El mundo perdido – giorno 6 : ”questa è Sparta!!”…..o Recanati?

Già, questa è Sparta, e non è una battuta gettata lì a caso ne un’allusione ad una presunta vigoria belluina dei residenti, i cui modi gentili, placidi e sonnolenti hanno davvero poco a che vedere con il rigore marziale dei Lacedemoni. Questa è Sparta da un punto di visto amministrativo, nel senso che la regione anzi lo stato federale in cui ricade la isla Margarita e altre piccole isole vicine prende appunto il nome di Nueva Esparta. la cosa non può mancare di incuriosirmi e cerco sin dal primo giorno qualcuno in grado di placare la mia curiosità, trovandolo solo l’ultimo giorno in un consunto insegnante in pensione che sbarca il lunario con piccole spiegazioni di storia presso il castello spagnolo di Asuncion, che domina l’isola qui insomma stavano gli spagnoli, piuttosto bene armati come si può notare. Ma i locali insorsero, decisi a rompere il giogo della tirannia, e costrinsero con un furbo espediente la legione spagnola ad una battaglia fuori dalle solide mura e alle pendici del monte che rimiro in foto, che da allora prese il nome di Matasiete, perché la sproporzione tra soldati spagnoli e truppe locali era di sette ad uno, quindi ad ogni partigiano locale fu impartito l’ordine o forse la preghiera di uccidere almeno sette spagnoli , matar siete, Matasiete. Siamo nel 1817, il reame spagnolo da qui a poco avrebbe perso la sovranità su tutto il territorio sudamericano ma Isla Margarita fu il primo territorio del continente liberato dagli spagnoli. La battaglia del Matasiete, nell’epica locale, fu paragonata anche all’eroica resistenza degli Spartani alle Termopili ed ecco spiegato dunque il tonitruante epiteto di “Nueva Esparta”.

A Leonida e gli Spartani, nonostante tutto il coraggio del mondo, toccó come ben sappiamo tuttavia di capitolare contro i Persiani, diversamente che dai Margariteni al Cerro Matasiete. E perché? Facciamo un passo indietro, al “furbo espediente” di cui sopra: al povero Leonida esso mancó, anzi furono i nemici a trovarlo corrompendo il turpe Efialte e spingendolo a rivelargli un passaggio segreto. Qui l’astuzia invece fu un fattore ad appannaggio dei locali, e quando parliamo di “furbo espediente” per far uscire fuori i soldati dal castello parliamo di uno dei prodotti locali maggiormente apprezzati e di altissima qualità da sempre: la pucchiacca. quell’elegante ufficiale a cavallo, a sinistra nella stampa, dovrà presumibilmente essere quel manzo del comandante della legione spagnola, il quale adescato dalla bella eroina locale Luisa Arismendi ad un appuntamento di vrachetta stile “due cuori e una capanna” in un villaggio sperduto , per fare lo splendido come era solito, si mosse con tutto il seguito di cavalieri e soldati in alta uniforme. Era proprio quello che i partigiani locali aspettavano per fargli una bella festa. Chissà, se il coraggioso Leonida ai 300 opliti avesse aggiunto anche qualche bella snacchera greca come sarebbe andata a finire . il castello domina il bel paesino coloniale di Asuncion, nella cui piazza troneggia un tizio che da qui in avanti vedrò penso parecchie volte Simon Bolivar, eroe combattente e liberatore di tutto il Sudamerica, ma di lui parleremo un’altra volta

Proseguo l’esplorazione dell’isola, assai grande e con una densità di popolazione enorme: circa 800 mila una quindicina di anni fa, con l’economia turistica alle stelle; scarsi 400mila attuali, con la crisi e la fuga di massa all’estero. Si stima che 5 milioni su di Venezuelani su 28 siamo emigrati all’estero negli ultimi dieci anni. Questa isola in 20 anni ha dimezzato la popolazione. I centri abitati principali, Pampatar e Juan Griego, per la verità lasciano piuttosto a desiderare con palazzacci e scorci da periferia degradata ed un considerevole livello di criminalità. Scorgo alcune edificazioni che hanno una somiglianza spiccata con le Vele di Scampia. Nella periferia della gradevole Porlamar tuttavia, ho la possibilità e l’onore di essere accolto a casa di una straordinaria famiglia locale, con legami di parentela con una mia amica . Hanno origine italiana, e che origine! Di cognome fanno Leopardi e vengono dalla provincia di Macerata: si, ho beccato seduti a quella tavola in Venezuela i parenti del sommo poeta Giacomo. E vi è di più: sono tutti figli di una incredibile signora che troneggia a centro sala e che conta la bellezza di 105 primavere, cento-cinque!!!! È lucidissima ed in grado di ricordare episodi vissuti di infanzia con quelli che, mi pare di capire debbano essere stati i figli dei figli di secondo letto del padre di Leopardi. Il capofamiglia Silvio, detto Silvio Stone per la sua passionaccia giovanile per la formazione di Mick Jagger, intona pezzi napoletani con questa chitarra locale, detta il Cuatro, mentre le gentilissime sorelle mi servono un dolce di origine napoletana, appreso e tramandato tanti anni orsono da avi italiani appassionatissimi di Napoli e la sua gastronomia. …..Mi pare di sapere che Giacomino sia vissuto e amasse assai Napoli, come no! Loro preparano questo dolce ma non ne ricordano più il nome , avendolo appreso dalla madre . La povera senora Leopardi ultracentenaria, sola depositaria della antica ricetta di avi italiani, lo ha ora dimenticato. Li aiuto a risolvere così l’arcano, mi ci vuole molto poco

Oggi in Venezuela sono stato tra gli artefici di una scoperta che potrebbe riscrivere la storia della letteratura italiana : Giacomo Leopardi amava gli strufoli!!!!

El mundo perdido – giorno 5: la cara al viento

Smaltiti che furono i bagordi dei 3 giorni e 3 notti di libagioni del matrimonio caraibico, il viaggio torna ad assumere ora una conformazione più consona al canovaccio, con destinazioni più inusuali e tanta tanta strada da percorrere Per adesso siamo ancora sulla Isla Margarita, che è di dimensioni piuttosto estese e dalla formula simile ad un ameba o qualche microorganismo da cui ad un tratto germina un’altra cellula: ho sulla punta della lingua il nome di quel mamozietto ma al momento non mi sovviene, il Luciano Onder che è in me stamattina latita. Una roba del genere insomma che messa su una carta geografica a voler per forza esaudire questa farraginosa metafora si tradurrebbe in questo oggi me ne vado dunque nella “capocchia” di sinistra, pressoché inedifcata e disabitata per vie delle condizioni climatiche assai differenti. Giusto nel mezzo tra i due corpi dell’isola, come a tenerle insieme con la sputazza , si trova tuttavia un luogo molto singolare e per molti versi unico: la laguna della Restinga, un ecosistema a se stante composto da un’area umida di oltre 18 ettari dove crescono a milioni queste mangrovie giganti e con esse tutta una serie conseguente di animali, animaletti e prodigi della natura . Si, si tratta di un albero davvero miracoloso, capace di una serie di serie di mirabilie degne di un’astronave di fantascienza, di quelle dove si sale a bordo e si prospera in un clima alieno . cominciamo col dire che quella in foto sulla cima dell’albero, “in cabina di comando dell’astronave” è una magnifica aquila testa calva, intenta ad una facile pesca nelle acque da cui a decine pasciuti pasciuti pescioli saltano in continuazione. Sotto, poi l’arca magica dell’astronave, la mangrovia che incrocia le sue radici aeree e i suoi giunchi dando luogo a delle vere e proprie isole. Alla pianta riesce poi di filtrare l’acqua di mare meglio di un desalinizzatore, per restituire poi acqua dolce. È l’ecosistema perfetto per una serie di animali quali cavallucci marini e stelle marine , presenti in numero cospicuo a la Restinga anche le ostriche si accoccolano ai terminali magici di questa pianta e vengono coltivate qui in gran numero per essere poi offerte dagli ambulanti sulle spiagge di Playa El Agua ed El Jaque.il giro in battello prende le mosse da un traballante pontile da chi inoltrarsi nella fitta rete di canali, a cui qualcuno con una profusione d’animo shakespeariano ha donato nomi estremamente dolci e melensi quali “Canale del primo bacio”, “laguna degli amori perduti” etcil sito è oggettivamente un posto magico, ove talvolta il forte sole viene coperto dai migliaia di pellicani in volo, venuti con aquile e altri rapaci a dividersi il facile bottino di pescatornati alla base, nel punto detto “Boca de rio”, perché ivi il fiume incontra il mare, riparto per la estremità dell’isolotto, in quella che viene definita la penisola di Macanao. Il paesaggio è davvero affascinante e degno del vecchio west, con migliaia di giganteschi cactus che spuntano dal suolo ora divenuto arido in conformità all’aria da selvaggio Far west, la attempata guida mi dice che è pericoloso fermarmi in questa area per possibili assalti di banditi armati. insisto per una sosta, sicuro che i luoghi pressoché deserti non possano poi nascondere decine di briganti armati ad ogni angolo, ma il povero signore mi racconta allora la sua esperienza di vita davvero triste, allorquando da queste parti fu travolto da un auto di banditi in fuga e vide la sua gamba maciullata, tanto è che ora cammina con una precaria protesi in legno. È davvero una persona dal grande spessore, el senor Gustavo, decano delle guide locali, dallo stile e l’eleganza di tempi antichi. Ora mi conduce all’estremità occidentale dell’isola,’ove sorge un minuscolo “pueblo” di pescatori per la verità ormai quasi tutti emigrati , Punta Arenas

In effetti il villaggio sembra memore di una prosperità che fu, come tutta l’isola d’altra parte, con decine di chiringuitos e capanni ormai chiusi per scarsa o ormai inesistente affluenza di turisti. La pastura di socialismo in salsa chavista all’equatore pare talvolta aver solo ridotto i luoghi a quei tristi tropici di cui parla Levi Strauss per altri motivi detto questo, essere l’unico essere umano o quasi nel raggio di qualche km quadrato o quasi, in un posto de genere è un piacere che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni.

Dalla piccola imbarcazione salta giù, attorniato da famelici pellicani, anche un giovanissimo pescatore che intona con voce estremamente “suave” quella che pare hit impazzante a latitudine musicale raggaeton (una piaga sociale per quanto mi riguarda) ma che cela un testo gradevole e suggestivo, perché, come scopro ora, è in realtà una canzone della tradizione locale

“lento y contiento, la cara al viento”

El mundo perdido – giorno 4: la Dulce vida del Caribe

Credo che la mia vita sociale sia stata contrassegnata da una serie piuttosto lunga di episodi tragicomici che sono valsi a farmi acquistare una certa locale notorietà dal sapore agrodolce, ovvero a metà tra il farsesco e il serioso. Tra di essi potrei sicuramente annoverare quello di quando, molti anni orsono vestito per il Carnevale da pecora zoppa, affrontai, al grido di guerra di “sono un avvocatooo” , due operatori ecologici che volevano condurre due miei amici in commissariato per un atto di teppismo. Credo vada a sto punto riproposta anche una vecchia foto dell’epoca volta a ricreare il pathos della scena.

Ecco alla lista posso ben aggiungere ora l’episodio della craniata nel lastro che mi ha visto protagonista al matrimonio la sera prima che anche in questo caso vale a donarmi una inattesa visibilità presso il nutrito e vivacissimo gruppo di ospiti questi giorni qui per il matrimonio. Naturalmente anche in questo caso si tratta di una “notorietà” agrodolce, a metà tra la bravata e la figura di merda (con forte sbilanciamento verso la seconda) ma tant’è . Insomma quando arrivo in spiaggia per il beach party del giorno dopo, tutti mi conoscono ormai, si sprecano battute spiritose tipo quella di un parente dello sposo che mi avvicina con aria seriosa e fa “sì poi noi abbiamo deciso di spostare la festa in spiaggia oggi, per stare più sereni…..perché in spiaggia non ci sono porteeeee ahahahahah”, segue mega risata di gruppo.

Tutta gente fantastica e incredilmente giovale a questo matrimonio che dura in pratica 3 giorni. La maggior parte degli ospiti proviene da Caracas ed una cospicua parte di essi è di chiarissime origini italiane . In molti poi sono stati a Capri e addirittura becco uno visto decine di volte all’Anema e core

Oltre a noi la spiaggia accoglie il via vai dei venditori locali che, a differenza della solita paccottiglia propongono qui leccornie come aragoste appena pescate, ostriche del luogo, calamari, polpi, tutto di una freschezza inimmaginabile ormai alle nostre latitudini. Paradossalmente la profonda crisi in cui il Venezuela è sprofondato ha, almeno da questo punto di vista, migliorato la qualità dell’offerta: la grande distribuzione dei supermercati è ferma da tempo e ormai inesistente, i locali sono costretti a fare tutto da se e il risultato, almeno sul cibo, è eccellente.

La festa si sposta a sera a bordo piscina è ancor più tardi in un altro suggestivo hotel. E che dire? L’energia di una festa sul mare del Caribe è difficile a descriversi ma sono sicuro potrete immaginarla.

Ah e poi la luna: guadate qui che strano effetto crea, complice forse la vicinanza all’Equatore, che la pone così come il sole, verticalmente sopra le nostre teste

Insomma una sorta di disco d’oro che si staglia nel cielo

Ah che dolce la vida qui nei mari del Sud !

El mundo perdido – giorno 3: la boda del siglo

“Boda” è un vocabolo spagnolo che non si traduce nell’italiano “botta” bensì viene usato , in un linguaggio gergale e informale credo, per indicare il matrimonio.

Si, le nozze. Sono venuto in Venezuela a prender parte ad un bellissimo matrimonio. Ho trovato tuttavia tempo e modo di rendere il termine “boda” traducibile nel più assonante “botta”, nel senso che ho chiavato una capata pazzesca dentro una porta. Ma di questo parleremo poi, concentriamoci adesso sull’evento. Siamo in Venezuela, a Isla Margarita nel punto in cui il Mar del Caribe incontra l’Oceano Atlantico dando luogo a marosi di consistente portata, gioia dei surfisti. L’isola viene decantata per le sue spiagge ma la mia prima personale impressione è che offra il meglio di se nell’interno, verso il quale mi volgo spesso a contemplare questa scenario davvero spettacolare di vulcani più o meno sopiti ammantanti di una natura rigogliosissima. Dedicherò ad ogni modo i prossimi giorni alla scoperta di essa. Per ora mi sveglio, pervaso finalmente dalla piacevole sensazione di essere ai Caraibi e riesco a rubare qualche ora in spiaggia dove mi concedo un piacevole massaggio, atteso che dopo quasi tre giorni di aerei e sale di attesa ho il corpo incriccato come un rotolo di filo spinato e mi gusto un delizioso ceviche cucinato al momento da un pescatore col suo ultimo bottino, un delizioso Dorado, una sorta di orata. poi si parte per le nozze, che si terranno nella vicina è bellissima chiesetta coloniale di Paraguachi molto gradevole anche l’interno in stile caraibico col tetto in legno

Fa caldo, tanto caldo e poco dopo realizzo di essere l’unico fesso con la cravatta ma provo a resistere il tempo necessario per qualche foto, in modo da mettere a tacere anche varie amiche “tracine” use ad ironizzare sul mio rivedibile gusto in materia.

Il posto del matrimonio è bellissimo e il cielo regala anche una luna quasi piena che con le palme e il mare disegna un quadretto niente male

Molto belli anche gli sposi, cari ragazzi venezuelani molto legati alla loro terra martoriata. La propensione alla fiesta dei sudamericani non si lascia attendere e la festa diventa subito incandescente, con una sequela di vari balli caraibici quali salsa, merengue e varianti talmente sensuali che ho l’impressione talvolta che da tutti quegli sfregamenti di bacino qualcuna sia rimasta incinta.

Ma mi rendo perfettamente conto che a sto punto voi che leggete state aspettando solo una cosa: di saperne di più su sta storia della capata. E vi accontento, diciamo che è stato un numero di alta scuola palilliana: inutile nascondere che avevo bevuto un bicchierino di troppo ma la colpa va rintracciata nel caporalato e nei massacranti turni di lavoro cui vengono sottoposti i giovani venezuelani assunti a fare gli extra ai matrimoni . Sì, perché la sala aveva un dentro e un fuori, separati da una porta a vetri di quelle scorrevoli automatiche. Il sistema doveva essere difettoso, così avevano adibito un volenteroso ragazzo a fungere da congegno azionante ovvero che aprisse e chiudesse la porta….vabbè avrete già capito; breve storia triste: il tizio ad un certo punto, dopo ore e ore poverino sarà andato a pisciare un attimo ed io, mentre, invitato alle danze da una donna molto avvenente, con troppa foga rientravo per lanciarmi in qualche ballo salsero. Sdeng. K.o tecnico, a terra con la fronte scassata e una bella mulignana che mi porterò dietro per tutto il viaggio, sai come sarò carino nelle foto. Una discreta figura di merda. Fine

El mundo perdido – giorno 2: i peggiori bar di Caracas

Al mitico allenatore giramondo Vujadin Boskov, maestro di calcio e di vita, è attribuita una massima bellissima: ” Se uomo preferisce stare con sua fidanzata invece che con birra ghiacciata davanti televisione quando gioca finale di Champions League….forse vero amore, ma non vero uomo”

Ecco provando a mutuare anzi ad emulare la saggezza di cui era depositario e quella arguzia da personaggio del Decamerone slavo quale era, mi verrebbe da dire ora, cambiando completamente contesto: “Comunismo è quel sistema politico che quando tu ti trovi , poi subito sogna donna con bigodini in testa davanti a televisione che trasmette Grande Fratello mentre figli obesi mangiano patatine Mac Donald e giocano PlayStation invece di andare scuola”

Si, il mio rapporto col socialismo reale, quello visto da vicino, non è dei migliori. Ma mi sentirei di sbilanciarmi e dire che per gran parte degli occidentali di ultima generazione, certe logiche e una certa cultura della privazione sottesa alle dinamiche, vale subito ad innestare una reazione di segno opposto che ti fa rimpiangere gli aspetti anche più stupidi e beceri del consumismo più schiattato e pacchiano. Oddio sinora ne avevo visto degli esemplari morti:tutti i paesi dell’ex area sovietica , la Cambogia, il Vietnam o qualche d’uno con qualche retaggio ancora permanente come il Laos. Ora mi trovo in un paese che almeno nelle intenzioni si dichiara “repubblica socialista” come il Venezuela, aggiungendovi vicino quel “bolivariana” che sa più di nazionalismo e sovranismo che di socialismo ma tant’è,’ certe storture finiscono per somigliarsi sempre . D’altra parte Maduro, nel suo agitarsi e argomentare terra-terra ricorda molto più un Salvini che un leader sovietico, e tutto l’onda ormai agonizzante di socialismo alla sudamericana degli ultimi venti anni è intriso di un forte nazionalismo populista. Ad ogni modo, senza perderci in un trattato di scienza politica, limitiamoci a dire che quella attuale pare una Babele anzi una spirale che ha di fatto sprofondato il paese nel caos. È un caos economico, civile e anche sociale, con la vecchia aristocrazia locale travolta da una nuova classe dirigente legata al presidente e antitetica alla precedente anche da un punto di vista etnico : bianca e di diretta estrazione europea la vecchia, nera e mulatta, legata agli apparati militari e di gestione del potere la nuova.

L’aeroporto di Caracas è già di sua una finestra abbastanza triste e nitida della situazione del paese: nel lungo, infinito scalo che mi devo sciroppare provenendo d a Bogotà e con destino Isla Margarita, ho modo di assaporare tutto il difficile momento del paese, per usare un eufemismo. Più che altro il luogo, neanche troppo impermeabile rispetto all’esterno ove la situazione è comunque peggiore, appare informato ad una logica di contrappasso dantesco. Una sorta di Purgatorio dove, in attesa di voli verso altri destini che forse o molto spesso non partiranno mai, imperversa il supplizio cui è condannato il personaggio di Sisifo: vedere ma non toccare. Appena all’ingresso vi è una processione di bancomat con disegnati i loghi dei principali circuiti bancari mondiali ma nessuna di quelle macchinette emette da anni una sola delle svalutatissime banconote locali ne altra valuta; vi sono allora gli uffici di cambio, dove però avvenenti quanto ingenue signorine ti dicono che non hanno possibilità di cambiare manco 10 dollari, che corrisponderebbero in bolivar locali al corrispondente in dimensioni di un bagaglio di quelli non consentito da portare a mano; ci sono ovunque in vendita sigarette ma un editto a caratteri cubitali del Ministro del Potere Popolare proclama che ovunque il fumo è bandito nell’aeroporto (e posso capire in effetti). Ah, e poi stanno loro, i peggiori bar di Caracas: birra e whisky pubblicizzati ovunque, di quelli che ti farebbe davvero piacere sorseggiare per ingannare il tempo e lo sconforto di ore di ritardi e cancellazioni, ma…….non ne è possibile al momento la vendita al pubblico. Ah, parlavo di ritardi e cancellazioni: ad un tratto compare una bella scritta sul tabellone luminoso dei pochi, pochissimi voli previsti in giornata. Il nostro volo è cancellato, anzi no, anzi si di nuovo,’forse è spostato alla sera tardi,’forse al mattino dopo. Naturalmente vale anche qui il supplizio di Sisifo e ogni tanto passa qualche impegato o un’hostess della compagnia che, in mancanza di un ufficio o di una comunicazione, fornisce la sua versione dei fatti : “partiamo tra due ore, anzi tra 5, forse vi offriamo uno snack anzi no”…..Tutto difficile assai a immaginarsi secondo standard europei ma vale a farmi realizzare che sono all’equatore e non sono certo venuto quaggiù a fare il pensionato tedesco fuori porta che sta a reclamare sugli standard qualitativi della Lufthansa o della Swiss Air. Oddio,ad ogni modo, senza fare troppo gli scassacazzi, una risistematina dell’Ufficio controllo di volo locale, con annessa revisione degli aeromobili e controllatina delle licenze di volo concesse, la farei……Alle dieci di sera, dopo che il vulcanico pilota dell’unico velivolo al momento reperibile della mirabolante Avior Airlines ha deciso di andare prima ad un posto chiamato Barcellona, poi ad un altro in Amazzonia detto Puerto Ordaz e poi tornare indietro a prenderci, partiamo. Le ore di attesa in aeroporto ammontano a circa undici ma ad un certo punto si preventivava peggio.

A bordo tutto appare informato ad criterio del fare presto e dell’amichevole complicità che si innesta quando un amico ti da uno strappo a tre sulla vespa o in sei in una panda, avvertendoti: “se vedete una volante dei carabinieri o i vigili abbassatevi e fate finta di niente”.

L’eleganza e la meticolosità nella cura dei dettagli all’interno mi ricorda quegli aliscafi scassati di fabbricazione russa degli anni ’80 in servizio sulla rotta Capri- Sorrento o meglio ancora un sottomarino sovietico anni’50. Non vado oltre nella descrizione. Ci si stipa alla meno peggio e si parte,’tempo di volo previsto la metà dell’ora da stima iniziale, si vola a quota molto bassa forse per fare presto, atterraggio che pare una panzata di un ippopotamo in una jacuzzi ma siamo fuori. Ecco, Isla Margarita. La musica, il mojito. Ora la festa può avere inizio

El mundo perdido – giorno 1: la febbre dell’oro Inca

Sogno un giorno di avere una fidanzata o perlomeno, non so, una trombamica terrapiattista; vabbe, andrebbe bene pure un caro amico esponente di questa filosofia con cui scambiarsi le idee. Insomma questa è la riflessione che mi si affaccia pigramente alla mente mentre nel corso di questa lunghissima giornata doppio una bella parte di globo. Già, quello insomma che per i succitati amici non sarebbe una sfera ma una linea dritta, come apparirebbe a prima vista dal finestrino del mio aereo da cui scorgo prima l’altopiano della Meseta madrileno, poi le città di Salamanca, Segovia e Avila, poi il confine col Portogallo dove il Duero spagnolo realizza delle “opere” e muta il suo nome in Douro (o-per-e think palillians!!!) . Stretto tra i monti, si lancia quindi in una serie di meandri inebrianti, sulle sponde dei quali annicchia la vite del pregiato porto, prima di perdersi nel mare all’altezza della città omonima. Un bel viaggio in cantiere di una settimana-dieci giorni polverizzato in una mezz’oretta scarsa visto dal cielo: l’aereo è così, una violenza ininterrotta alla geografia e la natura dei luoghi. E viene come dicevo la volta del mare, tanto mare quanto può esservene in un oceano che tagliamo tutto lungo una direttrice inclinata est-ovest nord-sud, fino a riveder la terra in prossimità delle Antille francesi. È l’isola della Martinica, con la sua capitale Fort de France, a farmi sussurrare “terra!”, anche se solo dal finestrino dell’aereo a circa 33mila piedi di altezza. Il fatto che la lettura che compio durante il viaggio mi asseconda un mai sopito e sempre vivissimo amore per le esplorazioni scientifiche e chi ha avuto il privilegio e il coraggio di compierle secoli addietro: si tratta infatti di un bel libro dedicato agli esploratori scientifici del Sudamerica nel Settecento, dal quale apprendo una succosa particolarità: la scoperta della Colombia è dovuta al fortissimo conflitto scientifico instauratosi in un’Accademia parigina tra sostenitori della sfericità della Terra o qualcosa di simile (per il momento si limitavano a dire che fosse un corpo oblungo di forma ellittica e si rifacevano al loro capo-stipite Cassini) e i loro rivali “terrapiattisti” che fornivano una loro rilettura dei calcoli di Newton e dicevano che il tutto andava appiattito. Alla fine il Chiarissimo Rettore dell’Accademia si ruppe le palle di sentire ste continue “iacuvelle” tra le due fazioni e decise di allestire una spedizione per la Colombo con i due più eminenti esponenti dell’una e l’altra fazione. Ma di questo parleremo più avanti nel viaggio magari; per adesso resto a crogiolarmi nel mio sogno erotico della trombamica terrapiattista mentre finalmente il volo Iberia atterra al mediaticamente famoso aeroporto El Dorado di Bogotà in effetti si presenta come una struttura piuttosto efficiente, dove il numero di cani-poliziotto intenti ad annusare i bagagli alla ricerca di droga (quale droga cerchino è pleonastico dirlo visto che siamo in Colombia) eguaglia quello dei bagnanti a Mappatella beach una domenica di agosto.

Ed ecco allora Bogotà, uno sconfinato pianoro incastonato tra monti altissimi che pullula di stradoni e tangenziali a perdita d’occhio, per poi inclinarsi di colpo come una pista per bambini e schiudere la vista ad un centro storico coloniale molto bello. Assai simile alla ecuadoregna Quito come prima impressione e anche come altitudine: qui siamo a 2.600 circa e se ci si trova a salire una scala con un bagaglio in spalla si sentono tutti.

Con un discreto fiuto che mi vanto di avere su ste cose per DNA familiare, azzecco un bell’alberghetto in stile coloniale, tutto in legno dipinto e con un fantastico patio spagnolo su cui affaccia la mia stanza. Siamo nel quartiere storico della Candelaria, sede di quasi tutte le università e che pullula quindi di studenti squattrinati . Ha sede qui anche il luogo già da tempo individuato come must di questa prima giornata o forse dello spezzone che mi resta:

parlo del fantastico Museo de l’Oro di Bogotà, un tesoro in tutti i sensi del termine attesa l’enorme quantità del metallo più pregiato che vi è custodito in un bellissimo edificio . Esso si trova qui nelle forme in cui lo lavorarono le sapienti mani delle tante culture andine pre-colombiane. Maschere funebri, ornamenti reali , oggetti votivi, arnesi per lavorare e fumare la coca. I Tayrona, i Narino, i Chicba, gli Incas e tanti altri realizzavano ogni cosa in oro e ciò costituì al tempo stesso il loro tesoro e la loro condanna: ove fosse mai possibile, la rilucenza dell’oro amplificó la bramosia e la crudeltà degli invasori europei, che accecati da essa, esitarono ancor meno a procedere allo sterminio dei proprietari del metallo come di quella terra da cui era estratto. Tra le tante raffigurazioni che mi hanno affascinato, il primato va a questa vista in diversi manufatti, appena dietro la mia faccia sfatta dal fuso orario

Guardate bene, a mio avviso si tratta di una sorta di “uomo vitruviano” pre-colombiano. Qui si vede meglio mi sa…per “uomo vitruviano” intendo quello di Leonardo, raffigurato anche sull’euro per capirci: simbolo umanistico e rinascimentale per eccellenza, si erge a simbolo delle facoltà dell’uomo ripotato al centro del mondo dopo l’oblio teocentrico medievale.

Per le culture dell’oro pre-colombiano probabile che il quadro si sia dunque invertito : il Rinascimento lo stavano vivendo già, fin quando non siamo arrivati noi a precipitarli in un Medioevo senza via d’uscita