Le montagne maledette – Giorno 3: In marcia verso l’inespugnabile Theth

Nell’Europa interconnessa dei treni ad alta velocità e delle onnipresenti low cost aeree, esiste un posto che resiste al Progresso come un accampamento Apache all’avanzata dell’Uomo Bianco: si chiama Theth e si trova in Albania . Questa sorta di Stalingrado di un mondo epigonale è difesa meglio che da ogni altra cosa dal suo territorio: incastonata in un fondovalle che pare la tana di un serpente,è circondata da ogni lato da montagne altissime e aguzze, disposte su tre diverse filiere come i denti di uno squalo, Theth è per molti mesi all’anno completamente irraggiungibile per via della neve ed isolata al mondo esterno. Per la verità non è che il quadro cambi drasticamente nei mesi estivi, quando arrivarci è si possibile ma richiede una forza di volontà fuori dall’ordinario. Si tratta di giungere in Albania dalle parti di Scutari, compiere quel viaggio in battello per risalire il fiume, inerpicarsi in fuoristrada fino ad una prima valle montana chiamata Valbona e da qui, dove ora ci troviamo, partire a piedi per un sentiero alpino di 22 km e con un dislivello di 1.800m, con scavalcamento del passo in quota del Qafe i Valbona.

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Per dare l’idea, il sentiero del Passetiello da Capri centro al Monte Solaro misura un 3,5 km per colmare un dislivello sui 300 metri: più o meno quindi la settima parte del percorso per arrivare a Theth.
La sera prima a Valbona, in una magnifica guesthouse dove ogni cosa dai formaggi alla carne al pane è prodotta in loco e l’acqua la si attinge da una sorgente a pochi passi,

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ci si prepara all’impresa e si fraternizza tra i vari ospiti nella attesa di qualcosa di memorabile. Tutti siamo li per lo stesso motivo e si confabula sul da farsi. La via è infatti percorribile con l’ausilio di cavalli da soma per il trasporto dei bagagli, ingombro non da poco su ripide salite di montagne. In molti tuttavia ritengono di poter provare la scalata facendone a meno e quindi con zaini di una quindicina di chili in media sulle spalle, ma sono tutti ragazzi con la metà dei miei anni e guidati dall’incoscienza della gioventù. Oddio, per la verità ci sta pure un turco- canadese sulla mia età e col doppio del mio peso, che fa tutto il gallo sulla munnezza con noialtri checche del mondo occidentale timorosi di dover camminare un po, lui da bambino sui monti della Turchia andava a caccia di orsi con suo nonno etc.. Non arriverà mai a Theth l’indomani. Ad ogni modo a me il noleggio del cavallo pare imprescindibile e quasi ho convinto a dividerlo con me il giramondo danese conosciuto in battello. A questo punto accade l’impresabile, si odono abbaiare dei cani: è la punkabestia tedesca da lui ( gran figo)sedotta e abbandonata, che si è messa ora a cercarlo usando i cani a mo di unità cinofile della polizia per rintracciarlo. Lui piglia e scappa nel bosco come un ricercato mentre le unità cinofile ispezionano l’area tra molti sospetti . Ne ho visti in amore di stranezze ma questa mi mancava
Ad ogni modo arriva l’alba e arriva il mio cavallo: un bel cavallo bianco di nome Ballash mi viene incontro tenuto al morso dal suo simpatico stalliere Adenes . Ho un po l’impressione di apparire agli occhi degli altri escursionisti come il chiattillo insicuro che arriva fuori al locale con il macchinone Porsche, ma sticazzi: l’impresa è già così al limite delle possibilità, impensabile pensare di farcela con uno zaino enorme in spalla. Sta da dire poi che Ballash il bianco cavallo è proprio nu bello quadro di lontananza: da vicino mostra tutto il peso delle sue oltre 30 primavere (45 anni la vita media di un cavallo), non rivela un portamento assai regale su quegli zoccoli usuratissimi, è piuttosto malridotto, martoriato di mosche e zecche e ha persino uno squarcio enorme su una pacca ricucito alla meno peggio, ricordo dell’aggressione, figuriamoci, da parte di un lupo! Ad ogni modo, Ballash non sarà giovane e bello ma vanta una incomparabile esperienza sul campo: trent’anni di servizio ininterrotto, il cavallo conosce a memoria il lungo e accidentato tragitto e, una volta instradato, è in grado di raggiungere da solo Theth dove ad attenderlo ci sarà un nuovo stalliere. In pratica sarà lui a guidare me. Io dovrò comandarlo secondo gli insegnamenti che il suo padrone mi impartisce: in pratica funziona un po come il telecomando di uno stereo, uno di quelli di ultima generazione ovvero a comando vocale. “Het” o almeno qualcosa che così si pronuncia (ignoro lo spelling corretto in albanese) corrisponde al tasto play: tu glielo dici e lui cammina; poi ci sta il fast forward “het het”, con il cavallo che avanza più velocemente. Il tasto pause si aziona pronunciando la parola “pishhh”, come per suggerire la pipì a qualcuno. Poi ci sta il comando d’emergenza, tipo lo staccare la spina allo stereo: la parola “sgarmooshhhh” da gridarsi con estrema virulenza e il cavallo si arresta terrorizzato con le gambe serrate. Tutto sto ambaradan da mettersi in pratica non durante una passeggiata al parchetto ma su un sentiero di una montagna sperduta dell’ Albania. Tutt’appost. Ad ogni modo lungo i primi 3-4 km di sterrato lo stalliere Adenis mi accompagna e proviamo ripetutamente i comandi vocali “het” “pisc”:il povero Ballash sembra rispondere. Incrociamo pure una mandria di altri cavalli al libero pascolo: belli ed eleganti, paiono quasi canzonarlo mentre lui arranca ingobbito, come a scuola col secchiona, ma lui li ignora.

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Poi la strada devia sul greto di un fiume in secca, la guida mi saluta e rimango solo col cavallo e le mie nozioni het-het-pish-pish. Mancano 17 km a Theth.

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Sulle prime penso di essermi imbarcato in una follia, poi mi guardo…solo col cavallo sul greto del fiume, le Montagne Maledette davanti da scalare e Theth da raggiungere…..mi gaso e assaporo un senso di libertà che non provavo da tempo immemore. E parto: “het het”

il terribile passo Qafe i Valbone

 

Le montagne maledette. Giorno 2- Il viaggio in battello più bello d’Europa

Il “furgon” lascia Scutari alle prime luci dell’alba per deviare subito a nord-est su una pietraia gibbosa e piena di buche che con molta fantasia può essere definita una strada e non smetterà un minuto di far sobbalzare come una pallina da ping-pong il malandato veicolo per 3 lunghe ore, nelle quali tuttavia, forse per sfinimento , riesco un po a fare una cosa scansata la notte prima: dormire. Sono stato preso in ostaggio dal padrone del ristorante e i suoi amici per una degustazione forzata ma offerta della sua articolatissima collezione di rakia, una fortissima grappa locale. Stamattina servo a poco ma tiro avanti. Il paesaggio si fa subito bellissimo: le paludi del lago di Scutari lasciano il posto a colline di roccia bianca calcarea in cui la Driina ha scavato delle doline piene di acqua verde bottiglia, in un susseguirsi di bacino fluviali e laghi nel cui mezzo corre la pseudo-strada. Negli anni del regime questa zona è stata sottoposta ad un intenso sfruttamento minerario e, poco prima di arrivare a Koman, il furgon inforca un tunnel dentro una miniera che pare davvero sul punto di crollare. Ma all’uscita ecco la diga e la gola di Koman, con un molo dove c’è ad attenderci una chiatta fluviale residuato del socialismo reale.

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Aspettavo da tempo di essere qui, ora si è aggiunto un motivo ulteriore : il governo albanese ha stanziato la costruzione di 3 nuove dighe più a monte che finiranno col prosciugare il bacino e renderlo un rigagnolo impossibile a essere solcato da qualsivoglia battello. Insomma questo posto bellissimo scomparirà forse a breve. Nondimeno ora è bellissimo, una barca della fantasia che salpa per un mondo remoto e misterioso. E poi è molto divertente essere qui: ogni posto si caratterizza per una sua atmosfera, questo ferry boat scalcinato si mostra per essere un trip da backpackers sciroccati, viaggiatori zaino in spalla con un’ idea ingenua e rilassata della vita come molto spesso l’età anagrafica concede di poter fare; mi piace stare con loro, mi donano serenità e fanno sentire una sorta di loro zio putativo. Ci sta un simpatico ragazzino genovese arrivato fin qua con una vespa arrugginita; un marcantonio danese che gira il mondo in autostop da 10 mesi e che passa le notti su un’amaca, accendendo il fuoco con un surrogato moderno della pietra focaia: bello come un Apollo, ha sedotto e abbandonato la notte prima una punkabestia tedesca che viaggia con due cani al seguito, gran bel pezzo di carne anche lei. Oddio l’ha sedotta ma si accinge ad abbandonarla , timoroso che lei possa essere d’intralcio al suo planning di girare il mondo in autostop: in effetti, quale automobilista caricherebbe mai a bordo per un passaggio due persone con due cani al seguito?? Ma l’operazione di disincagliamento si rivelerà oltremodo perigliosa e foriera di conseguenza bizzarre…..

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Una sirena annuncia che la nave sta per salpare, si parte ! All’ultimo minuto una scalcinata banda di motociclisti tedeschi obesi segnati da molte primavere e molti litri di birra monta su con i loro bolidi accesi sulla tolda della chiatta. Metallari ideologici, stretti in tutine da bikers che fanno a cazzotti con la loro silhouette, srotolano sulla prua del natante un vessillo di Ozzy Osbourne ai tempi dei Black Sabbath in combo con una sorta di urna cineraria atta a contenere i resti della stessa rockstar, a cui innalzano calici di birra………temo per un attimo di andare incontro ad un potenzialmente disastrosa gaffe ma mi viene da far notare che la recente ecatombe di rockstar d’annata abbia finora risparmiato il povero Ozzy, ancora vivo e vegeto fino a prova contraria. La risposta non tarda ad arrivare: il loro mito di gioventù Ozzy è si formalmente vivo ma da quando si è messo a girare le sit com su MTV è clinicamente morto , lui è morto ma non sa di esserlo; eppure loro che gli vogliono cmq bene, quando sono in un bel posto, tirano fuori la sua urna cineraria (di cui sono i Sacri Custodi) per fargli prendere un po d’aria….Tutt’appost. In effetti una cosa giusta la dicono, il posto è davvero magnifico:

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il battello risale rantolando per oltre 3 ore entro gole strettissime adornate da cime aguzze altissime di bianco calcare come la roccia caprese o meglio le Dolomiti. Bisket’i Nemuna, le Montagne Maledette sembrano osservare circospette dall’alto la scalcinata brigata che avanza sul fondo valle. All’ attracco, altre due ore di sterrato e siamo accampati a Valbona, un posto isolato dal mondo e straordinariamente bello, ma per questo ultimo aspetto rimando a domani

 

Le montagne maledette. Giorno 1- Da Tirana a Scutari

In una ipotetica, lugubre hit parade dei dittatori psicopatici, Enver Hoxha, “presidente” dell’Albania dal dopoguerra fino alla sua morte avvenuta nel 1985, occuperebbe un posto nella top five. Era uno di quelli davvero brutti, disturbati e disturbanti, il pionere forse di quel modello cd di “psicocrazia” che trova un fulgido epigono oggi in quel tizio della Corea del Nord: per decenni il minuscolo stato albanese e’ rimasto confinato in un isolamento paranoico col mondo esterno, persino con quello dei suoi teorici alleati dell’ ex mondo sovietico. Tre generazioni di albanesi hanno convissuto con le sue magnifiche ossessioni, tra cui figurava quella classica a queste latitudine di pensiero di essere accerchiati e in guerra con il resto del mondo; in ragione di cio’ il leader supremo andava predisponendo brillanti misure per contrastare l’imminente invasione del Nemico alle porte: le strade di confine, quelle che avrebbe teoricamente dovuto percorrere l’invasore, venivano ciclicamente distrutte e ricostruite secondo un nuovo percorso al fine di depistarlo: ancora Hoxha riteneva che il Nemico non avrebbe esitato a scatenare una guerra atomica per conquistare l’Albania quindi l’intero territorio e’ stato disseminato di un milione e mezzo di fantomatici bunker anti-atomici, uno a famiglia, in cemento armato pesantissimo e impossibile a rimuoversi tant’e’ che ancora oggi infestano campagne, spiaggie e montagne. Tuttavia col tempo i volitivi albanese hanno imparato a usare questi obbrobri come nidi d’amore per le giovani coppie o come atelier  d’arte improvvisati.

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La tanto attesa invasione non si e’ mai ovviamente consumata ma invece delle bombe atomiche o dei tank nemici e’ arrivata la sottile arma della tv, in particolare quella italiana: Ambra di “Non e’ la Rai” o il festival di Sanremo hanno avuto un impatto destabilizzante su questa societa’ piu’ di ogni altra super-arma nemica, e il regime e’ crollato miseramente come meritava alla fine degli anni ’90 con la folla che abbatteva le onnipresenti statue del dittatore

Questo era Enver Hoxha e Tirana e’ ovviamente la sua figlia aberrante, il Minotauro partorito dalla sua follia: la povera citta’ e’ martoriata da una psicotica architettura inneggiante ad una tronitruante grandeur, con piazze ed edifici squadrati e spropositati. Il livello piu’ alto in tal senso lo si tocca con il mausoleo funebre ritratto in copertina, edificato a forma di piramide moderna sulla scia, guarda un po’, dei faraoni egizi….

Ad ogni modo la citta’ disvela un’anima e un sottobosco ridenti e vitali, come nel carattere dei suoi abitanti, facile a cogliersi negli animati mercati di impronta ottomana

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Dicevo dei suoi abitanti: si, davvero il top. Avevo gia’ avuto modo di cogliere la estrema giovialita’ e cortesia di questo popolo entro i suoi confini nei miei due precedenti viaggi qui, l’impressione e’ rafforzata a questo giro, dove tra l’altro fraternizzo con gente estremamente colta anche se eccessivamente logorroica. Becco prima un organizzatore di tour lungo la via Egnatia, la via romana che conduce fino a Costantinopoli, che mi sbircia mentre sto aggiornando il blog e mi riempie di nozioni, poi e’ la volta di un simpatico tizio poliglotta e autodidatta, che sul bus da Tirana a Scutari, comincia (e non smettera’ per tre lunghe ore) a illustrarmi tutte le questioni inerenti le differenti etnie albanesi e la concitata storia del paese, centrale a molte vicende anche di profilo europeo. Ma sul “furgon” a questo punto scatta la “disturbata”: anche il resto degli occupanti e’ interessato a conoscere l’ospite e prendono a tempestarmi di domande. Circa il 70% degli albanesi e pressoche’ tutta la gioventu’ parla correntemente l’italiano ed e’ ben contenta di esercitarlo ora: la cosa singolare e’ che ognuno lo fa nel dialetto della zona d’Italia dove ha soggiornato, per cui ho al mio fianco un tizio che parla in dialetto stretto delle valli bergamasche, una ragazza risponde in pugliese, sta un altro che parla torinese come Gianduia Vettorello, non mancano due “napoletani’ e pare davvero una puntata di “Mai dire Goal”. La cosa assume poi una deriva davvero comica quando i locali prendono a scimmiottare persino le stupidaggini con cui infarciamo noi italiani i nostri i discorsi: cosi’ il “bergamasco” prende a dare della terrona alla “pugliese”, i napoletani rispondono col campionario sulla Padania nebbiosa e il Regno delle Due Sicilie invaso dal terrorista Garibaldi etc. Il poliglotta prova ad lazare il tiro della conversazione citando l’episodio della comunita’ albanese che aiuto’ Garibaldi sollevandosi contro il Re di Napoli (episodio storicamente verificato) ma ormai la situazione e’ degenerata e i toni della discussione salgono……Non mi resta che giocare l’aiuto da casa e chiamare: chiedere all’autista di mettere un cd di quello che a queste latitudini e’ l’unificatore di ogni Italia, il Pontefice pacificatore Adriano Celentano. Due minuti dopo stanno tutti cantando con me “Svalutation”. Davvero una giocata da fuoriclasse.

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E cosi’ giungo a Scutari, seconda citta’ del paese e capoluogo della cultura Ghega e della lingua detta “tosco”. Bella cittadina sulle sponde di un lago paludoso che pullula di buonissime anguille.

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Quella in foto e’ la rocca veneziana di Rozafa, dove sgorga un’acqua lattiginosa che si crede sia il latte della ninfa Teuta, salita qua per chiedere agli dei di poter avere un figlio, desiderio esaudito dopo essersi dissetata qui. Ancora oggi le giovani spose di Scutari salgono fin sulla rocca a bere l’acqua miracolosa nell’augurio di poter divenire madri.

Le montagne maledette: prologo

Diario di un breve viaggio nelle Montagne maledette, a confine tra Albania e Kosovo

Oggi parto per un viaggio, o per qualcosa di simile. Intendo dire che non si tratta di un viaggio di particolare lunghezza, uno di quelli in cui mi piace dilettarmi nel periodo estivo con un ambaradam tale di posti e di pretese da esuadire da far pensare quasi ad una campagna militare: questo somiglia maggiormente ad un raid, un blitz fulmineo e mirato da commando. Si, perche sento di aver una missione da compiere o meglio da completare. Negli ultimi dieci anni ho viaggiato in lungo e in largo in quella estensione geografica e culturale che va sotto il nome di Balcani: potrei scrivere una guida sulle capitali della intera area o sui parchi naturali della Croazia e della Serbia, elencarvi a memoria i nomi dei valichi di frontiera della Macedonia o dei passi di montagna della Bulgaria, disegnare se solo sapessi farlo uno ad uno i ponti in pietra della Bosnia o le anse del Danubio alla sua foce sul Mar Nero. Eppure mi resta una inaccettabile lacuna da colmare, un posto remoto e misterioso in cui non mi sono ancora andato a cacciare, una sorta di epicentro simbolico ai miei occhi di questo enorme cuore di tenebra dell Europa che sono i Balcani: si chiama Theth e non ci si arriva facilmente,

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risulta in pratica piu agevole arrivare in Australia che a Theth.

Si parte dalla capitale Tirana, dove sono adesso gia (scuserete la accentazione inesistente e altri errori grammaticali ma scrivo da una vecchia tastiera programmata in lingua slava con caratteri diversi}, da qui ci si sposta verso nord in direzione del lago di Scutari, ove si tratta poi di raggiungere uno spicchio di esso dove si congiunge per via di un canale ad un altro bacino, quello della Drina che scorre dalla Bosnia: a questo punto sta da risalire il fiume su un vecchio battello arruginito tra gole altissime e scenari di bellezza maestosa

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Figurarsi che il Guardian inglese, fonte molto considerata dai viaggiatori amanti dell insolito, ha definito questo il piu bel viaggio in battello del mondo ecco il link

Al termine di questo viaggio in battello, giunti al confine con il Kosovo, vi aspetteranno o meglio mi aspetteranno due ore di fuoristrada fino ad una prima valle, chiamata Valbona,

"A Cross Marks the Trail to Theth, Albania"

ove soggiornare per poi ripartire, a dorso di mulo, fino ad un altissimo passo montano immerso in uno scenario lunare, da cui ridiscendere finalmente verso la destinazione

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Sembra si tratti di un luogo davvero magico, immerso tra boschi e cascate e dove volano ancora le aquile, simbolo del paese. Il luogo risulta inaccessibile per molti mesi all-anno per via della neve che ostruisce i passi e la comunita locale ha imparato a vivere facendo a meno del mondo esterno, vigono usi e costumi assolutamente peculiari e fino a pochi decenni orsono persino una sorta di codice giuridico se stante, il Kanun, una sorta di legge del taglione. Ma niente paura: la ospitalita di queste comunita viene celebrata da tutti coloro che vi si sono avventurati tra questi valli.

Giorno per giorno provero a tenere aggiornato il diario di questa breve spedizione.

Si tratta del luogo con ogni probabilita piu isolato di tutta l Europa,

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un luogo che per la sua inaccessibilita nonche per le dicerie circa la gente che ha saputo divenire conosciuto con un nome sinistro e affascinante al tempo stesso: le Montagne Maledette.

 

 

A come Atlante: Bulgaria

Ora vi posso parlare di un paese visitato proprio di recente, per la verità la mia seconda volta: la Bulgaria appunto. Si tratta di un luogo dalle peculiarità notevoli a cominciare dalla sua posizione che lo rende letteralmente l’atrio d’ingresso dell’Europa passando da quella che nei secoli è stata la porta principale per esso, ovvero lo stretto dei Dardanelli oltre il quale si estende la Penisola Anatolica e il Medio Oriente. In tal senso questa terra ha costituito il primo territorio pianeggiante e irrigato ove impiantare una civiltà stanziale per una miriade di popoli, come dalla mappa qui sotto si può ben desumere

Migrazioni Kurgan in Europa

La storia per forza di cose rappresenta di certo l’aspetto che più mi ha intrigato di questa terra, da noi percepita come piuttosto periferica ma a torto.  Guardate questa bellissima urna cineraria, esposta nell’ancor più bello museo archeologico di Sofia:

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Creazione antropomorfa, rileva un alto livello artistico se considerato che rimanda al IX secolo a. C., insomma un’epoca precedente e di un bel po pure al fiorire della cultura ellenica, ad esso certo collegato. Sì, perché proprio la Grecia, non lontana dai confini meridionali di questa terra, ha di certo dialogato a lungo con il territorio oggi conosciuto come Bulgaria: è un dato desumibile dalla storia nonché dalla mitologia. La Tracia, regione meridionale della Bulgaria, situata oltre gli altissimi picchi del massiccio centrale, rientra in tutte le vicende che hanno interessato la storia greca, con guerre dagli esiti alterni e colonizzazioni reciproche succedutesi nei secoli. Quanto alla mitologia, basti pensare che nei Monti Rodopi, situati sempre nella medesima area sud della odierna Bulgaria, i Greci collocavano l’ingresso al Regno dei Morti, ed è li che si affacciò secondo la leggenda lo sventurato citarista Orfeo per recuperare la bella Euridice caduta nell’aldilà, cn gli esiti malaugurati che purtroppo si tramandano….Ancora questa terra era nota ai greci per il vino, che tutt’ora si produce con eccellenti risultati proprio in quell’area: se capitate a Sofia o in un qualsiasi angolo della Bulgaria, non mancate di ordinare una bella bottiglia del rosso di Melnik, economico e buonissimo nonché bello corposo: al secondo bicchiere mi parrà di sentire le note della cetra di Orfeo…..

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Abbiamo nominato Sofia ed eccola qui di sopra, con le sue chiese bizantine mescolate ai bazar ottomani e alle vestigia romane, quando prendeva il nome di Serica ed era per il potente imperatore Costantino reputata una “seconda Roma”. Lo Zibaldone di stili e culture sarebbe di suo interessante ma devo dire che la città nel complesso non mi ha rapito, cedendo troppo il passo all’ultimo degli stili succedutisi, il più brutto per distacco: quella sorta di religione del Brutto sulla Terra che è stato il Socialismo reale, che ha disseminato la città di casermoni grigi difficili a essere strappati via; neanche la recente forzata apertura all’Occidente ha di troppo ingentilito l’aspetto del centro cittadino, rimasto infestato di una sequela interminabile di negoziacci e catene di ristoranti di infimo livello, tutti consacrato all’Italia in una veste deteriore e turistica: si susseguono sulla via principale brand scadenti di gelato italiano, scarpe italiane, pizza italiana, pezze italiane senza nessun gusto ne originalità.  Ma quando ci si allontana dalla macrocefala capitale e il grigio della città lascia a fatica il passo al verde bottiglia della campagna (quella stessa tonalità ripresa dalla bandiera nazionale), ecco che il territorio si riappropria di una sua identità feconda.

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Questa è una cittadina di duemila anime nel centro del paese, dal nome assai difficile: Koprishvistica. Si tratta di una sorta di paesino- museo tutto edificato in ottocentesche case in legno di chiaro stile ottomano, dove vive una comunità anch’essa di lingua ed etnia ottomana dedita alla pastorizia e all’apicoltura: bello, bello davvero.

Ancora estremamente gradevole risulta la città di Plovdiv, antica come Roma e come essa edificata su sette colli Plovdiv_Bulgaria.jpg

un dedalo di viuzze acciottolate ottomane, con al centro un bellissimo anfiteatro costruito indovinate proprio da chi? plovdiv1

Dai Romani ovviamente! Una curiosità: è nato qui l’autore teatrale Moni Ovadia, figlio di una minoranza etnica di cui parlerò più avanti. Ci arrivano pure le low cost da qualche anno, è una meta che vivamente consiglio.

Ma se dovessi dirvi di qualcosa di veramente bello appartenente alla Bulgaria, beh allora si tratterebbe di andare a pescare un posto remoto assai, meta ideale per chi viaggia “off of beaten path”, fuori dai sentieri battuti e lontano dalle comodità e dagli standard occidentali. Sto parlando della zona di selvagge e altissime montagne che si estende al centro del paese, il massiccio del Pirin le cui cime sono visibili rigonfie di neve dal centro di Sofia fino a primavera inoltrata. Nella zona di Rila, dove sorge anche un bellissimo monastero ortodosso, le vette assumono una colorazione e una geografia particolare, prendendo il suggestivo nome di “Montagne d’acqua”, anche per via dei laghi che si succedono uno dietro l’altro

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I laghi sono 7 per l’esattezza e intorno ad uno di essi, che prende il nome di “fegato” per via della forma si tiene annualmente un raduno bizzarro assai: il cd “Paneuritmia”. Si tratta di una danza tenuta da parte di una setta, i cd Bogomili, che si reputano discendenti di una setta eretica vissuta qui intorno all’anno Mille: danzano evocando gli spiriti dei loro morti intorno al lago cd “fegato”, l’organo che nel mondo classico rivestiva il ruolo che nel nostro mondo ha il cuore: quello di organo ove sono racchiusi i sentimenti e le emozioni. Già, proprio così: i Greci, i Traci e i popoli antichi non credevano che fosse il cuore a essere il tesoriere degli amori, delle emozioni, dei palpiti. Dicevano che fosse il fegato.

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Ebbene, un giorno all’anno, i Bogomili danzano intorno al lago dall’alba al tramonto. Danzano in cerchi concentrici, sempre più stretti

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al cui fulcro interno siede un santone, che a mio avviso ha ingravidato negli anni migliaia delle donne che prendono parte come sorta di sacerdotesse alla funzione: ricordo quella notte di aver visto all’accampamento decine di bambini tutti con gli stessi tratti somatici, la stessa faccia  insomma del santone, sarà mai una coincidenza?

Non è certo facile essere uno dei Bogomili e prendere parte alla danza: essi non cercano pubblicità e arrivare tra queste montagne è un impresa che sa di epico. Ma io me la ero studiata bene e nel 2013, spacciandomi per un novello Bogomita del Sud Italia, bluffando a mio rischio e pericolo con la lingua e un’altra serie di balle ben assortite, inerpicandomi prima a piedi, poi in seggiovia, poi su un cavallo affittato da alcuni rom e infine smarrendomi a piedi su una montagna dentro un temporale, alla fine raggiunsi l’accampamento dei Bogomili, giusto la notte prima della cerimonia del Paneuritmia. Era come trovare ad una sorta di Woodstock ancestrale, più folle, più fuori dal mondo.

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Quella notte le Montagne d’Acqua fecero sentire tutta la potenza del loro etimo e non smise un attimo di diluviarci addosso: la mattina non avevo una sola parte del corpo o un solo indumento che non fosse fradicio di pioggia. Ma poi si alzò il Sole e ballai fino al tramonto sul lago sacro del Fegato insieme ai miei amici Bogomiti.

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E’ tutt’ora una delle cazzate fatte in vita mia di cui vado più fiero

Strade: Da Roma a Salonicco in 10 giorni

L’itinerario di questa settimana unisce due città accomunate da un passato illustre e per aver dato i natali a grandi Cesari del mondo classico: Roma su cui c’è poco da spiegare e Salonicco, città-natale, nonché punto di partenza nella sua folle avventura di conquista, di Alessandro Magno. La distanza percorsa tra i due capoversi del nostro viaggio sarà piuttosto esigua ma mi sono divertito a “ingarbugliarla” attraverso un percorso assai insolito e che somma tra loro luoghi estremamente diversi

 

Partenza: Roma (o altra località italiana)

Arrivo: Salonicco

Durata: 10 giorni

Budget: da 500 a 1.500 €

Paesi attraversati: Montenegro, Albania, Macedonia, Grecia,  Repubblica del Monte Athos

 

1° giorno: Sveti Stefan o Ulcinj (Montenegro)sveti stefan

Da Roma o altra località italiana prendete un volo alla volta della capitale del Montenegro Podgorica, in cui spendere al massimo il tempo di un caffè (è davvero una città bruttissima) o per lo scalo costiero di Tivat. Possibile ed anche consigliato è il viaggio in nave notturna da Bari alla volta della quasi omonima Bar, da cui tra l’altro sarete assai vicini a entrambe le mete proposte: Sveti Stefan o Ulcinj. Si tratta di due località costiere del piccolo Montenegro, entrambe dotate di un suo fascino. Sveti Stefan (Santo Stefano), un piccolo isolotto unito alla terra da una anoressica striscia di sabbia, si sta costruendo una solida fama come meta di turismo esclusivo, ma non faticherete a trovare sistemazioni accettabili a prezzi assolutamente ragionevoli nei paraggi. L’isolotto (quello ritratto in foto) è davvero bello, anche se un po troppo battuto da fanatici del lusso tra cui spiccano  parvenue russi in gran numero, davvero comici a volte nelle loro pacchiane ostentazioni tutte champagne & salame. ulcinj

Esteticamente meno bella ma per certi versi più affascinante è la vicina Ulcinj, con questa sua bella rocca a dominare una baia sabbiosa. Un tempo covo di pirati ottomani, ora è battuta da un turismo giovanile piuttosto chiassoso, composto in prevalenza da ragazzi provenienti dal vicino Kosovo. Il luogo recupera comunque un suo fascino intrinseco nella rocca medievale davvero ben conservata e per una storia, a metà con la leggenda, secondo la quale fu qui imprigionato dai pirati il celeberrimo scrittore Cervantes, poi liberato dopo la sconfitta degli Ottomani a Lepanto. Un forte indizio in tal senso è rappresentato dal fatto che la bella amata del Don Chisciotte provenga proprio da qui: Dulcinea o Dulcinea, insomma come dire da Ulcinj.

 

2° giorno: Scutari ( Albania)

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In bus da Ulcinj o dalla capitale Podgorica la frontiera con l’Albania è davvero vicina ed è in parte rappresentata da un confine liquido, quello costituito dal lago di Scutari. Si tratta di un bacino paludoso assai in voga tra gli insetti e le zanzare, per cui è vivamente consigliata una protezione repellente. Nondimeno è un posto bellissimo, dove è assai piacevole spendere qualche giorno osservando in barca la moltitudine di uccelli e degustando le famose anguille locali. Scegliete di alloggiare presso la sponda albanese, magari nei dintorni della città di Scutari, evitando il troppo soffocato centro. Un curiosità: questa bella ansa del lago prende il nome, tra la popolazione locale, di “Sofia Loren”, perché le protuberanze osservate da un punto prospettico diverso e più alto sono due….il resto lo lascio intuire a voi

 

3° giorno: Lago Koman-Valbona

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Questa giornata trova un senso, più che in una meta da raggiungere, nel viaggio per arrivarci: uno dei più belli che avrete mai vissuto, l’ultima avventura d’Europa come è stata definita dal Guardian. Si tratta davvero di una chicca per viaggiatori amanti dell’insolito, quindi prestate bene attenzione se siete interessati ed un giorno mi ringrazierete. Raggiungete in bus o taxi la località di Koman, a un 15 km di Scutari ma ubicata su un altro lago, quello appunto omonimo di Koman. Si tratta in realtà della gola di un fiume , la Drina, divenuta un lago dopo la costruzione di una diga. Da qui parte ogni mattina un battello che è un residuato del socialismo reale e risale questa gola assai impervia che non conosce altre vie di accesso oltre quota d’acqua.koman

Le comunità rurali infatti che si incontrano alle diverse fermate del battello sembrano fotografie di un tempo remoto, e lo stesso incedere del battello in quell’acqua verde smeraldo è un tuffo al cuore. Dopo 3 ore circa si arriva alla sponda settentrionale, in una località chiamata Fjerze ed a qui in bus fino ad una città intitolata ad un eroe locale, un certo Bajram Curry. Da qui una coincidenza in jeep vi condurrà nelle Alpi Dinariche, conosciute anche come le “Montagne maledette”, in una amena località chiamata Valbona, ove troverete gente splendida e molte guesthouse ad accogliervi con squisiti formaggi di capra e grigliate di agnello fino a scoppiare. E’ un luogo magnifico. Il viaggio può apparire complicato ma, a meno che non siete dei pantofolai, fatelo almeno una volta nella vita: è il primo viaggio che consiglio spesso di fare a chi mi chiede idee per un viaggio. Allego qui anche il link esplicativo per giungervi, curato dalla titolare di una pensione sita li a Valbona, una simpaticissima signora americana venuta a vivere qui.  

 

4°   giorno: Theth

thethi

Eccone un’altra di valle incantata, dove giungere non è semplice ma da cui non si vorrà più partire. Anche in questo caso il viaggio per arrivarci costituisce una fetta consistente dell’emozione che proverete. In questo caso, non un battello sgangherato ma il dorso di un mulo (!) che da Valbona vi condurrà su per le Montagne Maledette, fino a scollinare un altissimo passo in quota e poi ridiscendere dal lato opposto della montagna, nella incantata Theth o Thethi, un luogo isolato per molti mesi all’anno e dove la comunità locale vive secondo regole sociali (e giuridiche) antichissime, tra le quali il Kanun, una sorta di legge del taglione. Ma niente paura eh, la gente è davvero ma davvero affabile, e a voi, tra boschi e cascate, orsi e caprioli, sembrerà davvero di essere finiti in un eden sperduto e felice. Due giorni qui e poi mi dite se non avevo ragione. In tutta Europa, un posto così autentico e non contaminato come le Montagne Maledette dubito che possa esistere.

 

5° giorno: Tirana

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La capitale dell’Albania, una città estremamente singolare che unisce le evidenti brutture del socialismo reale, con la delirante architettura del “lire maximo” di questo piccolo paese Enver Hoxha, ad un animo vibrante, fatto di moschee e mercati, tra cui si insinua un po confusamente una movida con tanta voglia di Occidente. Un posto che tutto sommato piace. Bellissimo il museo della storia albanese, con l’eccellente sezione sugli Illiri, i primi abitanti della regione.

 

6° e 7° giorno: laghi di Ohrid e Prespa(Macedonia)

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Da Tirana prendete un “furgon” (un minivan collettivo) verso la città di confine di Pogradec. Giunti a destinazione sarete sulle sponde di uno splendido lago, nei pressi del bellissimo monastero di Naum, ubicato proprio sul confine con la Macedonia. Entrati in questo paese, la vostra metà sarà la magnifica Ohrid, la Ocrida dei Veneziani e la Lychidnos (città della luce) dei Greci. Si tratta davvero di un posto delizioso, colmo di storia in una cornice naturale preziosa. Il borgo antico è uno scrigno di stradine abbarbicate sulla costa del lago, in cui potrete anche nuotare e da cui provengono trote e anguille molto rare e prelibate. E quella luce, quella luce magica che inonda tutto….Senz’altri aggettivi, Ohrid è un posto magnifico. Il secondo giorno potrete pure spostarvi su un altro lago vicino, quello di Prespa, nel parco naturale della Galicica. Potrete arricchire la giornata con una visita ad un’isola lacustre dal nome estremamente affascinante: Golem Grad, la Grande Città

golem grad

Il luogo è noto anche come Isola dei Serpenti, perché sono questi rettili gli unici abitanti dell’isola. Si tratta di concordare una visita con i pescatori che abitano lungo le sponde, ma attenti agli imbroglioni: io ne trovai uno e caddi vittima del suo raggiro, quando mi affidò nelle mani di un suo amico pescatore, un fantomatico Vasco, di cui lungo le sponde del lago tutti ignoravano l’esistenza….

 

8° giorno: le Meteore (Grecia)

meteore

Dalle sponde del lago di Prespa, il confine con la Grecia è davvero ad un tiro di schioppo (anzi parte del lago ricade proprio sotto la sovranità greca). Insomma si tratta di attraversare la frontiera e giungere alla prima città in territorio ellenico, Florina. Da qui in bus per Kalambata, verso un altro luogo magico: i monasteri delle Meteore. Non c’è bisogno di dilungarsi troppo in parole, guardate la che spettacolo. Si tratta di monasteri di religione ortodosso, protesi verso un ascetismo senza tempo. Bellino anche il borgo ove soggiornare appena sotto gli speroni rocciosi.

 

9° giorno: Monte Athos

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In bus fino a Salonicco  per proseguire poi oltre , verso un’altra frontiera, la più strana di tutte: quella del Monte Athos, il corrispettivo della Città del Vaticano nella religione ortodossa. Ma l’ascetismo e il senso di sacro che si propaga da questi promontori stesi sul mare (siamo ormai sul mare Egeo) è del tutto superiore al trambusto di piazza San Pietro. Un luogo ove regna il silenzio e la meditazione e dove non a tutti, anzi quasi a nessuno è concesso di entrare: innanzitutto non vi sono ammesse le donne, ed è proprio così per antichissima legge risalente a prima dell’anno Mille. Tra gli individui di sesso maschile vi sono ammessi solo 100 “laici” per giorno, tra cui solo 10 di religione non ortodossa. Bisogna prepararsi per tempo e fare una domanda che non è solo burocratica: verrà valutata anche la vostra motivazione a vivere per un giorno qui, dormendo in monastero con i monaci ortodossi, gli unici abitanti del promontorio, senza internet, tv e altri svaghi. Anche le fotografie sono vietate e la luce viene staccata molto presto la sera. Più che Città del Vaticano, la Repubblica del Monte Athos è il Tibet d’Europa.

 

10° giorno: Salonicco

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Ed eccoci a destinazione: la bellissima Salonicco, ricca di storia e di monumenti, città natale di Alessandro Magno, protesa sull’Egeo e verso i regni dell’Est, proprio come il suo condottiero che da qui partì alla conquista del mondo.

 

A me sembra proprio un bel viaggio

 

 

 

 

 

 

A come Atlante: Bretagna

Cosa ci incanta di una mareggiata? Cosa rapisce magneticamente la nostra attenzione e ci porta a contemplare per ore lo spettacolo, per nulla dolce o morbido, di una gigantesca onda che si infrange su uno scoglio o una falesia a picco? Non chiedetelo a me, non lo so e non saprei rispondere. O perlomeno, troverei 100 risposte, tutte da porre su un eguale piano di validità:un moto dell’animo, la forza della Natura, l’incontro o lo scontro tra gli elementi, e perché no, ci si riuscirebbe a vedere anche un amplesso, brusco e primordiale, tra gli elementi stessi. Boh, a ognuno ciò che piace o non piace.

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Ad ogni modo, se sono le mareggiate a rapirvi, la Bretagna è il posto più vicino e più denso di questo tipo di magia che troverete, almeno vivendo in Occidente. Non parliamo infatti di un luogo esotico e neanche sperduto a qualche latitudine semi-polare: la Bretagna è quella propaggine fallo-forme e oblunga a poche centinaia di km da Parigi, Risultati immagini per bretagna, protesa quel tanto che basta nel rude oceano Atlantico per assicurarvi presto lo spettacolo immacolato di un cavallone di decine di metri di altezza che si infrange contro una scogliera o un bastione. Sì, ci si arriva davvero facilmente in un paio di ore di TGV dalla “Ville Lumiere”, ma ovviamente la diversità rispetto a Parigi ci metterà assai poco ad appalesarsi. Risultati immagini per bretagna

La Bretagna, già, terra di scogliere e cale sferzate dagli elementi e levigate dalle maree, ma anche e soprattutto luogo a se, identificativo di un popolo, i Bretoni, che rivendica radici molto lontane e peculiari. Un’immagine abbastanza inflazionata e grossolana identifica i Bretoni Risultati immagini per bretagna asterix nel fiero popolo di Asterix e Obelix, indomiti guerrieri capaci di resistere a lungo agli invasori Romani. Beh, a ben vedere il quadro è meno stilizzato e sputtanato di quanto sembri a prima vista: ci sono i forti e pugnaci guerrieri, ultimi a chinare la testa ai colonizzatori (e se chiedi tutt’oggi ad un bretone sull’argomento, ti dirà che giammai si sono piegati all’invasore) e c’è il personaggio di Panoramix, che introduce ad un altro aspetto pregnante della Bretagna, la magia, quella dei Druidi, abili a decodificare segreti della natura e a porli dentro alambicchi in vetro e pentoloni da cui estrarre sieri e pozioni che donino forza o bellezza. Risultati immagini per bretagna druidi

Ogni bosco, ogni anfratto o cala appartata della Bretagna pare odorare di questa magia recondita e segreta, ed anche un breve viaggio permetterà un tuffo in questo mondo.

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I borghi in pietra di Dinan, Cancale, Quimper e tanti altri traboccano di magia, tra sidro e deliziose crepes al cioccolato (al mondo non esiste un posto dove sono più buone) e l’atmosfera da “bandes dessines” di Asterix  o la polverina magica di qualche pozione di Panoramix ci metterà poco a coprirvi la pelle.  Certo l’aspetto più immediato della Bretagna risiede però nelle sue scogliere frastagliate, nelle sue cale  Risultati immagini per bretagna su cui annicchiano borghi in pietra e le sue chilometriche spiaggie “ostaggio” delle maree, nel senso che si rivelano tali e infinite quando le maree sono basse, per poi venire fagocitate quando la foga del mare le ricopre. Il posto in tal senso più celebre agli occhi degli estranei è senz’altro l’isola di Mont Saint MichelRisultati immagini per bretagna mont saint michel

ma vi do un consiglio, che vi prego di tenere a mente: fermatevi a questa immagine o altre reperibili su internet di Mont Saint Michel: il posto non vale assolutamente niente, devastato da un turismo rozzo e fatto di una caterva irrisolvibile di negozietti di cianfrusaglie e souvenir. Bello in teoria ma impossibile a ormai a essere colto nella sua veste primigenia, tanto vale vederlo in cartolina o sul pc. Molto ma molto meglio avventurarsi o anche sperdersi in borghi pietrificati contro le moli d’acqua vomitate dall’oceano come Pontrieux Risultati immagini per bretagna borghi

o la Rance, o ancora Perros Guirec o Quimper, fino alla punta di Brest o del faro di Roscoff, una sorta di Mecca delle mareggiate, per tornare a quanto dicevamo poc’anzi.

 

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Ancora,  le infinite spiagge e le gigantesche maree sono sfruttate per prospere industrie di ostriche e addirittura per ottenere energia elettrica: unico caso al mondo la centrale di La Rance che ricava la sua energia dalle maree

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La Bretagna rimpiango di averla visitata quando forse ero troppo giovane, a 21 o 22 anni, con un animo ancora troppo incline al divertimento sfrenato e le feste a oltranza, quindi poco educato alla bellezza malinconica e suadente di queste calette grigie e poco soleggiate (la foto sovrastante è un unicum o un photoshop: il sole bagna poco queste coste e l’acqua è freddina per nuotarvi).Nondimeno vi conservo dei ricordi assai particolari con i miei due compagni di viaggio, Claudio e Michele, col nostro litigare molesto coi ristoratori che ci servivano ostriche e frutti di mare freschissimi, o il perderci continuo e seriale per queste strade in sella a biciclette o a bordo di un’auto. E di quella sera, in cui rimanemmo all’addiaccio perché in un posto sul mare (saint Brieuc? Painpol?) le due uniche taverne non ci accolsero per la ora tarda, ma per incanto finimmo ospiti a casa di certi stralunati musicisti, dopo aver assaggiato in un bar un bottiglia di un liquore entro cui era imbevuto un cobra venuto dal Vietnam. Belli quei giorni!  Risultati immagini per bretagna saint brieuc

 

 

Strade: dal mare Adriatico al mar Nero in due settimane

Comincio col dire che da oggi la rubrica “Strade”, dedicata ad itinerari di viaggio da tracciare da un capo all’altro, avrà cadenza settimanale: il mercoledì esattamente

Questa è la volta di un itinerario suggestivo che unisce due mari, uno vicino e un altro lontano ma non troppo, come vedremo. Il percorso ricalca grosso modo quello da me tenuto nel viaggio Transbalcanica Express. del 2012

Partenza: Dubrovnik (Croazia)

Arrivo: Sfantu Gheorghe, delta del Danubio (Romania)

Durata: 14 giorni

Budget: da 1.000 a 2.500 €

Paesi attraversati: Croazia, Montenegro, Serbia, Romania

 

1° giorno: Dubrovnik

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Da uno dei tanti scali italiani prendete un volo low cost alla volta di Dubrovnik oppure raggiungete il porto di Bari, da cui imbarcarvi per una romantica notte in nave (partenze giornaliere) per il porto croato, scelta consigliata: ho un debole per le navi che solcano il mare di notte. Al vostro arrivo vi si schiuderà un po per volta uno dei gioielli urbanistici della costa adriatica. Dubrovnik, la antica Ragusa alleata (e mai colonia) di Venezia, adagiata in fondo ad una baia costellata di verdi isolotti, è davvero un meta bellissima, con le sue mura a cingerla patrimonio dell’Unesco e il suo centro storico, piccolo e perfettamente conservato davvero mirabile. Tanti gli eidfici storici e ricca anche la parte museale ed espositiva.La posizione ve la farà anche preferire per le scappatelle al mare o nella natura: insomma a Dubrovnik o Ragusa che sia, la vita è davvero dolce. Unica pecca: l’eccessivo afflusso di gruppi organizzati di turisti nel periodo estivo, ma è un inevitabile dazio da pagare ormai per le città d’arte

 

2° giorno: Mlijet o Dubrovnik

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Una meta del fascino di Dubrovnik meriterebbe senz’altro due giorni. Tuttavia, se la ressa dei turisti vi snerva e avete bisogno di un po di silenzio per non dire ascetismo, un bel consiglio posso darvelo. Dal porto di Dubrovnik imbarcatevi sul popolare aliscafo “Nona Ana” (e badate bene ad anticiparvi perché i pochi biglietti finiscono in fretta): in un’oretta e mezzo siete nel paradiso di Mlijet, isola tra le più belle mai viste ( e se lo dice uno nato a Capri, c’è da fidarsi). Si tratta d un parco naturale, ove esistono pochissime abitazioni e ovuqque risplendono il verde e il celeste. E’ con ogni probabilità l’antica Ogigia, ove risiedeva la ninfa Calipso che sedusse Ulisse: un suggestivo anrtro dell’isola è tutt’ora intitolato all’eroe omerico. Se siete amanti del camping, questo è uno dei posti più belli dell’Adriatico per farlo, ma esistono anche soluzioni alberghiere convenzionali. Un incanto

 

3° giorno: Kotor

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Rientrati a Dubrovnik, salite su un bus per il vicino Montenegro e non dormite durante il percorso, vi perdereste uno spettacolo unico. Superato il confine la costa montenegrina assume una conformazione particolarissima, dando luogo ad un fiordo, del tutto simile a quelli norvegesi come morfologia, lungo se non erro 34 km ma largo solo poche centinaia di metri. Il bus lo costeggia tutto da Herceg Novi, pubblicizzata da molti operatori ma francamente insignificante, fino a giungere al fondo della gola, ove sta incastonata come una fortezzza sulla muraglia cinese la deliziosa Kotor, Cattaro in italiano, colonia veneziana e scrigno di bellezza. Anch’essa cinta da alte mura, è una cittadina davvero deliziosa, in una posizione davvero incredibile sovrastata da altissime montagne al’apparenza impossibili da scavalcare. Davvero bellissimo anche l’isolotto di San Giorgio di fronte, Risultati immagini per kotor islandda cui si ritiene che Bocklin abbia tratto ispirazione per il suo celebre dipinto “L’isola dei morti”. Un piccolo ulteriore consiglio: andateci piano con le cozze, io ci stavo per rimanere secco.

 

4°  e 5° giorno: Parco del Durmitor- Tara river

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Si cambia scenario e dal fondo del fiordo di Kotor si dice addio al mare Adriatico per addentrarsi nelle altissime montagne del Montenegro (il nome non è certo casuale), le Alpi Dinariche. Esistono diversi parchi di alta montagna, tra cui quelli del Monte Nero vro e proprio o quello della Biogradska ma il mio preferito è questo del Durmitor. Ci si arriva in bus o a bordo di un davvero suggestivo trenino a gasolio che sferragliando risale il canyon del Moraca fino ad un certo punto. Il parco è davvero stupendo, con possibilità di lunghe passeggiate e praticare spor come il rafting  e il canyoning in scenari davvero magnifici sul Tara river.

 

6° e 7° giorno: Guca

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Uno spostamento non proprio agevole a bordo di bus e del vecchio trenino per varcare il vicino confine serbo e raggiungere lo scalo ferroviario di Pozega. Da qui in taxi collettivi una trentina di km verso una località di aperta campagna denominata Guca, meta del tutto anonima per 350 giorni all’anno ma sede per due settimane in Agosto del più assurdo dei Festival musicali che potrete mai trovare in Europa. In una parola: un delirio. Si esibiscono ivi, senza soluzoni di continuità, giorno e notte, le orchestrine balcaniche, in prevalenza di etnia rom, di strumenti a fiato, trombe e tromboni, per dar luogo a quella musica balcanica nota agli appassionati di Kusturica e il cui artista di riferimento è Bregovic. Sono ritimi incalzanti e ossessivi, a cui la folla si abbandona in un crescendo alcolico senza rivali. Bottiglia di una fortissima grappa locale vengono trangugiate come acqua fresca mentre si balla e si mangia confondendo il giorno con le tenebre. Andateci se davvero avete voglia di qualcosa di pazzesco ed insolito, uno spaccato della follia balcanica, concetto declinato in una veste tutta sua a queste latitudini. Non mancano francamente i pericoli: uno dei leit motiv del mega-raduno è anche quello politicizzato del “revanchismo” serbo, e a migliaia fascisti e iper-nazionalisti serbi inneggiano ubriachi a criminali di guerra come Arkan o Karadzic, e la cosa francamente assai pittoresca non è. Comunque, un bel pezzo di questa incomprensibile cosa chiamata Balcani abita a Guca, la Woodstock serba.

 

8° giorno: Belgrado

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Dalla folle Guca arrivate in un capoluogo della Serbia meridionale chiamato Cacak, da ui in bus o treno per la capitale Belgrado. Ne ho già parlato in un altro itinerario, non è una città che amo particolarmente, anch se non priva di fascino con la sua fortezza alla confluenza del Danubio e della Sava, il suo elegante corso e il quartiere bohemien. La cosa che ve la farà maggiormente apprezzare è comunque la sua frenetica vita notturna

 

9° giorno: Timisoara

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In treno o con comodi ed economici taxi collettivi ci si sposta da Belgrado in Romania, ove la prima importante città che si incontra è la bella Timisoara. Una città d’arte di impronta asburgica, lontana ed alternativa a Bucarest. Qui a Timisoara ebbe inizio nell’89, per bocca di un coraggioso prete della minoranza ungherese, la rivolta contro il potere centrale del brutale dittatore Ceausescu. La città vanta delle piazze davvero bellissime ed adornate di palazzi variopinti, un’università antica e vitale ed una impronta cosmopolita che manca alla stessa Bucarest.Davvero un posto gradevole

 

10° giorno: Sibiu

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Esiste una definizione molto in voga, quella di città d’arte: ne fanno, a giusto titolo, parte Firenze e Praga, Varsavia e Siviglia, e tante altre città. Ma avete mai sentito parlare di Sibiu, in Romania? Beh questa come città d’arte tiene davvero botta a molte altre più titolate, eh! Innanzitutto precisiamo dove siamo ovvero in Transilvania, regione dal nome certo non inusuale per via del mito di Dracula. E’ una regione assai estesa della Romania e la più bella, piuttosto diversa dalla Valacchia pianeggiante oltre le altissime montagne dei Carpazi. Sibiu è una città principesca, dal passato florido testimoniato dalle vestigia dei suoi palazzi, abitata in prevalenza da una minoranza etnica tedesca. Un posto davvero romantico dove venire in coppia a mio avviso, da poco collegato anche con voli diretti dall’Italia. Ma qui a noi piace andare a piedi!

 

11° giorno: Sibiu o Sibiel

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A Sibiu potete starci benissimo due giorni ma, se avete voglia di un city break, beh allora fate una capatina nel villaggio di Sibiel, una decina di km da Sibiu, dal mio amico Sorian, ex professore di storia, ora vulcanico oste di questo posto singolare. La sua casa- fattoria sul fiume pare uscita dalla penna di Tennessee Williams, un posto dolcissimo e balordo dove adagiarsi a dormire nelle palafitte sopra il fiume e mangiare le trote da lui pescate. Oppure potete visitare le mille stranezze della casa, dal museo dell’era comunista alle mini-dighe dal proprietario costruite “per favorire il capitalismo in Transilvania”. Insomma una chicca nascosta, una hidden gem, che mi sento di raccomandarvi, davvero insolita, perché non la troverete facilmente su una guida.

 

12° giorno: Sighisoara

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Questa è la cittadina natale di Vlad Tepes, il conte Dracula per capirci…..e stando in Transilvania pare brutto non andarci. Tutto ovviamente è consacrato al mito del suo più illustre cittadino in questo posticino che pare un borgo della Toscana o dell’Umbria. Gradevole ma non imperdibile

 

13° giorno: Lago  Rosso o dell’ Assassino

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Assai più pregno di fascino nonchè di quel connubio di mistero e terrore che potrebbe alimentare il mito di Dracula, è invece il Lago Rosso o dell’ Assassino, un bacino lacustre che assume questa incredibile colorazione rossastra per via di un ruscello di argilla suo immissario. La dizione “lago dell’ Assassino” è dovuta, oltre che al colore rosso che rievoca ovviamente il sangue, ad una keggenda per cui qui avrebbe perso la vita un pastore con le sue pecore sotto una frana durante la costruzione di una diga. Da quel giorno l’acqua ha assunto quel colore (è vero, perchè prima quel ruscello sfociava altrove) e ne il corpo del pastore ne di alcuna delle sue mille pecore è mai stato trovato. Ovviamente vi apparirà di notte piuttosto incazzato, mentre siete in una splendida baita di montagna, qui nelle selvagge gole del Bicaz. Indimenticabile dormire qui.

 

14° giorno: Brasov

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La capitale amministrativa della Transilvania, città storica e piena d’arte, con una cattedrale davvero bellissima. Simile a Timisoara con queste sue larghe piazze, Brasov è anche sede di turismo invernale per via delle sue montagne dove praticare lo sci nei mesi invernali

 

15° giorno: Sfantu Gheorghe- Delta del Danubio

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Cominciare col premettere una cosa, anzi due. Sfanthu Georghe è il nome di due posti diversi in Romania (dopotutto significa semplicemente San Giorgio). Uno è ubicato proprio vicino Brasov su un lago ma non è quella la nostra destinazione. La nostra Sfantu Gheorghe si trova ove il Danubio, dopo un viaggio di migliaia di km, si getta nel mar Nero, una selvaggia regione di paludi pressochè disabitata, al confine con l’Ucraina. Seconda cosa: è un posto magico, che buca l’anima. Ho lasciato un pezzo di cuore in questa regione remota e difficile a raggiungersi, dopo uno spostamento in treno fino a Tulcea e uno in nave lungo i canali. Si vive sospesi in un limbo, tra vacche e cavalli che girano allo stato brado e uccelli che oscurano la luce del sole. Vi ritornerò, andateci anche voi prima che potete e rivivrete le sensazioni del poeta Ovidio, qui esiliato. Allego la emozionata descrizione fatta del posto nel mio diario originale Transbalcanica Express. :

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“Transbalcanica Express.
“Passammo l’estate su una spiaggia solitaria…e ci arrivava l’eco di un cinema all’aperto…” i versi di questa canzone, neanche troppo originali poi, di Battiato non so perchéo hanno sempre affascinato, al punto da spingermi a cercarla una spiaggia solitaria che si adattasse alla descrizione del testo. L’inizio della ricerca muoveva ovviamente da Capri, con le sue spiaggie di ineguagliata bellezza certo, ma il problema restava ahimè l’aggettivo “solitaria”, che a Capri, tra i bambini che scacazzano sul bagniasciuga, le perete che starnazzano per l’abbronzatura poco uniforme e i motoscafandri dei camorristi castelluonici che sfreccian a 5 metri dalla riva, resta chimerico…Ma alla fine l’ho trovata la spiaggia di “Summer on a solitary beach” di Battiato: si chiama Sfantu Gheorghe, nel delta del Danubio ( c’e un posto con un nome uguale anche in Transilvania). Incredibilmente ci sarebbe più o meno anche il cinema all’aperto, giacche’, qui, in uno degli angoli più remoti d’Europa, organizzano pure un Festival del cinema, dicevo incredibile perché a stento qui arriva l’elettricita. Ma Sfantu Gheorghe e’ anche molto altro, perché non e’ quasi nient’altro: non e’un paese, ma un aggregato di capanni poggiati sulla ghiaia del Danubio arrivata qui con la corrente chissà d dove, dalle Alpi Retiche, dai Carpazi, dalla Renania, le strade non ci sono, sono striscia di sabbia in cui ad ogni angolo compaiono vacche in libertà che sembrano divinita’ indiane, i cavalli corrono alla stato brado tra i gorghi d’acqua ove il Gtande Fiume ( lo chiamano così qui) si getta in mare. Sulla spiaggia si azzuffano serpenti e rane, stormi di oche selvatiche attraversano il cielo oscurandolo, pellicani e aquile arpionano lucci che sembrano coccodrilli nei canali laterali, zanzare fameliche che si avventano su corpi avvinazzati di improvvidi campeggiatori, mentre i pochi abitanti del luogo si muovono a cavallo col lazo come gauchos della Patagonia. Il posto in effetti comunica una remotezza del tutto sconosciuta all’Europa ormai. Sfantu Gheorghe e’ in effetti una sorta di buco del culo dell’Europa, da intendersi in un accezione non negativa: qui le acque di mezzo continente vengono evacuate nello sconfinato Mar Nero, che Nero non e’ se non nelle plumbee notti di pioggia. Tutto e’etereo, la Natura sembra riempirsi e ricomporsi di mille vuoti, che Carla prova a rinchiudere nella tela. Dire che il tempo si e’fermato qui e’ troppo generico: a Sfantu Gheorghe il tempo sembra essere da sempre sospeso, fluire a rovescio o forse in circolo, persino l’alternarsi del giorno e della notte e’diradato nella luce opaca dei canali e delle paludi, da queste parti passo la nave degli Argonauti e sembra che Medea da queste parti avesse gettato in mare le membra del fratello fatto a pezzi…magari i cormorani sono ancora li a mangiarle le carni del fratello….Sfantu Gheroge rappresenta un qualcosa del pensiero filosofico che, chissà perché, l’uomo occidentale ha smesso da tempo di considerare: la percezione del Nulla”

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Ed eccoci, al fine giunti a destinazione, sul Mar Nero. Visto che non era così lontano?

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A come Atlante: Amazzonia

Questa rubrica sarebbe concepita, a dire il vero, per proseguire in ordine alfabetico ed ora sarei arrivato già alla lettera B di Botswana. Ma chiacchierando l’altra sera con un amico, mi sono reso conto di aver “perpetrato” un’omissione inaccettabile con la lettera A, relativa al posto più bello e incredibile dove sia mai stato: l’Amazzonia.

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Oddio, forse il lapsus non è stato casuale, nel senso che è assai difficile riportare l’Amazzonia in una definizione da atlante, nel senso che è difficile darle una collocazione geografica precisa, è per me quasi un luogo dell’immaginario e questa sensazione, per quanto inesatta, è aumentata dopo esserci stato.  Diciamo che l’Amazzonia tende ad apparire come una sorta di mostro informe, una creatura mitologica cangiante e priva di un centro, una casa ove aperta una porta, ne segue un’altra da aprire e senza soluzione di continuità un’altra ancora. Ad ogni schiudersi di battenti, la percezione del luogo si manifesta in una sua immensità attorniante, un magma che pare inghiottirti e intorpidirti

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L’Amazzonia è un mondo a strati: in quello più esterno arriva il telefono, la televisione, poi v’è uno strato ove arrivano le strade e con esse le ruspe, il cemento, poi più dentro scompaiono le strade e con esse tutto l’occidente e persino la proprietà privata, fino ad arrivare quasi al cuore vergine ove regna una sorta di comunismo primitivo. Ancora più dentro, si è poco più di una foglia, una liana, una qualsiasi creatura soggetta al dominio incontrastato della Natura.

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Io l’Amazzonia l’ho visitata partendo dalla regione dell’Oriente ecuadoregno, dalla regione del Macas, non lontano dalle sorgenti del Rio delle Amazzoni, anzi dalle sorgenti dei mille fiumi che unendosi lo compongono. Uno di essi, il rio Macuma, costituiva il bacino principale dell’area in cui ci muovevamo,  sperduti in un ambiente che, con la sprovvedutezza folle che ci portavano dentro, non poteva che manifestarsi sulle prime ostile. In pratica ci avventurammo in due in una zona davvero impervia e fuori da ogni itinerario turistico, anche il più alternativo e coraggioso, una regione abitata dagli Shuar, il popolo indigeno noto ai più per l’usanza di lavorare e rimpicciolire i teschi dei nemici catturati in battaglia per ottenerne dei monili da esibire. Senza attrezzatura e con una cognizione del tutto vaga di cosa fosse l’Amazzonia, addentrarsi in una zona del genere: una follia pure, ma che ricorderò finché campo. Ci affidammo sulle prime ad una guida locale, rivelatosi poi un impostore che per una discreta somma ci mise in  contatto con un indigeno Shuar, un ragazzino di 11 anno che viveva in una missione di gesuiti e che teoricamente ci avrebbe dovuto scortare al campo dei nativi, ad almeno 4 ore di marcia da un cantiere edile, il punto- limite del “progresso” A quel punto ci saremmo dovuti spacciare per scienziati di un’università americana, dal momento che con cadenza annuale i nativi ospitano gli antropologi di questa università….Il ragazzino si dileguò dopo pochi km e arrivammo da soli in territorio Shuar in pomeriggio inoltrato. Se ci avesse colti la sera nel mezzo del cammino, in piena Amazzonia e senza equipaggiamento, saremmo durati come un gatto sul raccordo anulare, divorati da insetti o chissà quale altra fiera.

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Ho ritrovato proprio pochi giorni orsono il diario di quei giorni, un block notes fradicio di pioggia e ormai in gran parte illeggibile: ne sto pubblicando gli estratti un po per volta nella pagina Viaggio al centro della Terra. Ripropongo qui un passo non ancora pubblicato:

“Giorno 11-  25 Agosto. Giorno dell’anaconda.                                                                                         Ieri nel pomeriggio avevamo conosciuto quello che sembrava essere il capo-villaggio, Abel: L’abbiamo incontrato presso la sua tenda, a 20 minuti scendendo il fiume. Dentro la tenda polli, cani, l’inestinguibile focolare amazzonico di tronchi inceneriti e la moglie di lui, malata e sdraiata su di un’amaca che sembra un “Gauguin”. Dice di avere una spina nel piede, a mio avviso ha una gamba in cancrena e le regalo tutti i miei anti-infiammatori. Poi prende la parola Abel: lui, come anche Nancy al villaggio, non sa nulla della nostra venuta e nulla gli sarà mai comunicato (in che modo mai potrebbe essergli stato comunicato qualcosa??) ma accetta comunque sulla parola di farci da guida, scopriremo poi per pochi spiccioli. Ci condurrà ad una grotta entro la quale sta una cascata, un luogo sacro agli Shuar ove vive un anaconda, un serpente che può raggiungere i 7 metri di lunghezza. La notte amazzonica passa vicino al fuoco, circondati da mille rumori e milioni di stelle tra gli alberi. Risveglio con bagno nel fiume e si parte, machete in mano e stivali ai piedi verso la Cueva de los Tayos. Fanno parte della compagnia anche il figlio di Abel e Jimmy, il figlio di Nancy, entrambi deidti alla pesca di “sardinas” (piccoli pesci fluviali) col machete lungo il rio. Il rio, appunto: lo risaliamo fino ad arrivare a questa mitologica caverna abitata da uccelli e serpenti. E’ un’avventura degna di un film holywoodiano. risalendo il fiume, la vegetazione si fa via via più fitta. Alberi, bambù, felci, liane, orchidee e quella mariposa azul, la farfalla azzurra che sembra seguirci ed indicarci il cammino da quando siamo in Amazzonia. amazzonia6Incontriamo la prima cascata; Abel emette un grido che forse per la vibrazione fa cadere giù acqua. Ci addentriamo sempre più nella gola nel fiume. Al fondo, ecco la caverna, abitata da uccelli, los Tayos simili ad avvoltoi, che prendono a volteggiare, e un animale mitologico, così dice Abel. Entriamo. Ancora non riesco a credere di essere stato in un posto del genere. Dopo un centinaio di metri, con gli uccelli sempre più inferociti sopra le nostre teste e l’acqua fino alle ginocchia, arriviamo al fondo: C’è una cascata e dietro di essa la tana di un animale venerato dagli Shuar., un anaconda di 7 metri. Provo a scrivere di essere stato stato lì ma ancora non ci credo”

Ecco un video girato durante la salita del fiume 

Seguiranno una notte a caccia con Abel lo Shuar, la volta che ho avuto più paura, sperso nelle urla del silenzio della notte amazzonica, con serpenti sibilanti a pochi cm da noi e mille altre insidie, e giorni magici ormai accolti dalla fantastica comunità Shuar del villaggioamazzonia8

Prima di andar via, dopo averci onorato con un luculliano pranzo a base di un pollo appena scannato e cucinato con erbe indigene, ci rivelarono che ovviamente avevano perfettamente capito, sin dal primo istante, che non eravamo affatto due scienziati di quella fantomatica università americana per cui ci spacciavamo. Nondimeno ci avevano accolto perché eravamo sembrati persone buone. Eppoi perché altrimenti saremmo morti.

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No, non sono capace di descrivere a parole il vissuto di quei giorni magici; penso quasi ogni giorno a Nancy e la sua famiglia al villaggio Shuar, destinati come le lucciole di Pasolini a scomparire presto, sopraffatti dalla barbarie “civilizzatrice” di asfalto e cemento che avanzava a poche decine di km da loro. Sono tuttora convinto che, se per qualche bug della storia, quegli indios fossero messi di incanto a presiedere il Consiglio delle Nazioni Unite o qualche organo deputato a declinare gli alti destini del mondo, forse avremo qualche speranza di salvarci, ma ovviamente è un’utopia e quegli indios vagheranno a quest’ora in qualche periferia urbana alcolizzati o schiavizzati in qualche missione cattolica. L’Amazzonia è anche questo, un mostro mitologico si, ma l’unico che nuoce a se stesso invece che agli altri.  Ma proprio come lucciole, o meglio come stelle, la luce di quegli indios fantastici conosciuti quei giorni arriva ancora oggi a me in ritardo, proprio come quelle delle stelle di qualche galassia lontana, che forse oggi non esistono più, ma che irradiano a noi umani la loro luce, che viaggia attraverso distanze siderali ed è perciò percepita da noi dopo molto tempo.

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Dire che non dimenticherò mai l’Amazzonia è scontato, dire che qualcosa di quel mondo unico e transeunte rimarrà per sempre di me lo è ugualmente, ma parole più idonee purtroppo non ne conosco. E serberò finché campo una gratitudine ed un’ammirazione eterne per quegli indigeni Shuar, dovunque essi siano ora.

Strade: da Budapest a San Pietroburgo in 15 giorni

Dall’Italia prendete uno dei tanti voli low-cost alla volta di Budapest o seguite l’itinerario proposto la volta scorsa, quello di una settimana dal nostro paese fino proprio alla capitale ungherese, e poi iniziate questo affascinante percorso di 15 giorni alla volta di San Pietroburgo, tra città storiche e una natura insolita e cangiante. La distanza da percorrere appare notevole ma gli spostamenti sono concepiti in maniera non troppo impegnativa, non più di 2-3 ore al giorno

Partenza: Budapest

Arrivo: San Pietroburgo

Durata: 15 giorni

Budget: da 1.000 a 2.500 €

Paesi attraversati: Ungheria, Slovacchia, Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Russia.

 

1° giorno: Parco Nazionale di Hortobagy- Eger

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L’Hortobagy è molto più di un parco naturale: è un ecosistema a se stante. Qui vi troverete al centro della “puszta”, la versione ungherese (ed europea, giacché ne è l’unico esempio nel nostro continente) della steppa. Si tratta di un verde e arido territorio compreso tra le pianure alluvionali del Danubio e del Tibisco, da cui per motivi climatici assai particolari non riceve acqua, dando luogo a questo ecosistema tipico di altre latitudini. In questo territorio, peraltro piuttosto esteso vivono gli abilissimi csikos, la risposta magiara ai cowboy, capaci di questo numero incredibile ritratto in foto: cavalcare in piedi su due cavalli venendo trainati da una muta di altri cinque. I csikos sono allevatori del pregiato maiale lanoso (quello da cui si ricava il noto salame ungherese) e della pecora, anch’essa lanosa ovviamente, dalle corna ritorte. Dopo una giornata nella puszta, potete scegliere di soggiornare nel parco stesso e dirigervi nella vicina e graziosa Eger, città storica e sito di una famosa battaglia tra Magiari e Ottomani. Eger è nota anche per i pregiati vini, tra cui l’unico “Sangue delle belle donne”,  risalente proprio all’epoca della battaglia e che prende questo curioso nome per via di un boccaccesco malinteso, un misundertanding diciamo oggi, che sarà piacevole farvi raccontare dai vecchietti del paese. In estrema sintesi, il vino che colorava la barba dei guerrieri ungheresi posti sui nervi del castello veniva scambiato dagli assedianti turchi per mestruo femminile…

 

2° giorno: Grotte di Aggetelek-  Parco Nazionale del Paradiso Slovacco

aggtelek-national-park1Da Eger partite in bus attraverso la dolce regione dei monti Buck, fino a raggiungere la località di Aggtelek, proprio sul confine con la Slovacchia. Qui è situata una zona di vastissime cavità naturali, capaci di assumere conformazioni uniche e affascinanti. Le grotte tra l’altro corrono propio sotto il confine ed è l’unico caso al mondo in cui un confine statale può essere varcato sottoterra, dentro una grotta….ma preparatevi al freddo, perché la temperatura all’interno è vicina allo zero, tant’è che esiste un enorme lago ghiacciato sotterraneo dove, negli anni,70, si allenava un campione di pattinaggio cecoslovacco. in quegli stessi anni, quella della cortina di freddo, in molti provarono a varcare quel confine sotterraneo per sfuggire ai regimi dei propri paesi, ed alcuni non sono mai stati più ritrovati, tanto che si pensa che i loro fantasmi continuino a vagare in queste grotte sconfinate. Una volta varcato il confine, giunti in Slovacchia nella città di Roznava, fate subito tappa per uno dei graziosi villaggi dello dello Slovensky raj, il “paradiso slovacco”, in una bellissima natura tra laghi cascate e ancora grotte. Io raggiunsi un minuscolo borgo chiamato Dedinky, sulle rive di un lago bellissimo, un po inquietante perché pareva popolato anch’esso di fantasmi ma bellissimo.

 

3° giorno: Levoca- castello di Spis

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Proseguite in bus per un’oretta alla volta di Levoca, graziosissima cittadina medievale su suolo slovacco cinta da robuste mura. Pochi km a est sorge il simbolo nazionale della Slovacchia (oltre il calciatore Marek Hamsik, s’intende): il castello di Spis ritratto in foto, sede nel mese di Luglio anche di un bizzarro festival di stregoneria ed arti occulte

 

4° giorno: Zakopane

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Scavalcato un altro confine, questa volta non sottoterra ma molto più alto, giacché si tratta di attraversare gli aguzzi monti Tatra, sarete alfine nella “Cortina d’Ampezzo polacca”, Zakopane, rinomata località sciistica della Polonia, apprezzabile nella bella stagione anche per la possibilità di escursioni naturalistiche di pregio. Ma anche in estate, copritevi bene: ricordo di essere durato poche ore il loco per via della temperatura che in pieno agosto non superava i 5 gradi!

 

5° e 6° giorno: Cracovia

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Senza esitazioni, una delle città più belle d’Europa. Con la sua Piazza del Mercato che pare finta per quanto è bella, il castello del Wawel dove ammirare “La dama con l’ermellino” di Leonardo”, il ghetto ebraico del Kasimiert, la Florianska e i concerti di Chopin in una delle sue tante chiese, Cracovia è un gioiello assoluto, un luogo da visitare più di una volta nella vita. Parliamo di una città che ha vissuto il peggio del nazismo e del comunismo e che è saputa risorgere per tornare a far pulsare quel suo cuore intimamente europeo. Lasciatasi alle spalle i periodi bui, la città è tutto un fiorire di gallerie d’arte, eventi e una vita vibrante immersa nella bellezza. Da non perdere, la visita al vicino campo di concentramento di Auschwitz, altro luogo da visitare ahimè almeno una volta nella vita e circa il quale è meglio forse non dilungarsi in alcuna considerazione.

 

7° giorno: Varsavia

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Altra città segnata tragicamente dal conflitto mondiale e dai regimi che si sono succeduti, la capitale polacca sta rialzando anch’essa la testa dal grigiore di epoche buie. Il fardello di Varsavia è tuttavia più pesante di quello di Cracovia, nel senso che le distruzioni della guerra sono state più pesanti ed hanno investito nella sua pressoché totalità il centro cittadino :la celebre insurrezione del Ghetto di Varsavia culminata con la sopraffazione da parte delle truppe naziste lasciò solo macerie. Ma proprio da queste macerie la città è ripartita, nel senso che come tanti lego sono state rimesse insieme per ricreare il centro storico nella sua veste (quasi originaria”, tanto da meritare l’egida di sito Unesco come miglior sito ricostruito. Varsavia è una città estremamente vitale, ai limiti del caotico, con una parte di città ancora consegnata alle brutture del socialismo reale ed un’altra protesa verso un futuro fatto di mille luci ed insegne. Complessivamente, non una delle mie città preferite, ma comunque da visitare.

 

8° giorno: Augustow e i laghi Masuri

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Dalla capitale polacca fare rotta a est, verso il confine lituano: sorge qui una regione lacustre molto popolare tra i cittadini polacchi per il turismo estivo, pressoché sconosciuta agli stranieri. In effetti, nelle giornate di bel tempo, i laghi Masuri, tanti e tutti collegati tra loro, offrono possibilità di molteplici attività come vela, nuoto, mountain bike (tanti i km ciclabili a bordo lago, pesca e molto altro. Estremamente rilassante trascorrere qualche giorno qui, trascorrendo la sera dinanzi a fritture di pesce di lago e vodka fatta in casa (che i locali paiono buttare giù come acqua fresca). Graziosa anche la città storica di Augusto, per via delle posizione strategica sito di diverse cruente battaglie dai tempi di Napoleone alla Prima e Seconda guerra mondiale.

 

9° giorno: Vilnius

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Oggi si entra in Lituania e si giunge nella sua capitale, la bella Vilnius, una cittadina piuttosto piccola ma occupata quasi interamente da un bellissimo centro storico (tra i più grandi al mondo classificati come tali). Uno scrigno medievale di bellezza, disseminato di chiese gotiche e barocche. Ottima anche la cucina lituana, orgoglio nazionale insieme al basket. Da visitare anche i dintorni di Vilnius, in particolare il castello di Trakai, situato su un bellissimo lago e che sembra uscito da una fiaba.

 

10° giorno: Nida e la penisola curlandese

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Da Vilnius raggiungete la vicina Kaunas e da qui imbarcatevi su un aliscafo fluviale che, solcando il fiume Nemusas e una articolata rete di canali, in poche ore vi recapiterà sulle rive del mar Baltico, in un luogo magico e amato da grandi  poeti e filosofi, da Sartre a Kant (nato a pochi km da qua, a Konisberg, oggi Kaliningrad). Ecco un’altro ecosistema unico e fragile, quelle delle dune di sabbia della penisola curlandese, col suo capoluogo Nida, case sparse su una striscia di granelli dorati che il vento o le onde paiono poter portar via da un momento all’altro. Un posto stupendo davvero, tutto da scoprire. E’ questa la “hidden gem” di questo itinerario, la gemma nascosta in questo viaggio.

 

11°  e 12° giorno: Riga

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Dalla Lituania ci si sposta in un’altra repubblica baltica, la confinante Lettonia e si dedicano due giorni alla visita della sua capitale, la bellissima Riga, una sorta di Amburgo con più fascino. Città molto vitale anche essa, Riga è da tempo divenuta una delle mete preferite del turismo europeo, anche forse in maniera troppo massiccia tanto da comprometterne parte della originaria autenticità.

 

13° giorno: Soomaa National Park

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Ancora laghi e acqua, tanta acqua ma per un ecosistema ancora diverso: questa volta è la tundra, taiga se preferite, a fare capolino. Il parco della Soomaa, in Estonia, a metà tra Riga e Tallinn, è un mondo semi-scoperto di paludi e abeti siberiani che saltano fuori come asparagi giganti dal suolo. E’ possibile anche aggirarsi in barca in questo bellissimo parco, fuori dai sentieri più battuti. Alloggiate in qualche eco-logge nei pressi del capoluogo della regione, la cittadina che porta il curioso nome di Sandra, e abbandonatevi alla desolata bellezza dei luoghi.

 

14° Tallinn:

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Siamo come già detto ormai in Estonia, ed ecco apparire anche la terza delle capitali delle repubbliche baltiche, la piccola Tallinn, probabilmente la più belle delle tre. Dentro quelle altissime mure sorge davvero un gioiello di cittadina dal passato glorioso, sede sin da tempi remoti di traffici commerciali importantissimi: passa infatti da qui la “via dell’ambra”, percorsa da mercanti della Lega Anseatica e di mezza Europa.

 

15° giorno: San Pietroburgo

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Un treno notturno oppure un bus per uno spostamento finale un po più lungo dei precedenti, ed eccoci di fronte all’Hermitage di San Pietroburgo. Naturalmente ci sarebbero anche il palazzo d’Inverno, il teatro e altre mille bellezze da scoprire qui ma lascio farlo a voi: a me interessava solo condurvi a destinazione evitando la banalità di un aereo