Napoli violenta – part.6: o’ “Torregaveta”

U ” Torregaveta”, altresì chiamato con una punta di snobismo dai cittadini la “Cafoniera” e’ una linea che da origine a molteplici cd liti di viabilità, per via di un equivoco basilare: essendo una linea extraurbana, non effettua tutte le fermate in città ma solo alcune. Ebbene questa cosa sembra risultare profondamente indigesta all’utenza, che più volte ho visto protestare con vemeenza ma mai come oggi…
Il clima a bordo già non è dei migliori, vige un’atmosfera da tregua armata. Immigrati in viaggio verso la zona flegrea con i loro sacchi di iuta ricolmi di ogni cosa possibile ( le cd mappate) sottraggono spazio e costringono a difficoltose gimcane pretenziose “signore” della Napoli bene residenti nella zona rivierasca. Una di esse ci tiene assai a far sapere, a voce molto alta, agli altri passeggeri che lei su quel bus schifoso ci è finita solo per uno scherzo del destino, la macchina dal meccanico e il bancomat per pagare il taxi smagnetizzato. L’inverosimile endorsment le vale cmq l’immediata solidarietà di una sua consimile, che attribuisce la colpa di tali sconcezze (quali?) all’attuale sindaco, inveisce contro la popolazione equiparata a grossi ovini e rimpiange tempi lontani in cui queste cose non si verificavano (non si capisce bene quali tempi, forse quelli dell’apartheid in Sudafrica o dell’Alabama o della Lousiana prima della guerra di secessione americana, dove appunto ai”negri”era vietato di sedersi sui bus).
A rompere questo fragile ecosistema, salgono ad un tratto degli improbabili tizi, una famiglia suppongo, agghindati a festa per un matrimonio secondo i radicali cliché della tamarreide: capelli fonati taglio sale &pepe, Giacche di raso lucido, unghie laccate, pantaloni aderentissimi anche per gli uomini che culminano su mocassini modello Briatore o tacco 12, e tanto altro ancora. D’altra parte l’occasione lo richiede, oggi convola a giuste nozze un tipo che chiamano “o Pezzotto”, la cui moglie alla uscita della chiesa e al momento di montare in macchina, sembrava, dicono, Elisabetta Canalis. Incuriosito, do una sbirciata sugli schermi degli i-phone già grondanti foto e video della funzione religiosa e butto un occhio sulla sposa, non potendo che concordare sulla somiglianza con la Canalis, a condizione che quest’ultima fosse appena sopravvissuta ad un terribile incidente stradale, fosse appena reduce da una lite con Freddy Krueger, avesse passato gli ultimi 6 mesi a mangiare cheeseburger e avesse scelto lo stesso stilista di Marylin Manson….
Ad ogni modo, dopo la cerimonia, o Pezzotto ed Elisabetta Canalis saluteranno amici e parenti presso il ristorante xxxxx in via Partenope o Santa Lucia, suppongo. Insomma i tizi devono scendere prima della galleria della Vittoria, per raggiungere a piedi il lungomare. Ma il bus non ferma, apriti cielo! La galleria di trasforma in un lungo tunnel d’odio e insulti all’indirizzo dell’autista, la cui madre viene paragonata a qualsiasi cosa abbia a che fare col sesso in natura. L’autista dal canto suo non cede e di certo non può aprire le porte (come gli chiedevano!) nel bel mezzo della galleria. Ma poco dopo uno degli invitati al matrimonio Pezzotto/ Canalis rompe gli indugi e come un novello Chuck Norris aziona un congegno per l’apertura automatica delle porte. Inchiodata dell’autista e chiamata immediata della polizia. Il gruppo- nozze e’a un bivio: proclamare un Aventino e darsela a gambe o affrontare la Madama a muso duro, forti delle loro ragioni. “Ci amma’ fa sempre arriconoscereee”, e aprendo di nuove le porte scelgono l ‘opzione 1 dandosela a gambe in un rotolare di tacchi e mocassini dorati, mentre pigramente una sirena della polizia si avvicina. Torregaveta, lungi dall’essere un banale capolinea di destinazione di un bus, è un luogo immaginifico posto in un “altrove”, ove ognuno colloca i propri sogni e la propria idea di mondo : a ben vedere , proprio il concetto che Tommaso Moro disegna di “utopia”

Le ultime ore di Napoli, preparata alla sua Apocalisse

In tanti scriveranno di Napoli dopo (e se ci sarà) questa giornata epica, cosi io provo a raccontare il “prima” ovvero come la città si avvicina ad essa . Bene proviamoci, perché semplice non è e le immagini evocative non possono che essere tratteggiate a tinte forti e vagamente apocalittiche,perchè quest’ultima è una dimensione connaturata al luogo e quando è chiamata a disvelarsi non può che farlo in scala abnorme . È come se tutta la città fosse poggiata su una bestia preistorica, una creatura mitologica risiedente nelle sue sconfinate viscere e che stia ineluttabilmente per venire in superficie dopo essere stata a lungo evocata. La lunga notte di attesa se ne va come in una sorta di sabba collettiva di evocazione della Creatura dove nessuno pare avere voglia di dormire , migliaia di corpi che in ogni piazza, in ogni vicolo paiono danzare a passettini sul suo corpo come le formiche sul corpo della progenitrice regina. Ho già scelto la facile immagine dell’Apocalisse ma la allegoria mitologica meglio rispondente mi pare risiedere in un’altra creatura : il Leviatano, un gigantesco mostro biblico incarnazione del Caos la cui presenza nel mondo è ineludibile e nota a tutti gli abitanti terreni chiamati a conviverci. Ma vi è di più : il Leviatano come fenomenologia del Caos è forza ordinativa del Caos stesso e come tale creatrice del mondo, delle sue regole, della sua società. Gli abitanti terreni non sono nemici del Leviatano ma suoi consociati, non combattono il Caos bensì lo regolano come forza creatrice, stipolano un patto con Esso. Napoli ha stipulato un patto millenario col suo Leviatano, che gli alberga dentro, si contorce intorno alla città e la plasma prima di tornare nelle sue viscere . La infinita notte di attesa è ormai passata e nessuno pare aver dormito. Il Leviatano è ormai pronto ad uscire dalla sue viscere e tutti lo sanno, che sia oggi o la prossima domenica conta poco, il calcio e il suo calendario non sono che ormai un dettaglio,’ una tessera di un mosaico più grande che è pronto a disvelarsi nella sua bellezza non perfettamente armonica. La Bellezza,’si perché ve ne è tanta e come dicevo tendente ad una sua disarmonia, come quella di una ginestra che buca la cenere e riaffiora sulla lava di un vulcano

Da Gino Baccus

Non ho mai conosciuto in vita questo mio zio Ciro, in arte Gino Baccus, uno dei ben 11 fratelli di mio nonno paterno. L’ho sentito tuttavia menzionare spesso in racconti tutti dal sapore agro-dolce e visto ritratto in diverse foto tra cui questa bellissima che lo immortala nella sua taverna che giaceva da qualche parte per via Madonna delle grazie, a detta di alcuni la prima sorta sull’isola e progenitrice di un fortunato modello nei decenni a venire. Era inoltre un abilissimo creatore di presepi in cartapesta dalle forme assai insolite a spirale o ellittiche come certe bizzarre creazioni del barocco o dell’arte fiamminga. Altra cosa che so di lui è che, sebbene di aspetto assai poco avvenente, riuscisse a concupire con questa sua forza creativa un po’ primigenia bellissime donne avventrici della sua taverna. Nell’insieme di queste sue caratteristiche controverse e per questa sua vena creatrice primitiva e geniale, lo associo nel mio immaginario ad una sorta di Efesto, il mostruoso dio-fabbro forgiatore del fuoco e delle opere degli uomini, sposo della bellissima Venere

Napoli violenta- part. 5: l’ombrellino LGBT

S’adda’ dicete quell che s’adda’ dicere, stu Palillo con tutta la vecchiaia tiene ancora il poco dello charme, eh! Stamattina nella metro di piazza Amedeo mi è capitato di diventare oggetto delle morbose attenzioni di un attempato e viscido tizio sulla sessantina, uno che, a prescindere di ogni attitudine, pure a vent’anni sarà stato bello come la vomitata di un ubriaco. Ha preso ad attaccare bottone, dicendosi smarrito e atterritp all’idea di dover raggiungere la concessionaria della Smart o della Mercedes ( che non appartengono alla stessa casa automobilistica se non sbaglio) ubicata nella zona di Gianturco/ Ponticelli, che appariva come nient’altro che una desolata landa di dolore e disperazione agli occhi di lui figlio della florida riviera di Chiaia baciata dal mare e dal benessere. Nei miei aneliti di senso civico alla Davide Mengacci e visto che faccio quella stesa strada, gli offro di indicargli, una volta in loco, il passante di collegamento tra la metro e la circumvesuviana di piazza Garibaldi, anche questo a suo dire assimilabile alla Selva oscura dantesca, infestato di tangheri e lestofanti. Ma una volta giunti a destinazione, il tizio si lancia in una sorta di outing di carattere sociologico, anzi quasi una catarsi sufistica fino alle proprie origine, una decouverte impressionistica degna di Manet. Prende a dire di riconoscere solo ora come per magia quei luoghi, quei luoghi così vicini eppure così lontani ( per intenderci stiamo parlando della banchina della della Circumvesuviana sotto piazza Garibaldi, non dello stagno delle ninfee di Givenchy..), quei luoghi in cui e’ cresciuto , si e’ forgiato e diventato uomo prima di abbandonarsi agli ozi e le mollezze della vita borghese odierna…. Il tutto ovviamente risuonava con una cadenza fonetica fortemente influenzata dall idioma napoletano e una percepibile punta di ricchionamma nello scandire le parole. Ovvero una cosa tipo: “Uhh maronn e nuie ca stamm’???? Uhuhuhhu e io nun avevo capito, ca e ‘aro passa o treno per i paesi, e mo m’arricordoooo.!!! ihijhijh E io ca ce su cresciut!!!! Io song uno i miez a via, poi aropp sono diventato un signore……” E visto che lossignoria era in vena di ricordare cose smarrite nella memoria, gli sovviene in mente solo ora di essere possessore di un appartamento in una amena località arroccata sulle pendici del Vesuvio chiamata Volla, dove mi invitava a prendere un the e riparararmi dal freddo e dalla stanchezza che vedeva dipinta sul mio viso. Al mio ovvio rifiuto, prende a dirmi di non indugiare in insensate timidezze e anacronistiche convenzioni sociali legate al lavoro svolto, giacché a suo dire sarebbe universalmente noto che nel mondo giudiziario alberga sovrana la più completa lascivia, e sarebbe un segreto di pulcinella che a centinaia avvocati, giudici e cancellieri si abbandonano alla sodomia più impudica, per poi atteggiarsi a moralisti e censori col povero Silvio per un po di bunga – bunga…..rimango francamente esterrefatto e mi limito ad allontanatmi e rimarcare con decisione la mia eterosessualità, affermazione che lascia il mio interlocutore sorpreso. Infatti mentre mi allontano, così lo sento chiosare: ” uhhhh ma tu a o’veramente fai???? Io ero convinto che tu facevi parte della grande famiglia! Scusa, tu vai girando cu sto ombrellino che par Marilyn Monro’!!!”
Per i curiosi, il succitato reperto ritenuto appartenere alla famosa starlette americana e’visibile sub allegato fotografico A)