Novecento, costruito appunto ai tempi della Prima Guerra Mondiale. Con esso risalite tutta la bellissima valle dell’Isonzo, dove si consumò la tragica epopea dei soldati italiani impegnati su questo fronte nella Grande Guerra. Capoluogo della regione è infatti proprio la nota Caporetto, oggi Kobarid in Sloveno, dove sorge un bellissimo museo della battaglia e dove è possibile percorrere le trincee e i camminamenti dei soldati italiani. Per i più sportivi anche la possibilità di fare rafting nelle acque gelate del verde Isonzo (Soca in sloveno) nonché di risalire fino a questa bellissima gola con annessa cascata, detta del Kozjak

 

3° giorno: Lago di Bled

Assumption of Mary Pilgrimage Church, Lake Bled, Slovenia
Assumption of Mary Pilgrimage Church, Lake Bled, Slovenia

Scommetto che vi piaccia molto la foto qui sopra: in effetti il lago di Bled è davvero bellissimo ed è uno dei simboli della Slovenia, paese piccolo e verdissimo. Al lago di Bled ci si arriva da Caporetto dopo aver completato la risalita della valle dell’Isonzo ed esseri poi inerpicati sull’altissimo monte Triglav (monte Tricorno), altro simbolo nazionale, dalle caratteristiche tre cime aguzze da cui il nome. La strada che conduce in alto riporta ad un altro drammatico passaggio passaggio della Grande Guerra, prendendo il nome di “Strada dei Russi”, dalla nazionalità dei prigionieri che la edificarono per rifornire il fronte dell’Isonzo dalla parte austriaca. Scavalcato il Monte Tricorno e superata la dimenticabile Granisca Gora, sorge questo bellissimo lago con l’isoletta al centro. Consiglio gastronomico: le trote arrosto!

 

4° giorno: Lubiana

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La capitale della Slovenia è una città tutto sommato piccola ma estremamente vitale e dall’impronta cosmopolita, assai poco “jugoslava” e molto più proiettata verso la Mitteleuropa. La sua stessa architettura, di epoca prevalentemente asburgica, la colloca nel solco di una tradizione più centro-europea che balcanica. Davvero una meta estremamente piacevole

 

5° giorno: Ptuj

ptuj

Con questo nome che pare uno starnuto, forse Ptuj potrebbe non dire molto a parecchi di voi: Eppure si tratta davvero di una “hidden gem”, uno scrigno di bellezza tutto da scoprire, piccolissimo quanto prezioso. Collocata ad un centinaio di km forse meno ad est di Lubiana, Ptuj sorge in effetti appena oltre le Alpi, quando i monti lasciano ormai spazio alla pianura alluvionale dei grandi fiumi della Pannonia, Danubio, Sava e Drava. Da qui fino a Budapest non vedrete una montagna più alta di un cavalcavia ed il paesaggio sarà piatto come quello di una frittella: a proposito, qui a Ptuj ne fanno di buonissime ripiene di albicocche. La cittadina è davvero deliziosa con le case rosse e la piazza abbarbicata sotto la rocca, ove si tiene anche un bizzarro festival dal binomio irresistibile: vino & scrittura. Completate l’idillio con un luccioperca (il nome in lingua slava suona meglio per questo bel pesciolone della Sava) alla griglia, proprio in riva al fiume.

 

6° giorno:  Lago Balaton

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“Il mare di Ungheria” sorge poco oltre il confine sloveno e un po prima della capitale Budapest, in una verde regione quasi disabitata. Un comodo treno da Ptuj vi permetterà una sosta qui, prima di raggiungere la capitale Budapest. Il Balaton è un lago piuttosto esteso e con diversi siti interessanti, dalla storica Keszthely alla moderna Siofok , “la Ibiza” del Balaton, capitale dei divertimenti e dei balli sfrenati, a voi la scelta

 

7° Budapest:

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Un’oretta ancora di treno ed eccoci a destinazione nella bella Budapest, di cui forse saprete già tutto o molto perlomeno. Mi limito a qualche minuscolo consiglio, neanche troppo ricercato: le terme Gellert davvero bellissime e, per la notte, i cd “locali in rovina”, pub e locali notturni ricavati dentro palazzi fatiscenti riattati a luoghi cool d’incontro. Ma forse ormai saranno superati da chissà quale nuova tendenza, vista la velocità a cui si viaggia in questo settore modaiolo. Altro consiglio il mercato delle pulcidi Ecseri, qualche km fuori città

 

 

Strade: da Venezia a Istanbul in 15 giorni

Start: Venezia

End: Istanbul

Durata: da 12 a 15 giorni                                                                                                                         Budget: da 1.000 a 2.000 €

Il primo itinerario da proporvi è tanto semplice quanto suggestivo: unisce due località dall’immenso fascino, storiche città secolarmente nemiche tra loro, chiamate a gareggiare per il primato sui mari e sulla terra, e forse anche in bellezza: Venezia e Bisanzio, le flotte col vessillo di San Marco e di Costantinopoli che si scontrano come a Lepanto o altrove. Oggi proviamo a unirle, passando un po dal mare e un po dalla terra, scoprendo un mondo ricco di sorprese-

1° giorno: Venezia- Pola

Da Piazza San Marco dirigetevi al vicino molo a prendere un traghetto o anche un aliscafo della Venezia Lines in partenza per l’Istria: tra le varie mete proposte, fate rotta su Pola

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capoluogo della penisola d’Istria e collocata proprio sulla punta di essa, in posizione così strategica sul golfo del Quarnaro da non poter essere trascurata sin dai tempi antichi. Qui infatti hanno sede vestigia stupende dell’antica Roma, tra cui un anfiteatro che gareggia col Colosseo in grandezza. Siamo in Croazia ma tutto rimanda ancora oggi all’Italia, a cominciare dalla nutrita comunità locale fatta anche vittime di persecuzioni razziali negli anni del dopoguerra. La città è un proscenio a cielo aperto di bellezza oltre che un importante porto sull’Adriatico.

2° giorno: Parenzo e Rovigno

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Percorrete in bus la costa settentronale dell’Istria in bus o ancora in traghetto, la distanza è assolutamente esigua, e approdate prima a Rovigno e poi a Parenzo. Sono i nomi (italiani) di due borghi istriani talmente ben conservati da avere paura di poter rovinarne il selciato coi vostri passi. L’architettura é prettamente veneziana, come la loro storia. Da queste parti, negli anni delle guerre contro Costantinopoli, avevano il loro covo gli Uscocchi, la risposta cristiana ai predoni saraceni: si trattava di pirati che assaltavano le navi turche con coraggio e spirito di predoneria, al soldo di Venezia e anche del Papato, con cui facevano buoni affari uniti dal comune Nemico, i Saraceni. Scegliete per pernottare quello dei due borghi che vi sia risultato di maggiore gradimento, magari alloggiando in una “sobe”, economiche stanze di privati messe a disposizione dei turisti. Prima, però una mangiata di cozze e pescato locale è un must imperdibile.

3° giorno: Laghi di Plivice:

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Partenza di buon ora da Rovigno (o Parenzo) in bus alla volta di Fiume (Rijeka in croato), da qui un nuovo bus alla volta di Karlovac,  nell’interno della Croazia. Qui un nuovo cambio alla volta del parco naturale di Plivice. Partenza per le 7 di mattina, dovreste essere qui non più tardi delle 11. Appena fuori dal bus, capirete che ne è valsa la pena: si tratta di un parco naturale magnifico e spettacolare, con decine di cascate ravvicinate come le gimcane di una montagna russa d’acqua e vapore acqueo; camminerete su passerella in legno che paiono sospese nel nulla, ad accrescere la sensazione di trovarvi in un luogo della fantasia. E’ considerato uno dei parchi naturali più belli d’Europa, unico inconveniente è che lo sanno già in tanti ed è spesso affollatissimo. La sera potrete alloggiare in uno dei tanti eco-lodge che sorgono nei pressi.

4°  e 5° giorno: Zagabria

Un paio di ora di bus e sarete nella dinamica ed elegante capitale della Croazia, pregna di uno stile asburgico in ossequio alla lunga dominazione della casa d’Austria.tnx-9222-zagabria La città vanta begli edifici, sontuose chiese gotiche e una bellissima piazza. Si tratta di una capitale giovane ed allegra, dove spendere volentieri qualche serata di baldoria. Ricco il calendario degli eventi, a partire dalla scena musicale che spazia dalla tradizione della musica classica alle serate di tendenza con dj e locali alla moda. Potrete anche arricchire il programma con una gita giornaliera nella vicina Varadzin, prima capitale croata, un trionfo di barocco in una campagna che degrada verso l’Ungheria.

6° e 7° giorno: Vukovar- Osijek- parco del Kopacki Rit

In bus o treno verso il sud interno della Croazia, la fertile regione della Slavonia, per questo motivo contesa sin dai tempi antichi dai tanti popoli passati da qui. Gli ultimi in ordine di tempo sono stati proprio i Croati e i Serbi, che vivono poco più a sud: la zona fu intererssata dal ’91 al ’93 da aspri combattimenti, specie intorno alla città di Vukovar, che eroicamente resistette per oltre un anno agli attacchi serbi. La città, un tempo un gioielo barocco, porta ancor visibili gli scempi della guerra ed è un luogo della memoria senz’altro da visitare. Ma le meraviglie della regione giacciono altrove: a tavola, con la eccellente cucina della Slavonia fatta di cacciagione e altre prelibatezze, e nella natura, che soggiace bellissima e come dormiente. La regione sorge in prossimità del più grande bacino idrografico europeo, alla confluenza della Sava e della Drina, che poco più in basso confluiscono nel Danubio, dando luogo ad enormi pianure alluvionali. Ovunque volano uccelli in un paesaggio incantato quanto sonnolento, e quando parllo di uccelli parlo di anche di aquile pescatrici che ghermiscono con gli artigli giganteschi lucci dalle acque,e il tempo pare scorrere ad un’altra velocità.croatia_slavonia_nature_park_kopacki_rit_001-1 Fate base nella bella cittadina di Osjiek oppure in una delle tante fattorie- guest house. Qui sorge il parco del Kopacki Rit, il Parco della Pace, quella tra Serbi e Croati che abitano le due sponde dei fiumi posti proprio a confine. Nella lentezza e dolcezza del vivere dei luoghi, le mostruosità della guerra paiono un ricordo lontano. Non dimenticate una buona tonnellata di repellente per le zanzare, se non vorrete uscire alleggeriti di un paio di litri di sangue.

8° giorno: Novi Sad

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Si entra in Serbia, e più precisamente nella regione della Vojovodina che-azzardo un pronostico- potrebbe essere la prossima regione a dare luogo ad uno staterello indipendente, secondo lo schema canonico della “balcanizzazione”: ovunque è percepibile il risentimento verso il potere centrale di Belgrado e l’afflato di indipendenza. Qui sorge l’eclettica Novi Sad, davvero una piacevole sorpresa sulla via per Belgrado. E’ una gran bella cittadina, anch’essa assai vitale ed energica, e, a differenza della capitale, portatrice di una multiculturalità merce rara in Serbia a dirla tutta. Qui ha sede il cosmopolita Exit Festival in Luglio, con kermesse musicali e artistiche di livello mondiali. Il nome “Exit” dato alla rassegna pare corroborare il mio pronostico circa la futura indipendenza…

9° e 10° giorno: Belgrado

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Capitale della Serbia assai fiera di esserlo quanto nostalgica di non esserlo più di quella che fu la ex-Jugoslavia, a queste latitudini coniugata molto come un’estensione geografica del mito della Grande Serbia. In effetti tutto rimanda ad un nazionalismo tanginile e ad una grandeur mancata o perlomeno interrotta, chissà fino a quando. La città sorge in una posizione davvero magica, alla confluenza tra Danubio e Sava, e l’incrocio delle acque è dominato dalla fortezza del Kalimantan. Bella anche la parte settecentesca e il quartiere bohemien, ma come tutte le capitali risente dello stile imposto dall’ideologia dominante: nel caso di specie, il socialismo nella accezione jugoslava, che ha disseminato la città di grigi casermoni. Nel complesso una città che non amo ma che non fa mancare i suoi punti a favore, primo fra tutti una convulsa vita notturna, con bellezze locali di prim’ordine. Se questa può essere una molla a spingervi qui, la possibilità di rimorchiare intendo, tenete presente tuttavia che quasi nessuno, maschi e femmine, da queste parti scende sotto il metro e 80 di statura. Belgrado è comunque anche molto altro. Un paio di giorni ce li vale tutti.

11° giorno: Belogradchik

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Questa è davvero una “hidden gem”, una gemma nascosta di cui dubito abbiate sentito parlare. Per intenderci siamo in Bulgaria ormai, ove arriviamo attraversando tutta la Serbia del Sud, a confine anche con la Romania, in quella zona ove il Danubio entra in una stretta gola chiamata “le porte di ferro” dai condottieri romani che la attraversarono per invadere la Dacia (oggi Romania appunto). Noi invece facciamo una svolta ulteriore a sud-est verso il massiccio montuoso del Pirin, dove tra queste rocce rosse ed enigmatiche sorge questa città-fantasma dal nome difficile a pronunciarsi. Si tratta di un ex insediamento romano o probabilmente tracio, un sito dalla suggestione assoluta dove pare di gallegiare nell’aria, una sorta di Machu Picchu balcanica o forse un sito di atterraggio di qualche nave aliena. Bello e sconosciuto. La sera alloggiate in qualche tradizionale “mehana” bulgara, gustando zuppa di coniglio a prezzi irrisori, il contesto potrà sembrarvi un po’ impressionate per quanto retrogrado e desolato, ma siete nel cuore di tenebra dei Balcani ormai e non potete più tornare indietro: il punto di non ritorno è oltrepassato e non vi resta che fare rotta su Istanbul

12° giorno: Sofia

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La Bulgaria è un paese molto esteso ma scarsamente popolato, coi suoi soli 4 milioni di abitanti su un territorio di poco inferiore alla Spagna: ve ne accorgerete scendendo dai monti del Pirin e attraversando verdi pianure disabitate fino alla capitale Sofia, dove si concentra la buona metà di quei 4 milioni. E’ una città che ancora non conosco in verità ( e conto di colmare la lacuna a breve): la credo una città bella e interessante nela parte museale, soffocata da un enorme problema di traffico. Le dimensioni sono abnormi e i lunghi viali di edilizia razionalista amplificano la sensazione. Dicono sia sensazionale la visita alla basilica, altro per ora non so dirvi.

13° giorno: I sette laghi di Rila- Montagne d’acqua

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Qui invece ci sono stato e me lo ricorderò finché campo: i 7 laghi di Rila, immersi in uno scenario di alta montagna a poche ore da Sofia, sono uno scenario magico e segreto. Vi sembrerà di entrare in altro mondo, e la tortuosa strada per arrivarvi contribuisce a ciò. Alla zona viene dato il suggestivo nome di “Montagne d’acqua”, e quest’elemento è in effetti ovunque, a cominciare dai sette laghi di un verde acquamarina in cui si specchiano i ghiacciai sovrstanti. Una setta, i Bogomili, crede che in quei laghi riposino le anime dei loro progenitori, eretici sterminati intorno all’anno mille dal Vaticano, e una volta l’anno tengono qui questo raduno detto “Paneuritmia”, dove si balla in cerchio evocando la forza della Madrenatura. Con molta fortuna e un pizzico di incoscienza riuscì ad “imbucarmi” al Paneuritmia, la ricorderò tutta la vita la mia esperienza tra i Bogomili danzanti. Vale un viaggio.

14° giorno: Plovdiv

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Ecco un altro posto stupendo: la piccola Plovdiv, abbarbicata su 7 colli come Roma, rispetto alla quale è persino più antica come dicono i suoi abitanti. Ma andiamo con ordine: scendiamo dalle altissime Montagne d’acqua fino a Samokov e poi ancora in bus fino a Plovdiv, non lontano dalla Valle delle Rose. Siamo ormai nella Tracia bulgara,  sud del paese, non lontani dal Mar Nero e dalla meta finale. Plovid è un gioiello di architettura ottomana, con queste case del periodo della Rinascita bulgara che si inerpicano sui colli, e al centro, ancora una volta, un magnifico anfiteatro ottomano. E’ una città affascinante e dove viene la tentazione di trasferirsi, una sorta di Firenze (piuttosto che Roma) in stile ottomano.

15° giorno: Istanbul

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Beh, qui le presentazioni non servono proprio. Ci si arriva in 4-5 ore di comodo bus da Plovdiv, varcando il confine nei pressi della turca Edirne. Mi limito a darvi un consiglio: se vi è avanzato un giorno, vale una sosta anche questa Edirne con le sue moschee che competono in bellezza con Istanbul e la sensazionale gara di lotta che ivi si tiene, con gli uomini più forti della Turchia che combattono cosparsi di olio di oliva. Quanto poi a Istanbul, o Costantinopoli o Bisanzio, beh delle città più belle del pianeta, che dire? Potrete festeggiare la fine del viaggio con un tuffo nelle acque del Corno d’oro, e ovviamente spendere qualche giorno extra qui.

Siamo giunti a destinazione dunque.

Forse strada facendo avete perso il filo e quindi vi aiuto con una mappa che indichi le tappe del percorso, anche se la foto fa un po schifo ma pazienza, è un po naif come il viaggio d’altra partemappa

Secondo me, è proprio un bel viaggio!

 

 

A come Atlante: Bosnia

Premettiamo una cosa: il mio punto di vista sulla Bosnia-Erzegovina non è per nulla oggettivo e ben potrebbe essere tacciato di essere parziale, perché io  questo paese lo adoro. Se accettate questa mia “faziosità” in partenza, allora pigliate per buono pure il consiglio che sto per darvi: la prossima vacanza o anche solo il prossimo week-end all’estero che avrete programmato, non andatevelo a fare nelle solite Londra o Copenaghen, Praga o Dublino, che, per quanto bellissime, si somigliano irrimediabilmente tutte nell’essere ormai così ovvi segmenti dell’Occidente. Pensate ad andare in Bosnia, è un tiro di schioppo dall’Italia, più vicina a Napoli ad esempio di quanto non lo sia Milano, eppure è qualcosa di incredibilmente diverso e unico, piccolo, magico economico e a portata di mano. E vi assicuro, che al di la del nome che evoca nel nostro immaginario scenari cupi di guerre e persecuzioni certo incancellabili e assai visibili, non esiste alcun pericolo attuale di sorta circa la vostra sicurezza. Fate così: cominciate da Mostar che è collegata con aerei low cost gionalieri dall’Italia per via della vicinanza alla nuova Mecca del turismo religioso Medjugorie ( ma sto ultimo posto saltatelo a piè pari, uno dei luoghi più brutti e tristi mai visti in assoluto per quanto vi abbia speso una mezz’orett di passaggio, una sorta di ectopia fuori le mura del profondo sud italiano, ma lasciamo perdere proprio). Dicevo di Mostar, si, col suo unico ponte ricurvo in pietra sulle verde Neretva, distrutto durante la guerra e poi ricostruitoMostar--1365x768.jpg

Per quel che mi riguarda, provo un’affezione unica e singolare a questa cittadina, che per me fu la porta dei Balcani, un mondo di sensazioni e odori che ho rovistato su e giù per anni sulla scorta della mia Musa Paolo Rumiz e dello scrittore Ivo Andrijc, nato non lontano da qui. Successe tutto per caso, come una cotta per una bella ragazza incontrata per caso dopo una sbronza: partivo da Dubrovnik, bellissima città veneziana sulla costa croata ma ormai piegata agli standard assai invasivi del turismo occidentale, ed ero diretto verso un’altra località di mare della costa croata, piatta e monocorde come tutte le stazioni balneari. Poi, alla stazione dei bus, vedo questo cartello con scritto sopra “Mostar- Sarajevo”, ci salgo ed entro nei Balcani, da cui fatico con la mente ad uscire ogni giorno della mia vita. E’ un mondo della diversità confuso e vitale, che sprizza ad ogni angolo la caratteristica che mi fa amare per sempre un luogo: l’originalità. Mostar in particolare è la città simbolo del martirio della guerra della ex-Jugoslavia, imperversata dal ’91 al ’95 a pochi km dalle nostre città, mentre noi, in un immaginario distorto del tutto irrispettoso della geografia e della storia, pensavamo che i massacri e le atrocità avvenissero chissà dove. Ma vi dico: ho viaggiato in lungo e in largo per la ex-Jugoslavia e ad ogni centimetro della guerra ivi consumata ci ho capito di meno, per cui ometto di parlarne, e vi assicuro che è qualcosa di assolutamente incomprensibile solo a voler capire quelle che siano stati le fazioni in lotta, che cambiano ad ogni villaggio e ad ogni ponte. A proposito di ponti: lo avete mai letto “il ponte sulla Driina” di Ivo Andrijc? Beh, fatelo subito. I fiumi e l’orografia segnano irrimediabilmente questa terra montuosa e aspra: vi dicevo della dolce Neretva che solca Mostar, po sta la storta Driina impossibile a raddrizzarsi come recita un proverbio locale. Tutto per la verità in Bosnia pare corrugato e intrecciato dalla georafia come dalla storia, in una matassa inestricabile e bellissima. Ottomani e Latini, Slavi ed Ebrei erranti, Zingari e Asburgici. La summa di tutto ciò è la capitale Sarajevo: da Mostar ci si arriva in un 3-4 pre scavalcando bellissime montagne e infilandosi in gole profonde a bordo di un lentissimo trenobosbia ed il peggior errore che potrete fare è farvi cogliere da un’occidentale fretta di arrivare, perdendovi il paesaggio disegnato da qualche divinità ubriaca. Moschee irte su verdi gole, cascate, ponti in pietre e ponti in ferro ahime ponte-b bombardati. Alla fine sta Sarajevo, forse una delle mie città preferite al mondo, dove non vedo l’ora di tornare per la quarta, forse quinta volta. E’ innegabile la presenza della guerra e ciò che è stato, ed è immancabile la visita al museo sulla strage di Sebrenica (luogo a confine con la Serbia anch’esso visitato nel suo orrore) ma poi sta tanto e tanto altro. Il quartiere di epoca asburgica con il ponte ove fu assassinato l’Arciduca d’Austria dando fuoco alle polveri del carnaio della prima guerra mondiale, il quartiere ebraico e quello ottomano, così vicini come non so in quanti altri posti al mondo, la biblioteca costruita dagli Ebrei Sefarditi in fuga dalla Spagna, che custodisce il libro sacro più antico al mondo dopo la Bibbia. Lo splendido edificio fu a sfregio bombardato dai Serbibiblio con conseguente rogo di oltre due milioni di volumi, purtroppo è irrimediabile parlare anche della guerra a queste latitudini.

Ad ogni modo, Sarajevo è stata ed è tutt’ora, in una veste difficile a comprendersi per chi non vi è mai stato, un modello di multi-culturalità e integrazione unico e irripetibile, diverso dai nostri parametri in materia ma certo da considerare. Non mi soffermo troppo sull’argomento, lasciando a voi il piacere di una scoperta, magari con una visita nella Bascarsjabascasj, il quartiere ottomano di Sarajevo, più autentico persino dei bazar di Istanbul.

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C’è poi ancora molto altro in Bosnia, dalla città natale di Ivo Andrjc, Travnik alla splendida natura con fiumi rigonfi di trote, passando per moschee dove viene predicato un Islam spirituale e filosofico, e dove potrete essere accolti da un’ospitalità da Mille e una notte in una cornice scenografica che ricordereste finchè siete in vitamoschea, ma non voglio sconfinare nel retorico.

Ah, poi c’è quest posto non brutto, si chiama Pocitelj bosni, dove se per caso siete artisti, di qualunque sorta o credo, verrete ospitati gratuitamente per un mese, quello di maggio, sfamati con miele dolcissimo e carne di qualità inimmaginabile per noi europei, all’unica condizione che, alla fine del vostro soggiorno, lascerete una vostra opera alla fruizione della comunità locale.

Se siete amanti della diversità, visitate la Bosnia-Erzegovina

 

 

A come Atlante: Belize

Il giorno del Giudizio Universale, se dovesse mai presentarsi, sarà per gli abitanti del Belize un giorno come tutti gli altri, perchè il Paradiso loro lo hanno già conosciuto in Terra.

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Sì, vi sarà capitato spesso di pensare ad un paradiso tropicale fatto di dolci spiagge ammantate che degradano verso l’orizzonte, amache che ciondolano da palme  e mangrovie su cui stare appollaiati disperdendo ben presto ola nozione del tempo, pesci colorati che sguazzano tra la barriera corallina come in un mondo alieno, e ovunque rilassatezza, evasione. E’ uno scenario della nostra immagine piuttosto usuale e contrabbandato su decine di brochure turistiche. Maldive, Thailandia, Messico, Caraibi….Ma il Belize li straccia tutti: se questa è la vostra immagine del paradiso, allora cercate sulla mappa dove è il Belize e prenotate il primo aereo. Anzi vi aiuto io a trovarlo sulla cartina, così fate prima:

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prendete lo Yucatan ma lasciate perdere la parte più nota di esso, quella occupata dal Messico e ormai più inflazionata di una lattina di Coca-cola, coi suoi grattacieli e i suoi resort di plastica, il suo turismo dozzinale e rumoroso. Qui l’unico rumore percepibile è quello delle fregate e degli aironi che si librano nel cielo fino a oscurare il sole. Il paese prendeva il nome di Honduras britannico fino a pochi decenni orsono ed era infatti una colonia del Regno Unito: una certa impronta è ancora assai visibile nella parte continentale, con i cottage in legno e altri dettagli dall’aria molto british. Poi ci sono le isole del Belize, i cosiddetti caye: striscie di sabbia tenute su dalle radici di mangrovie che sembrano pedane galleggianti disegnate da qualche divinità in un giorno di buonumore. A proteggerle la barriera corallina, seconda per dimensioni solo a quella australiana e a detta di molti assai più bella, un trionfo della natura con pesci, squali, razze e manati,  grossi mammiferi simili a trichechi ma paciosi e sereni come il resto degli esseri viventi qui.

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Questo che vedete qui è il monumento naturale più famoso del Belize, il Blue Hole, un misterioso “buco” che si apre a un certo punto dell’Oceano Atlantico e sprofonda giù per km negli abissi. Ci si può immergere e nuotare dentro, se non si ha troppa paura degli squali.

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No shoes, no shirt…..no problem” e’ lo slogan che campeggia un po ovunque in Belize ma dovrà essere stato pensato proprio qui a Caye Caulker. Si perché su questa esile striscia di sabbia strappata all’oceano la vita scorre davvero a ritmi dolci. Si registra innanzitutto l’assenza dei due componenti che personalmente più detesto ovvero il cemento e l’asfalto: le strade sono di sabbia e non vi sono automobili, quanto alle case sono per la gran parte in legno, e abitate da gente con un perenne sorriso che ti avverte che finirai come desco per gli squali se solo ti azzarderai a trasportare qui le tue preoccupazioni della città.
Tutta questa zona del Belize, come già detto trova la presenza di queste minute striscie di sabbia ricoperte di palme e mangrovie a fungere anche da collante, chiamate Cayes. Solo alcuni di essi sono abitabili e ciò è possibile solo grazie alla presenza del reef, la barriera corallina che funge da flangiflutti per le gigantesche onde oceaniche le quali altrimenti spazzerebbero via in un battito di ciglia questi isolotti passando da parte a parte. Si tratta cmq di ecosistemi molto delicati ed e’ probabile che l’innalazamento del livello dei mari dovuto allo scioglimento dei ghiacci finirà per colpire proprio qui, dopo che già ha reso praticamente impossibile la vita in diverse aree del Pacifico.
Caye Caulker fu fondata da pirati inglesi nel 18esimo secolo, i quali si nascondevano tra questi banchi assai insidiosi alla navigazione per poi colpire i galeoni spagnoli carichi d’oro che salpavano dalle coste del vicino Messico. L’atmosfera picaresca e’ in effetti tangibile ancora oggi e ad un certo punto della storia sono sbarcati da galeoni naufragati sul reef anche schiavi africani, che, restituiti ad una inattesa libertà, hanno colonizzato l’isola. I loro discendenti, ragazzoni robusti in ottima salute e per lo più rasta, sono oggi l’oggetto del desiderio di disinibite turiste nord-americane, che la sera un po’ alticce, anzi parecchio più di un po, si fiondano su sti tronchi d’albero come api sul miele. Una volta questa fetta diciamo di mercato era appannaggio del maschio italiano o per lo meno latino, poi con sta sfaccimma di globalizzazione sono emersi nuovi scenari; vabbuo, se lo piangono i ventenni di oggi insomma.

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Un altro famoso Caye beliziano è San Pedro, quello della hit “la isla bonita” di Madonna, probabile decana e pionera delle torme di tardone americane di cui parlavo poc’anzi: ma è presumibile che la popolarità del tormentone pop abbia portato nocumento al post, che in effetti risolta troppo cementificato e rumoroso, almeno a confronto con altri paradisi come Half Moon Bay, Turneffe Atoll e la stess Caye Caulker

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Al di la della fotografia, avevo ben altro da rinvenire come desco laggiù: aragoste e granchi appena recapitti sulla spiaggia la mattina da un tizio con la barca che solevo chiamare il “pusher, visto l’effetto dopante che quel cibo afrodisiaco aveva su di me, che finì ben presto col trangugiare aragoste pure a colazione.

Sì, il Belize è un paradiso

 

A come Atlante: Batumi

Cominciamo col dire chiaramente una cosa: Batumi non è ne sarà mai la città più bella che avrete mai visto al mondo, a meno che non abbiate un gusto, per così dire, fortemente distopico o qualche motivo personalissimo di interesse, come nel mio caso. Ma andiamo con ordine:

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Batumi è una città ricadente entro i confini della Georgia, ex repubblica socialista sovietica divenuta indipendente dal 1991 e  destinata ad esserlo ancora per poco, vista la già manifestata bulimia della gigantesca madre Russia posizionata proprio alle spalle e intenzionata a rimangiarsela. Ma il freno a questa smodato appetito forse può essere proprio Batumi, cittadina di non enormi dimensioni collocata in un angolo ombroso del Mar Nero, a pochi km dalla Turchia. Sì, perché proprio qui si tuffa nel Mar Nero, dopo un viaggio assai pericoloso nel indocile Caucaso, il gigantesco oleodotto SouthStream degli Americani, gravido di oro nero pescato nell’azerbaijan amico. La diplomazia americana ha più volte lanciato messaggi chiari a Putin, del tipo: “se volete mangiarvi a colazione il resto della Georgia, fate pure: la cosa verrà da noi interpretata come una questione d’area locale. Ma non toccateci Batumi e il tubo con l’olio dentro, che scoppia la terza guerra mondiale.” In effetti già il nome Batumi pare ricordare il catrame, il bitume per l’appunto, e l’odore acre  di esso riempie abbastanza l’aria mescolandosi al profumo degli kachapuri, squisite focacce al formaggio di capra bollente.

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Ma lasciamo perdere ora la geopolitica e le sue noie, perché Batumi è da tempo immemore anche molto altro, ed è questo “altro” che mi ci condusse circa 4 anni orsono. Si, per me Batumi è e sempre e resterà la città di Medea, figlia di Ete re della Colchide. Arrivai qui alla fine o quasi del viaggio più bello e avventuroso che mi è finora riuscito di concepire, “il Vello d’oro”, un cammino a piedi dall’Albania fin nel Caucaso sulle tracce degli Argonauti. Questa città, ubicata appena dopo il confine turco, costituiva ovviamente una tappa obbligata come terra della principessa Medea, amata da Giasone re degli Argonauti; e quando vi misi piede, dopo giorni in sconfinate steppe della Anatolia nella Turchia Orientale, dopo ore di autostop a bordo di camion per strade impolverate che sembravano non condurre da nessuna parte e dopo una disavventura alla agitatissima frontiera dove a migliaia si accalcavano migranti provenienti da Kurdistan e Iraq, ebbi la percezione di essere sbucato alfine in una terra amica, guardando la statua di Medea eretta dinanzi a me.medea

Non era questa ancora la tappa finale del mio viaggio, posta più in la in una selvaggia e remota regione montuosa, il magico Svaneti dove si ipotizza gli Argonauti rinvenirono il loro vello d’oro. Ma giunto qui, realizzai che mi mancava solo una tappa al traguardo e che ce la potevo fare, mi emoziona ancora oggi pensarci.

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Esaurita anche la personale sezione amarcord, passiamo dunque a parlare di questa benedetta Batumi come è oggi: si tratta di una città dinamica e vitale, con un clima favorevole e incredibilmente caldo nei mesi estivi, sebbene le altissime montagne del Caucaso si ergano proprio alle sue spalle minacciosamente innevate persino ad agosto. Ma tutta la regione dell’Agiara, di cui questa città è il capoluogo gode di un microclima quasi tropicale e si rinvengono infatti persino palme e alberi del tutto improbabile a queste latitudini. Incoraggiato da tanta clemenza meteorologica, il governo centrale di Tbilisi, abituato a tutti altri climi lassù nelle impenetrabili montagne, ha deciso di provare a trasformare questa città in una sorta di Las Vegas sul mar Nero:

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sono sorti improbabili palazzi in vetro-cemento. ruote panoramiche e casinò. Il Lungomare spianato fa da passerella a piccole star dello schermo georgiano e la rigidità dei costumi locali è un pochino attenuata. Sullo sfondo, fanno da immancabile cornice i palazzaci grigissimi di epoca sovietica e gli acquartieramenti dei soldati russi, che qui hanno tutt’ora una base navale. E’ uno zibaldone strano e confuso, dove non mancano studenti venuti a imparare il russo e monaci di sette animistiche piovuti qui dalle alture del Caucaso a fare rifornimento di viveri. A proposito, la cucina georgiana è squisita e anche il vino (che secondo leggenda è nato proprio qui ) non ha nulla da invidiare a quello nostrano .Eppoi, non riuscireste a credere a quanta popolarità riusciamo ancora a riscuotere noi italiani in questo spicchio strano e sperduto del Mar Nero: canticchiate un'”aria”di Celentano anche in un modesto karaoke da bar e, vedrete miei immarcescibili maschioni all’italiana, come cadranno tutte ai vostri piedi.

Batumi non sarà mai la città più bella che vedrete ma è forse proprio in questa sua “mancata bellezza” che la città ritrova il suo senso ultimo, un po’ come la sua regina di un tempo, la Medea disperata e tradita

A come Atlante : Azzorre

Sperdute nel bel mezzo dell’Atlantico, in posizione quasi equidistante dalla coste europee e da quelle americane, le Isole Azzorre formano un arcipelago di origine vulcanica geologicamente piuttosto recente e in continuo divenire, se si pensa che ancora oggi dal fondo dell’oceano la lava ribollente di mille vulcani continua a “vomitare” fuori pezzi di isola che emergono dal mare con forme bizzarre e diseguali. E’ il caso, ad esempio, dell’isola di Sao Jorge, una delle nove formanti l’arcipelago, lunga circa 70 km, alta mediamente 700 m e larga solo poche centinaia di metri. I pochi esseri umani che riescono ad abitare un posto così ostile dicono di vivere su una “schiena di balena” issatasi dall’oceano e pietrificata dagli dei. Gli stessi abitati di quest’isola hanno tra l’altro imparato a sottrarre all’oceano lembi di mare per trasformarli in incredibili appezzamenti di terra, difesi dai flutti con tutte le forze possibili per ricavarne un ottimo vino.

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Ho nominato poc’anzi le balene: esse sono da sempre, o almeno dalla scoperta delle Azzorre da parte dell’uomo occidentale, il motore dell’economia delle isole.  Sin dalla scoperta dell’arcipelago, avvenuta nel 1430 in maniera casuale, s’insediarono qui balenieri di ogni dove, la cui presenza romantica e un po stracciona è tutt’ora assai percepibile girando per le varie isole. Ma le Azzorre, a metà tra Europa e Nuovo Mondo, sono un puzzle difforme di umanità come pochi.

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Immaginiamola così: pensate di ricevere in omaggio dai Mastri Fabbri della Terra della lava fresca in regalo e immaginate di poterla modellare come il Das con cui giocavamo da bambini. Allora, un pezzo lo scolpite come un’isola tropicale, caraibica; un’altro pezzo invece lo modellate come un’isola delle Ebridi scozzesi o le Shetland, avvolte tra nebbie perenni e pioggia, e ce lo attaccate vicino. Sopra ci mettete omini che sono navigatori in cerca di nuovi mondi da esplorare, balenieri in stile Moby Dick, coloni quaccheri fiamminghi in cerca di terre in cui pascere le mandrie, cercatori d’oro squattrinati irlandesi, predicatori ortodossi, esuli,telegrafisti, marinai e velisti giramondo. Un collage di tutte queste cose opposte e sincretiche sono le Azzorre, un ossimoro geografico investito dalla calda Corrente del Golfo che alla prima sua “fermata” recapita qui orchidee e palme da cocco (e pensate che sono coltivate le banane e d e’ l’unico posto in Europa dove si produce il the; ma poi sta la componente fredda, con brume, boschi di conifere e pascoli che pare la Svizzera. Vi è pure una minoranza etnica fiamminga, gentef sbarcata qui un tempo qui al seguito di un tizio che li convinse della presenza di immensi giacimenti di oro sulle isole. L’oro non fu mai trovato e il tipo fu passato per le armi, ma gli altri dovettero reinventarsi allevatori e ancora oggi producono un burro famoso nel mondo; a discapito delle loro origini ammutinate, prendono l’elegante nome di “gentlemen farmers” e abitano in un villaggio chiamato Flamengo (che in spagnolo vuol dire appunto fiammingo): in effetti nei loro tratti mi e’ sembrato di scorgere i volti corrucciati e deformi dei dipinti di Brueghel il Vecchio o dei “Mangiatori di patate ” di Van Gogh. E sopra tutto stanno i vulcani, e adire il vero anche sotto, giacché anche in tempi recentissimi sono emersi schegge di isole di lava simili a schiene di balene, per secoli la principale risorsa dell’isola. Alle Azzorre, in questa così composita civiltà ,vige più che altrove, la percezione talvolta drammatica che a decidere cosa donare e cosa togliere agli uomini sia solo la Natura.

La soggezione alla natura e alla furia dei suoi elementi, percepiti in una dimensione quasi mitologica dagli abitanti di queste schegge di basalto gettate nel bel mezzo dell’Oceano, è forte ancora oggi. Osservate la foto di sotto, risalente solo agli anni’80. racconta della tempesta più forte mai registrata.

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Gli abitanti del luogo dicono di scorgere, nella bizzarra forma che la gigantesca onda assume rompendosi sulla scogliera, il dio Nettuno che si manifesta loro e ne sono tutti fermamente convinti. Io ho passato una serata intera, in compagnia di due simpatici ubraiconi locali, a riguardare la foto ma questo Nettuno non sono riuscito a vederlo, forse perchè non sono “acoreano”. Provate anche voi

 

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Sarà forse per questo motivo, per questa Natura che si manifesta in forme mitiche e oniriche, che gli antichi, assai prima della scoperta portoghese, collocarono qui, secondo la tesi più acreditata, un mondo fantastico eppure esistito,  la mitica Atlantide, il Continente Perduto.

Allego qui di sotto il link con il racconto più dettagliato del mio recente viaggio in queste isole, invitandovi a visitare le Azzorre prima che un turismo grossolano e troppo invasivo metta piede ahime anche laggiu

 

 

A come Atlante: Antigua

L’idea di questa rubrica era originariamente quella di dedicare un articolo ad un posto per ogni lettera dell’alfabeto. Ma poi solo con la lettera A mi vengono in mente tanti di quei posti assolutamente imperdibili di cui parlare, che necessariamente devo rivedere e allungare il piano. Ecco, con la lettera A comincia pure la “maravillosa Antigua”, quella situata in Guatemala (giacché con lo stesso nome si contano anche altre località dell’area caraibica): una località stupenda, romantica, lenta, colorata e pregna di quel senso che i francesi racchiudono nel termine “decrepitude”, anche se qui sarebbe più idoneo un vocabolo spagnolo, giacché spagnola è la sua origine. Antigua è in effetti la quintessenza della città coloniale spagnola in suolo americano, anche se è visibile ancora oggi la presenza della comunità indigena  Anche qui affido la descrizione alle pagine di un diario redatto in loco, “il Velo di Maya”, durante un viaggio che toccò altre località del Guatemala e infine le dolci spiagge del vicino Belize, con il Blue Hole, un misterioso buco in mezzo all’Atlantico, come meta finale.

Antigua è un posto che vi consiglio vivamente di visitare anzi di vivere e, se la cosa non vi scandalizza, bevete con serenità un goccio di mescal: sebbene illegale, pare che avvicini agli Dei, quelli Maya però!

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In questa zona di mondo, intesa come America Centro-meridionale, vi sono diverse città col nome “Antigua”; d’altra parte il termine in spagnolo significa semplicemente “antica” e se intuisce la facile riferibilita’ a tante cose. L’Antigua dove mi trovo io e’ antica assai e meravigliosa davvero. La costruirono gli spagnoli nel 1540 (agli albori del genocidio perpetrato qui dunque) e ne fecero subito la loro centrale operativa. La città sorge in un fondovalle incastonato tra 4 vulcani posti in corrispondenza quasi magica con i 4 punti cardinali, mentre i nomi dei bestioni fumanti e sovente eruttanti richiamano in parte un’altra fenomenologia quadripartita, quella dei 4 elementi: un vulcano si chiama infatti Agua, un altro Fuego e se vi è qualcuno tra i lettori che ha partecipato all’ultima caccia al tesoro starà notando qualche felice o sinistra (a secondo dell’esito finale) analogia. Coincidenze, anche perché i rimanenti due si chiamano poi Pacaya e Acotenango, il “top player” per attività e anche altitudine col suo svettare sopra i tremila. Antigua magicamente riposta dunque in fondo a questo idilliaca suburra di elementi e’ un autentico gioiellino coloniale: costruita secondo i canoni dell’architettura cd militare dell’epoca, presenta una pianta rettangolare e un numero impressionante di edifici storici e chiese barocche per lo più in rovina. Aqquartieramenti militari e edifici del clero cattolico, il braccio e la mente dello sterminio insomma. In mezzo, fulcro della vita locale, il Parque Central, una sorta di gigantesco patio adorno di bellissime piante tropicali e circondato da magnifico edifici. Mi alloggio a pochi metri da esso, in una stanza immersa anche essa in un giardino tropicale e che inquadra nella finestra perfettamente uno dei 4 vulcani, l’Agua che al mio arrivo erutta pure un po e lascia intravedere alcuni rivoli di lava. Mi innamoro subito del posto, delle sue vie acciottolate che sembrano non condurre da nessuna parte, giacché ,attesa la geografia dei luoghi e la pianta della città, da Antigua pare impossibile uscire.
Tra il trambusto delle scassate automobili che scarrozzano sullo sconnesso acciottolato seicentesco e il vociare sommesso delle minute venditrici maya, cala la notte su Antigua. Nei posti prossimi all’equatore il tramonto e’ più repentino che alle nostre latitudini, il sole ci mette meno a tramontare e pare quasi che di colpo abbiano spento la luce. Di conseguenza e’ più brusco anche il cambio di umore, in quella che Dante con il verso poetico più geniale mai letto definisce “l’ora che volge il desio ai naviganti”. Eh già, di giorno il marinaio sul mare si affretta e non pensa a dove si trova attorniato dalla luce: e’ al calare della notte, al tramonto, quando il mare diventa un nero gigante informe che pare stritolarlo, che al navigante subentra la tristezza e il ricordo di casa. Io per ora navigo in terraferma e più che altro mi prende brutta l’idea che l’indomani avrò quarant’anni. Cominciano ad affollarsi pensieri cupi e bilanci, preoccupazioni e resoconti: tutta roba buona da affogare nel metscal, il progenitore grezzo della tequila forse illegale ma che contrabbandano piuttosto allegramente qui. Non troppo però, che domani all’alba si scala un vulcano: quello meraviglioso che, oltre i tetti e la cattedrale, contemplo ora dalla mia finestra”

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A come Atlante: Ani

Oggi vi parlo di una città che per la verità non è più tale, nel senso che è ridotta ad un ammasso di rovine ma dal fascino incredibile: Ani. Situata proprio sulla linea di confine tra Turchia e Armenia, la città-fantasma di Ani pare fluttuare nell’aria sopra uno sconfinato pianoro verde e tutto pare fermo ad un minuto dopo l’invasione che la ridusse così, quella dei Mongoli capitanati dal feroce Tamerlano nel 1235 d.C. Per darne una descrizione, riprendo la pagina del diario “il Vello d’oro” che scrisse allorquando toccai questo sito, in un bellissimo viaggio dall’Italia fino al Caucaso sulla scia del cammino degli Argonauti. E’ una pagina piena di errori ed impressioni del momento, come è giusto che sia un diario di viaggio scritto a caldo, che lascio inalterata per mantenere più vivida l’emozione del momento che la visita del luogo suscita. La stessa foto-copertina di questo blog è scattata proprio li, ad Ani, antica capitale del regno Urartu

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“Giorno 15
La cosa che mi pare più assurda di questo assurdo luogo ove mi trovo sono i cartelli stradali. Si, avete letto bene, i cartelli stradali. Davvero, quando si è qui, assuefatti a questo spazio sconfinato e agorafobico, in questa steppa senza fine che ti assorbe e sovrasta, finisce per apparire poco credibile che un cartello possa indicare che da qualche parte li, da una qualsiasi parte, possa trovarsi una città, un qualcosa ove stanno gli uomini. Pochi chilometri fuori dall’abitato di Kars ci troviamo di nuovo immersi e sovrastati da questa lunare pianura immersa in una luce lattiginosa che stordisce, un nulla senza soluzione di continuità. La compagnia comprende una coppia di inglesi ricercatori presso l’università di Oxford, e una giapponesina anche ella ricercatrice in campo gastronomico del raro sushi turco, nel senso che il pesce lo prende la sera dal portiere di notte della locanda, nella stanza giusto di fianco alla mia, tra lancianti urla che fanno pensare più ad uno smembramento anatomico che ad un amplesso. Vi è poi un giovane autista improvvisato, con scarsa previggenza del futuro, visto che dopo una decina di km restiamo a secco, fermi senza benzina. Per quel che mi pare, il tipo che dovrebbe arrivare da chissà dove con la tanica di carburante potrebbe anche chiamarsi Godot, e noi essere diventati per incanto i protagonisti dell’opera di Beckett fermi li a aspettarlo per l’eternita’ in questo luogo informe e spaventoso. Stormì di corvi oscurano il sole in quanto di più vicino ricordi alla fine del mondo. Ad un tratto avvistiamo appunto un cartello, recita “Ani 43 km”. No dai e’ uno scherzo, volete farci credere che a 43 km esiste qualcosa oltre questo nulla? In effetti di un piccolo scherzo un po’si tratta: Ani e’ il Nulla, scritto con la maiuscola. Forse già il nome, inteso come plurale di ani può fare pensare ad un luogo di deiezione della materia, ormai morta e informe ma atta a rigenararsi sottoterra. L’arrivo ad Ani lascia senza fiato: alla fine di uno sterminato pianoro appaiono possenti mura ciclopiche affrescate e adorne di giganteschi bastioni cilindrici. Ma varcata la porta, sulla quale è effigiato un leone caucasico ( ne vivevano qui), si pone il problema: oltre quelle mura c’è solo il Nulla. Case crollate, colonne infrante, chiese e moschee bruciate.
Ani era la capitale del mitico regno Urartu, fiorente e potente città posta sulla via della Seta, che contava 10.000 abitanti intorno all’anno mille ( un’enormita’ per quei tempi) e che gareggiava in potenza addirittura con Costantinopoli, situata quasi duemila km ad ovest. Dello splendore e della vestigia di Ani sono piene le cronache del tempo. Ma un evento inatteso e terribile mina le fondamenta del suo potere: un cataclisma di eccezionale portata la distrugge quasi completamente e la rende debole ai suoi molti nemici, dai Persiani ai rozzi Cimmeri fino alla nascente stella di Coatantinopoli. Ma Ani si riprende presto:la sua posizione strategica sulla via della seta, prima dei deserti dell’odierno Iran e a sud del selvaggio e intransitabile Caucaso la rendono una sosta irrinunciabile per i mercanti in viaggio sulla direttrice est- ovest. Ma un nuovo evento, assai più imprevedibile e terribile persino di un terremoto, attende Ani. E’un invasione mongola, orde spietate di guerrieri a cavallo che si abbattono sulla città. E’ Tamerlano in persona, il Gran Khan, a comandare l’ordalia. Nessuno sopravvive ad essa, della mitica capitale Urartu restano solo macerie e morte.
E’da ritenere che per i popoli che si imbatterono in essi, l’arrivo dei Mongoli ebbe un impatto analogo ad un’invasione aliena. I Mongoli sono uno scherzo della Storia, non sono un comune esercito invasore, sono una sorta di meteorite impazzito che intorno al 1200 colpisce l’Europa e l’Asia minore incenerendoli. Cronache del tempo narrano di interi villaggi rasi al suolo nel tempo di una notte, in uno spazio geografico compreso tra la Finlandia e Israele. Si narra di diavoli a cavallo capaci di muoversi nelle tenebre e in assoluto silenzio.. I Mongoli dispongono di formidabili arcieri a cavallo, chiamati mi pare Mandugai, innovazione assoluta nella arte militare, capaci di travolgere qualsiasi statica linea di difesa. Si narra che i Mongoli a cavallo sappiano fare tutto, anche dormire e fare l’amore. Hanno un aspetto strano e mostruoso, non si lavano e emanano un terribile odore equino. I Mongoli non fanno prigionieri, non vi hanno interesse, sono nomadi e vivono di saccheggio. Gli uomini delle città conquistate vengono uccisi, le donne orrendamente mutilate e deportate, costrette ad una filiazione forzata come vacche da monta per fornire nuovi soldati. Non edificano città, sono un popolo in movimento. E’ancora un segreto invidiato a tutt’oggi dai migliori strateghi militari capire come un intero popolo abbia potuto percorrere una distanza si decine di migliaia di km e travolgere centinaia di eserciti senza incappare in una sola sconfitta. I Mandugai mongoli straripano nelle pianure della Rumelia, tracimano in Anatolia, deflagrano in Pannonia, l’odierna Ungheria. Ormai sono alle porte di Vienna. Contro di loro l’Europa secolarmente divisa in guerre fratricide trova uno dei rari suoi momenti di unione. Molti km più a est l’Impero cinese erige la più grande opera mai realizzata dall’essere umano, la Muraglia cinese, nel tentativo peraltro vano di arginare le orde mongole.
660 anni dopo il passaggio dell’orda distruttrice, Ani e’ ferma a 5 minuti dopo il passaggio dei Mongoli. Visitare Ani e’un’esperienza che vale un viaggio, anche se andasse fatto dal l’angolo più remoto del pianeta o anche dalla Luna, da cui si vede pure la Muraglia cinese costruita per fermare i Mongoli. Ad Ani si sta sospesi in un limbo immaginario, si galleggia tra macerie che sembrano odoreare ancora di incendi e sangue, e si sta impauriti: si ha l’impressione che dal fiume in fondo alla gola o dalla sterminata steppa possano comparire da un momento all’altro i Mandugai mongoli, e magari farti fare la stessa fine dell’ultimo re Urartu di Ani, che fu cosparso di miele e lasciato li a essere mangiato dagli insetti….nondimeno al di la della barbarie, e’un vero peccato sprecare del miele così! Si’ perché il miele di queste parti e di eccezionale bontà, tra i piu pregiati al mondo, forse perche imbevuto del sangue del povero re di Ani chissà . Ani & honey, un binomio magico. Nel pomeriggio, tornato a Kars ci aggiungo sopra pure un bel hammam e la sera un pasticcio di carne melanzane e peperoni, mi pare si chiami Astakalipi, che lo farebbe diventare duro pure a Lele Mora. Mi regalo pure un’ultima cosa: sono solito pensare spesso ad un luogo immaginario, la Fortezza Bastiani ove è ambientato il “deserto dei Tartari” di Buzzati. Ci penso perché mi rapisce con la mente e ne vado alla ricerca per il mondo. Smetterò di farlo: l’ho trovata! La rocca di Kars domina questa sterminata steppa, e li stettero a lungo i soldati russi, anche molto dopo la fine della prima guerra mondiale, ad aspettare gli Ottomani che però non arrivarono mai. Non arrivarono perché l’impero ottomano non esisteva più….
Io penso che quando torno in Italia dovrò farmi per una settimana di fila lunghe camminate a piedi nella zona di Gianturco, tra la zona industriale e Barra, oppure mettermi a fare jogging intorno al perimetro dell’Italsider di Bagnoli, magari la mattina presto quando la luce del sole bagna le ciminiere dandogli quella sfumatura color marrone merda. Poi dovrò mangiare mattina e sera al Mac donald ed ascoltare a palla cd di Tiziano Ferro: in qualche modo devo lavare via questa overdose di bellezza, smaltire questa sbornie di meraviglie che sto vivendo in questa fantastica avventura. E la cosa forte e’che, come canta quel tamarro di Ligabue, il meglio deve ancora venire!”

A come Atlante: Albania

Inauguro questa mia rubrica dedicata a luoghi del mondo da visitare da un paese che amo particolarmente, l’Albania. Cominciamo col dire che si tratta di una paese bellissimo e incredibilmente ospitale, completamente al di fuori dagli stereotipi con i quali ci si è soliti rapportare ad esso  “al di qua” del mare. Vi è un’immagine piuttosto singolare che affolla la mia mente quando penso all’Albania, anche se è per l’appunto frutto di una rilettura assai personale e divagante: è rubata dalla scena di un film, per la verità ambientato anch’esso “al di qua del mare”, sulla sponda ovest dell’Adriatico e per la precisione nella Rimini degli anni’30. Mi riferisco ovviamente ad Amarcord di Fellini e all’indimenticabile scena del passaggio del transatlantico Rex, mentre sulla spiaggia e su malmesse barchette di legno un’umanità povera e sognante si affolla a salutare ingenua il gigante di acciaio partorito dai patrii cantieri di regime. Ecco, una scena cult dell’Italia felliniana da Dolce vita, a metà tra sogno e disincanto, un bozzetto quanto più italiano che mai si direbbe. Eppure, io, che quell’età e quelle atmosfere le ho vissute solo al cinema, sarei tentato di dire che esse non abitano più nell’Italia di oggi ma sono forse rinvenibili in un paese appena al di la del mare, ancora avvolto in un’atmosfera onirica e forse un po frastornata ma di certo autentica: l’Albania.

Sull’altra sponda dell’Adriatico infatti, così vicino da vedersi in giornate terse di tramontana, sorge una piccola nazione arroccata in massima parte su un territorio montuoso ed impervio, tanto da meritarsi l’appellativo di “paese delle aquile”( che in effetti volteggiano ancora abbastanza numerose lungo le pendici delle Alpi Dinariche o del Monte Korab). La vicinanza all’Italia si estrinseca a livello certo non solo geografico, essendo innegabile un’influenza culturale affiorante dal passato come dal presente, fatto di fin troppe televisioni accese immancabilmente sintonizzate su trasmissioni nostrane. La presenza italiana appare più tangibile nella zona centrale del paese, quella della capitale Tirana, ma non è certo l’unico tratto distinguibile ne quello predominante in un paese che è un mosaico di etnie e rimandi storici. Per anni l’avamposto di Costantinopoli e dell’Impero Ottomano in Europa, il paese presenta ancora una forte influenza musulmana, assai visibile in alcune regioni dell’interno dove quella islamica è di gran lunga la religione predominante. Nelle regioni meridionali è invece forte la componente etnica greca, radicata sin dai tempi antichi se è vero che sono ammirabili sulla costa bellissimi siti archeologici come quello di Apollonia e Butrinto, proprio di fronte l’isola greca di Corfù. In particolare questo tratto di costa, a sud di Valona e fino al confine con la Grecia, offre scenari e spiagge che poco hanno da invidiare alle più note località italiane o spagnole e ricordano, come nel caso di Ksamil coi suoi isolotti, addirittura i Caraibi. Un aspetto deprecabile è rappresentato certo dallo sviluppo edilizio sregolato, che pare fondere il peggio delle speculazioni edilizie di stampo mafioso alle brutture del socialismo reale; ma, almeno allo stato attuale, larghi tratti di costa sono ancora inedificati e selvaggi, quindi incredibilmente belli. Lasciando questa costa e addentrandosi nell’interno si incontrano non lontane le bellissime città ottomane di Berat e Argirocastro, con borghi medievali inerpicati su brulle colline davvero affascinanti e dall’aspetto assai autentico. Una strada davvero ostica ma spettacolare si inerpica poi da Argirocastro sui monti Grammoz , scavalcando monti e gole ripidissime per arrivare fino Korca, non lontano dal confine con la Macedonia: da sconsigliare comunque ai deboli di cuore, sono 7 ore e anche più di saliscendi sull’orlo di burroni senza un minimo parapetto. A Korca farete in tempo a gustare una birra spillata in loco che ricorda la Guinness e potreste ridiscendere giù verso il bellissimo lago di Ohrid,a  confine con la Macedonia appunto: sul lato albanese troverete la bella cittadina di Pogradec dove gustare una squisita trota del lago e magari sconfinare pure a visitare il bellissimo monastero di Naum, pochi km oltre il confine.

Segnalo poi un’altra perla nascosta nella zona settentrionale del paese, a nord di Scutari: qui sorge una regione tra le più remote dell’intera Europa, una zona di montagna accessibile solo alcuni mesi l’anno per via del gelo, ove vivono comunità di pastori legati a tradizioni e consuetudini giuridiche antichissime come il Kanin (una sorta di legge del taglione, ma niente paura: la loro idea di ospitalità è sacra). La zona, facente parte delle cd Alpi Dinamiche, sorge incuneata a confine con Montenegro e Kosovo e prende l’affascinante dizione di “Montagne Maledette”, per via delle mille insidie che vi si incontrano per arrivarvi. Ma proprio il viaggio per giungervi è in se quanto di più affascinante possiate incontrare alle nostre latitudini: si lascia la civiltà occidentale dalle parti di una cittadina chiamata Koman, che sorge sulle sponde di un lago. Da qui ci si imbarca all’alba us un anacronistico battello che risale il lago stretto tra montagne altissime in contesti sempre più rurali e remoti (Il Guardian ha eletto questo giro in battellocome uno dei viaggi più affascinanti al mondo); si giunge poi in una località di confine chiamata Fjerza e da li si raggiunge poi in fuoristrada la Valbona. Da questo punto si può poi proseguire solo a dorso di mulo oltre altissime montagne fino alla incantata Theth, uno dei posti più belli mai visti tra cascate e casette di pastori. Davvero un posto che non dimenticherete mai, e non voglio aggiungere. Di sotto il link per chi volesse avventurarsi in questo spicchio di Albania, un Eden ancora inesplorato a pochi km dall’Italia