Il continente perduto: Azzorre, l’ultima Atlantide


Immaginiamola così: pensate di ricevere in omaggio dai Mastri Fabbri della Terra della lava fresca in regalo e immaginate di poterla modellare come il Das con cui giocavamo da bambini. Allora, un pezzo lo scolpite come un’isola tropicale, caraibica; un’altro pezzo invece lo modellate come un’isola delle Ebridi scozzesi o le Shetland, avvolte tra nebbie perenni e pioggia, e ce lo attaccate vicino. Sopra ci mettete omini che sono navigatori in cerca di nuovi mondi da esplorare, balenieri in stile Moby Dick, coloni quaccheri fiamminghi in cerca di terre in cui pascere le mandrie, cercatori d’oro squattrinati irlandesi, predicatori ortodossi, esuli,telegrafisti, marinai e velisti giramondo. Un collage di tutte queste cose opposte e sincretiche sono le Azzorre, un ossimoro geografico investito dalla calda Corrente del Golfo che alla prima sua “fermata” recapita qui orchidee e palme da cocco (e pensate che sono coltivate le banane e d e’ l’unico posto in Europa dove si produce il the; ma poi sta la componente fredda, con brume, boschi di conifere e pascoli che pare la Svizzera. Vi è pure una minoranza etnica fiamminga, gentef sbarcata qui un tempo qui al seguito di un tizio che li convinse della presenza di immensi giacimenti di oro sulle isole. L’oro non fu mai trovato e il tipo fu passato per le armi, ma gli altri dovettero reinventarsi allevatori e ancora oggi producono un burro famoso nel mondo; a discapito delle loro origini ammutinate, prendono l’elegante nome di “gentlemen farmers” e abitano in un villaggio chiamato Flamengo (che in spagnolo vuol dire appunto fiammingo): in effetti nei loro tratti mi e’ sembrato di scorgere i volti corrucciati e deformi dei dipinti di Brueghel il Vecchio o dei “Mangiatori di patate ” di Van Gogh. E sopra tutto stanno i vulcani, e adire il vero anche sotto, giacché anche in tempi recentissimi sono emersi schegge di isole di lava simili a schiene di balene, per secoli la principale risorsa dell’isola. Alle Azzorre, in questa così composita civiltà ,vige più che altrove, la percezione talvolta drammatica che a decidere cosa donare e cosa togliere agli uomini sia solo la Natura

Il continente perduto – Risalendo il magico Douro

Giorno 2
Il portoghese e’ una lingua bellissima, fortemente musicale e con una scelta lessicale che definirei creativa, già anche solo con questo singolare modo di dire grazie, “obrigado”. Talvolta ha un suono e una cadenza che ricordano un po proprio il napoletano, ma questa e’ una scoperta, un po triste direi che feci già una quindicina di anni fa, allorquando col mio amico Sergino per via di un misunderstanding fummo allontanati con veemenza dal bellissimo acquario di Lisbona, l’Oceanarium. A dirla tutta misunderstanding e’ l’impreciso neologismo inidoneo a identificare la ricca figura di merda che apparammo nel mentre che una gentilissima e preparatissima hostess mi illustrava le meraviglie dell’oceanarium e le migliori modalità di visita, e Sergino in napoletano appunto continuava a suggerirmi di fuggire alla svelta perché,a sua modesta opinione, la forte puzza di sterco che distintamente si odorava non sarebbe stata dovuta alla vicina vasca dei pinguini bensì alla scarsa igiene della maleodorante vagina della suddetta hostess……eravamo giovani e smidollati.
Oggi a Oporto una bruma umida risalita dall’oceano ha portato la pioggia, così decido di risalire in treno il corso del Douro e visitare le dolci colline ove si produce l’ancora più dolce vino Porto. Sono sempre stato appassionato di treni e trenini, questo e’ uno dei più belli mai presi. Risale lentamente senza mai allontanarvisi il corso del Douro, che dapprima è’ di una tinta verdino, poi più a monte cangia in un verde bottiglia più scuro. Non cambiano invece mai le dolci colline, tutte intagliate ad appezzamenti di vite, ed è così da duemila anni: il Porto e’ uno dei vitigni più antichi ad essere coltivato. Risalgo il fiume fino alla capitale di questa antica coltura, tale cittadina chiamata Pinhao, che a conferma della vetusta’ dei suoi vigneti, annovera anche resti romani. Vicino ad un bel ponte romano in pietra appunto mangio deliziosamente in una casa-ristorante, mentre poco lontano le imbarcazioni simili a gondole privilegiano il trasporto fluviale per portare a valle le botti. Un’attrattiva del posto sono le degustazioni di vino nelle cantine produttrici, che qui chiamano “quinte”. In una di queste nientedimeno cosa vado a beccare come ulteriore attrattiva??? La caccia al tesoro!!!!! Ne organizzano ogni giorno una, piuttosto semplice in verità e più simile a quella roba dei pokemon, solo che qui invece di quei mamozzi stronzi bisogna localizzare le casse di Porto tra i vigneti. Quel giorno vince un gruppo di tedeschi armati di computer e sistemi di geocatching sofisticatissimi, e che fanno durare la cassa di Porto vinta il tempo di una doccia o un bidet, entrambe cose che non fanno da molto tempo attesa la puzza di suramma che pare manco il concerto del primo maggio.
Oh comunque, vino & caccia al tesoro, ora me vengo qua a vivere