L’orizzonte perduto – Giorno 3: running against the monsoon

La titolazione data a questa giornata, dal suono inglese molto cool e che potrebbe forse fungere da nome per una canzone di Battito o di qualche gruppo rock sofisticato di quelli che piacciono a noi radical chic tipo Afghan Whigs o King Crimson, in realtà rimanda un po’ faticosamente ad un concetto forse molto più immediato a esprimersi n napoletano: ho acchiappato ‘ncuoll il pata-pata dell’acqua. Si, davvero un ruppatone compatto e indistinto come un muro d’acqua che ci accompagna nel lungo spostamento dall’isola di Koh Samet alla terraferma e per i duecento km seguenti in direzione sud fino al punto di imbarco per un’altra isola, Koh Chang. Il monsone è un fenomeno atmosferico tipico di queste latitudini, un vento portante che soffia per un lungo periodo in maniera costante dalla terra verso il mare e per un altro nella direzione opposta, quella attuale: ecco quindi salire dal golfo del Siam una montagna grigia talmente gonfia d’acqua da far sembrare il cielo stesso come un’immensa onda; è come se il mare si fosse spostato nel cielo in un’enorme bolla galleggiante, sforacchiata proprio sopra le nostre teste a inondarci . Tanta acqua dona ovviamente vita e colore anche al paesaggio, che appare di un verde fecondo con queste belle colline ammantate di fotta vegetazione tropicale situate parallelamente alla nostra strada. A bordo del camioncino sta sugli scudi un tizio espertissimo di immersioni e coralli: e finlandese ma di origine bosniaca, circostanza che mi gli fa affibbiare il nickname di “Ibrahimovic degli abissi”, anche per il suo incessante girare il mondo alla ricerca del corallo o della cernia perfetta. Ma la spendita dell’inepgnativo paragone con il fuoriclasse svedese lo fa salire assai di pressione e di euforia, tanto che comincia a tenere praticamente un comizio a reti unificate sul diving e gli annessi e connessi. E se sulle prime il discorso può sembrare interessante, dopo un’ora abbondante a parlare di coralli, cernie maculate, sea bass, alghe, spugne e cazzimbocchi marini, finisce ovviamente per diventare uno scartavetramento di uallera fragoroso che nessuno degli occupanti il pulmino riesce ad arginare pur lanciando chiari segnali di disappunto. Ah quanto come vorrei che fosse qui ora il mio amico Sergio Megna, il quale anni orsono in quel dell’Oceanarium di Lisbona, in una situazione analoga con un tizio peraltro assai competente che teneva una lezione sui pinguini (presenti lì in una vasca), sul loro habitat che era lì ricostruito, sulle loro abitudini riproduttive , sulla loro alimentazione, sul loro fabbisogno calorico sullo spessore del piumaggio etc etc……gli si avvicinò e con una pacca sulla spalla lo stoppó dicendogli: ” stai tutto ingrippato tu e sti cazzo di pinguini….”, lasciandolo in un misto di sconcerto e rassegnazione.

Ad ogni modo svanita che non è la tormenta (tanto atmosferica quanto dialettica), arriviamo a destinazione, in pratica l’estremità meridionale della Thailandia nel versante in cui incontra la Cambogia: da qui una davvero malmessa chiatta per il trasporto merci percorrerà il braccio di mare fino all’isola di Koh Chang.

Per la verità sembra di solcare un lago, il cui fondale limaccioso fa assumere all’acqua un colore verde pastello su cui baluginano riflessi biancastri.

Ed appare Koh Chang, aspra e selvaggia, irta di montagne informi e quasi priva di centri abitati. In pratica la presenza dell’uomo a Koh Chang è avviluppata tutta intorno ad una bizzarra strada che corre lungo tutti il perimetro dell’isola, tra balze e dossi più simili a quelli di montagne russe al luna park che a quelli di una via di collegamento. L’intero territorio dell’isola è parco naturale, la cui attrattiva principale è offerta dalle tante cascate da cui sgorga la tanta acqua che cade dal cielo; ad ogni modo la mano umana ha fatto sentire la sua presenza anche qui, con tanti resort di recente edificazione che spesso monopolizzano in maniera brutale le tante spiagge dell’isola. Il turismo di massa in ogni caso è a Koh Chang scongiurato per via delle già citate frequentissime piogge di , che la rendono un posto ostile ai fanatici della tintarella.

Il territorio dell’isola è quantomai esteso ed all’arrivo ho quindi il problema di scegliere verso quale insediamento dirigermi, attese le grosse distanze tra uno e l’altro; come spesso mi capita, mi lascio catturare dal nome: Lonely Beach, con questa sua musicalità che riporta a Battiato e la sua fama di località hippie. La scelta si rivela azzeccata : è il posto più suggestivo dell’isola ma, rimanga tra noi, all’arrivo lascio perdere gli hippie e vengo rapito da un resort ubicato dietro una collina, ove la strada precipita su una spiaggia incantata di fronte a diversi isolotti.

Dalle mangrovie pendono romantiche altalena da cui stare con i piedi in ammollo o sulla sabbia a seconda della alta o bassa marea; a ben vedere la stessa linea di marea funge da linea di trincea tra due eserciti che si combattono, quello dei granchi è quello delle formiche. Ma alzando gli occhi lo spettacolo è tutto davanti a te con il mare verdognolo che sembra baciarti, i cormorani intenti in una perigliosa pesca, gli isolotti sullo sfondo e poi palme, mangrovie, camelie in fiore alle spalle. E allora non resta che intonare ancora Battiato (vediamo chi becca le due citazioni): “🎶mare mare mare, voglio annegareee 🎶 , portami lontano a naufragareee 🎶 🎶 ” https://youtu.be/ntw-_5PVDOc

L’orizzonte perduto – Giorno 2: Koh Samet, la Procida del Siam

Parola d’ordine al risveglio : escape from Pattaya! 24 ore in un posto del genere sono oltremodo sufficienti e non si intravede ragione di spenderne neanche una ulteriore. Così mi organizzo di buon mattino per rimettermi in marcia….si fa per dire: le condizioni di salute non sono delle migliori tra jet lag, acciacchi vari ed un geniale strappo rimediato in una brillante partita di calcetto in cui mi sono andato con molto ingegno a cacciare a 15 anni dall’ultima apparizione. Il peso dello zaino sulle spalle ha fatto ora in breve tempo precipitare la situazione e sulla coscia appare un ematoma che manco il lunare Mare della tranquillità. Privato della funzionalità delle gambe e della mia tutto sommato considerevole propensione a camminare che rende possibile viaggi come questi, intravedo per un attimo il disastro e la condanna ad una vacanza di ammorbanti soggiorni su di un lettino a bordo piscina. Ma cerco di scacciare per ora le fosche nubi che si affollano sul futuro (così come anche nel cielo per via del monsone) e rimedio un autista per la prossima meta, individuata in un’isoletta ad una settantina di km a sud, poco distante dalla terraferma e chiamata Koh Samed o Samet. La macchina mi lascia in una località chiamata Ban Phe, un molo di pescatori che solcano i mari su bei pescherecci in legno assai datati alcuni di essi sono adibiti al trasporto passeggeri sull’isola frontaliera ma subiscono la sfacciata concorrenza di spietati bucanieri che si servono per lo stesso servizio di più avvenenti motoscafi capaci di sfrecciare a velocità doppia se non tripla rispetto ai poveri pescherecci e di attraccare, con assai poco rispetto per l’ambiente e i bagnanti, su qualsiasi spiaggia a scelta dell’utente. Naturalmente sarei propenso al disadorno peschereccio ma la gamba a mezzo servizio mi constringe ad abboccare al primo motoscafista che mi si fionda incontro e mi carica su sti cessi ad alta velocità e rumorosissimo motore. Lo sbarco nondimeno avviene in puro Briatore style, col motore acceso in mezzo a bambini che nuotano su una spiaggia immacolata oltre la quale sorge l’abitato principale che, come sempre accade, trovo molto mutato dalla prima visita qui una quindicina di anni orsono. Ricordavo una esigua striscia di capanne e bungalow adagiati sulla sabbia, ora sostituiti da più robusti edifici in calcestruzzo gettati sul bagnasciuga piuttosto alla rinfusa. Altra differenza che noto è la presenza delle forze dell’ordine anzi addirittura dell’esercito, mentre allora ricordo benissimo che gli hippie si crogiolavano felici nei loro infiniti cannoni di marijuana, consci che non vi era un solo poliziotto in tutta Koh Samet. Ad ogni modo il luogo pare ancora pervaso da un’atmosfera hippie, che è comunque qualcosa che si manifesta solo a partire dalle ore pomeridiane andando verso la sera: nel senso che la mattina l’atmosfera hippie esiste solo come stordimento perché gli hippie dormono e devono ancora riprendersi dalla sera prima. Ne becco infatti una che lavorerebbe in un bar teoricamente aperto e che pare quella che esce dalla videocassetta del film “the ring” per quanto sta intronata: ci mette tipo 5 minuti a capire che voglio un’aranciata, non vi dico quanto impiega a dirmi la password del wi-fi, che poi non è chissà quale parola complicata ma una semplice sequenza di numeri dall’uno al nove. Insomma 1234456789, questo deve dire….ahe, me ne vado per un’idea quando arriva a pronunciare il tre e le risparmio il supplizio di dire gli altri sei, operazione che avrebbe rischiesto il tempo in cui Ray Manzarek si produce in un assolo di pianoforte mentre Jim Morrison balla sulle note di “The end” dei Doors ovviamente.

Ad ogni modo giusto all’estremità sud dell’isola, piuttosto defilato rispetto alla spiaggia dei freakkettoni, trovo un bel resort che mi cattura per il nome curioso che fa pensare agli innamorati: Nimmanoradeebello stare qui su questa mezza luna di sabbia su cui si affacciano cormorani e tanti uccelli, mentre la sera sulla terrazza del ristorante un numero impressionate di rame da luogo ad un allucinato concerto proprio sotto i miei piedi

per la verità la notte ricevo anche la visita nel bungalow di un ospite indesiderato, un ragno dall’aspetto orripilante che trovo giacere appena a due cm dal mio capezzolo e che per evitare me lo faccia come quello di Pamela Anderson sono costretto a freddare dopo una pugna non semplice. Ad ogni modo un bel soggiorno qui, con un alba che si rivela improvvisamente sopra la spiaggia tra noci di cocco e mangrovie e mi fa finalmente capire di essere ai tropici ah

“Ah, ma allora se sei ai Tropici, che ci appizza Procida????” Vi starete finalmente chiedendo . Beh vi dico, nella sua conformazione, nel suo essere un po’lateral, un po’ marginale, col suo ottimo pescato e con la sua capacità di lasciare un immaginario lontano della pur vicina terraferma le cui luci si vedono sullo sfondo, Koh Samet mi ha ricordato un po’ l’Isola di Arturo

L’orizzonte perduto – Giorno 1: la città più brutta del mondo

Beh, diciamo che un titolo del genere obbliga subito il narratore a rivelare quale sia mai la città tanto brutta da meritare un si poco meritoria palma. Allora correggo leggermente il tiro, nel senso che non sarà forse la più brutta in assoluto al mondo, ma unicamente la più brutta tra le località di vacanza, ben esistendo sul pianeta luoghi genericamente intesi di maggiore bruttezza . Nondimeno rincaro tuttavia subito la dose e senza perdermi in parafrasi e generose litoti, individuo una classificazione snella e definitiva: è davvero un cesso. Sto parlando di Pattaya un centinaio di km a sud di Bangkok lungo la costa orientale del paese, quella che degrada verso le pianure alluvionali del Mekong e verso la Cambogia e il Vietnam. Parlare di pianure alluvionali o quel che sia di qualsivoglia elemento naturistico, montagne, fiumi etc, è a Pattaya del tutto ultroneo e superfluo, giacche si distinguono ivi due unici elementi: cemento e asfalto, amalgamati da un’atmosfera talmente pregna di smog che vi sembrerà dopo una mezz’oretta di aver limonato con la marmitta di un camion. Figurarsi che persino la Lonely Planet , che in un ecumenismo sospinto da motivazioni commerciali riesce a trovare di qualche interesse urbanistico persino luoghi come il Centro direzionale di Napoli o la casa di un topo, a proposito di Pattaya esordisce così: “se siete diretti a Pattaya con l’intenzione di risiedere in un tranquillo resort adagiato su una placida spiaggia tropicale, fate immediatamente inversione a U e allontanatevi il più possibile”. Il motivo che spinge una fetta di umanità a scegliere Pattaya come destinazione per le proprie vacanze è presto detto: il mestiere più antico del mondo, che qui si produce in un’offerta ampia e diversificata più del menu a tendina delle categories di un sito porno. A fianco, è possibile qui esercitarsi in una vasta gamma di activities pescate tra le più sgraziate e tamarre che gusto umano possa conoscere : si può giocare alla guerra finta con armi automatiche e mitragliatori giocattolo, visitare uno zoo dove stanno stipate in mangiatoie rarissime tigri siberiane in via d’estinzione, assistere a match di mixed martial arts (dove è mai l’arte?) tra strani ircocervi in perizoma, offrire prebende di cibo vivo a squali in gabbia e molte altre. A dire il vero sembra sia in atto una riconversione turistica del luogo per tramutarlo da market della prostituzione a polo di attrattiva di grossi centri commerciali….wow. In sintonia con il main stream “pattayense”, mi scelgo un bell’albergone tamarro di quelli che a centinaia affollano il lungomare, tale hotel Grand Palazzo, che potrà forse vantare la pregiata consulenza architettonica di Genny Savastano per lo stile sobrio ed eseenziale nonché per questi eleganti scaloni in finto marmo che con moltissima fantasia potrebbero ricordare le prospettive vanvitelliane di qualche palazzo reale italiano Resta pure da dire che la suite, pur non eccellendo in vista sulle perenni cantieri in costruzione, ha dimensioni tali da permettere agli occupanti una partita a bocce mentre il letto è talmente grande da risultare idoneo ad un saggio ginnico con il proprio partner e se non ne si ha uno, a fianco al ricevitore telefonico è allegata una rubrica corredata di foto anch’essa aggiornata più del già citato menu di Pornohub. È tutto qui talmente appiattito e finalizzato alla prostituzione che persino la più scontata e frequente delle domande che un ospite pone ai portieri di un albergo, quale ristorante tipico consiglierebbero per una buona cena, ha come risultato quello di lasciare gli addetti alla reception interdetti e muti, come se il cibo fosse una mera attività di sostentamento a mo’di animali da batteria indirizzati alla riproduzione. Nondimeno la sera mi pongo con animo aperto all’osservazione della enorme folla che riempie la sequela infinita di locali e go go club: atteso il peccato originario, vi sono poi mille ragioni che spingono persone da ogni angolo del globo a scegliere un posto del genere. Sorseggiando una birra, con un karaoke infernale in sottofondo, contemplo una turba composita di turisti di sesso esclusivamente maschile lanciarsi ardimentosi su ammiccanti ragazze: ci vedo l’impiegato inglese in pensione che ha lavorato una vita onestamente in banca o in un ministero e ora è costretto a pagare dissanguanti alimenti alla ex moglie ed ai figli che ingrassano davanti ad una PlayStation, il medio orientale che al suo paese ha avuto in moglie una castigata donna ricoperta di veli fino alle caviglia (qui la comprensione con tutta l buona volontà è assai minore) o il ragazzo occidentale nato di aspetto assai poco gradevole e magari di scarso reddito, a cui risulta estremamente difficile invitare al suo paese una ragazza carina a cena o a bere un drink. Mah, sono tutte considerazioni che lasciano il tempo che trovano .

Ad ogni modo ció che mi ha spinto qui come prima tappa del mio viaggio è ben altro: nella baia di fronte Pattaya so che sorge un’isoletta ammantata di verde e belle spiagge solitarie; ci sta anche un tempio, ed una signora che cucina il miglior riso fritto della Thailandia. È un luogo assai più appartato e difficile a concepirsi attesa la vicinanza a Pattaya. Ci metto un po’ a identificarlo sulla mappa ma poi risolvo l’enigma e mi reco a Koh Larnè un luogo ove riporto a casa gli affetti di una persona a me estremamente cara, che amava restare qui a contemplare il mare. In un certo qual modo son venuto qui a far si che ciò succeda ancora, ma sono cose che tengo per me

Ad ogni modo di mio oggi ho capito per davvero il senso di questo viaggio, e ho capito pure che fin sotto il K2 ci arriveremo .

L’orizzonte perduto – Prologo

Il viaggio per il quale sono appena partito racchiude in se qualcosa di oggettivamente eccezionale. Ciò traspare anche solo a volerne tracciare il percorso desumibile dalla foto-copertina, che però suggerisce con le guide Lonely Planet solo i paesi che ho in mente di attraversare, nulla dicendo circa la meta finale, per la quale nessuna guida turistica è stata ancora scritta e dubito lo verrà fatto, atteso lo scarsissimo numero di viaggiatori che si avventura fin li. Si tratta invero di un posto assai remoto situato in un angolo del mondo assai bizzarro, dove pure dovrò andarmi a infilare a cercare questo “orizzonte perduto” che da nome al diario di viaggio, e non unicamente per questo motivo.

Insomma aleggiano parecchi misteri, parrebbe di capire. Io direi comunque di andare con ordine, e disvelare gli orizzonti visibili, ciò che dovrebbe andare a farsi al netto di sorprese e imprevisti. Per la verità, almeno per ora, non ci sta troppo da atteggiarsi a grandi esploratori e scopritori di mondi inusitati, giacche al momento mi trovo a compiere quella che è forse la rotta più coatta e sputtanata di tutto il turismo dei giorni nostri: sto parlando del fantomatico volo “da Roma fino a Bangkok” che ha stregato artisti del calibro di Giusy Ferreri e Ugo Canfora aka Hugh and the Grezzlies. La platea umana stipata entro la carlinga di questo quadrimotore della Thai Airways non è di quelle che troveresti ad un seminario sul flusso di coscienza di Joyce o ad un vernissage sulle avanguardie russe, ma assai più probabilmente in qualche postribolo di Patong o su qualche ex paradiso tropicale “abbellito” da sale Bingo e grattacieli in vetrocemento con le fondamenta impiantate a mare o meglio ancora direttamente sulla barriera corallina, così che si possa fare snorkeling e dare una controllatina al locale caldaie contemporaneamente, l’utile e il dilettevole in estrema sintesi. Niente di così terribile ad ogni modo, purché non mi salti in testa di parlare di robe come Salvini, che qualcosa mi dice qua a bordo sia un idolo incontrastato, ma meglio lasciarsi alle spalle certe miserie quando si vola così lontano. Proprio in questo momento, a metà percorso di volo grossomodo, stiamo sorvolando una terra che nelle mie bizzarrie sogno di visitare, il Turkmenistan: riconosco dal finestrino le luci della capitale Ashgabat, che significa “.regno di luce” ed dicono sia una sorta di allucinata Las Vegas asiatica nel bel mezzo del nulla, e più avanti quelle di una città chiamata Mary e fondata da Alessandro Magno. Ma il pezzo da novanta che mi tiene incatenato al finestrino sarebbe quello di riconoscere da qua su un luogo chiamato ” Hell’s Gate”, la Porta dell’inferno insomma, un gigantesco cratere residuo di una miniera di gas che sprofonda per kilometri nella terra: un bel giorno si incendió per mano dell’uomo e nessuno sa più spegnerlo. Prima o poi ci andrò. Piuttosto però direi che se mi metto a descrivere pure i posti che vedo dal finestrino dell’aereo qua facciamo notte e allora torniamo a quello che è il programma di viaggio, che già di suo è bello corposo. Dunque domattina atterro a Bangkok ma vado subito via verso un luogo che riassume forse il peggio di tutto ciò che la Thailandia possa offrire, un postaccio chiamato Pattaya, ma da lì devo prendere un battello per raggiungere un’isola assai bella situata poco più a sud, di cui so poche e molte cose insieme. Non so ad esempio quale sia il nome dell’isola , ma so invece di una spiaggia sovrastata da una collina, su cui dovrebbe stare un tempio e persino signora a detta di qualcuno la cuoca più brava di tutta la Thailandia. Dopo aver organizzato una quarantina abbondante di cacce al tesoro a Capri, mi tocca dunque ora di risolverne una in un’isola thailandese, sfida accettata! Il tesoro però qui non devo trovarlo, ma semmai in qualche modo perderlo…..ma sono cose personali. Ad ogni modo proseguendo, credo che scenderò la costa orientale fino ad una delle poche mete non ancora squarciate dal turismo di massa in Thailandia, ovvero l’isola di Koh Chang, che in lingua locale significa “elefante” ed è un parco naturale. Sulla vicina terraferma raggiungerò poi la polverosa città interna di Chantaburi, dove avidi uomini di affari commerciano e contrabbandano pietre preziose e zaffiri: da qui non dovrebbe essere difficile varcare il confine con la Cambogia e proseguire in direzione della città coloniale di Battabang, dove al tramonto pare che da una grotta situata vicino ad un tempio milioni di pipistrelli saltino fuori ad oscurare il sole. La città è sede di un porto fluviale sul Mekong, da cui parte un romantico e lentissimo battello un tempo usato per il trasporto di bambù, che risale in un giorno circa il grande fiume e poi il lago Tonle Sap sino a Siem Reap, ove ha sede l’Ankwor Wat, una delle meraviglie della terra: una sorta di Pompei della cultura locale Khmer sepolta dalla giungla, templi e guglie che saltano fuori a centinaia tra le liane e le mangrovie. Risalendo ancora il Mekong in direzione est dovrò poi arrivare al confine con il Laos, paese da cui mi aspetto moltissimo, per varcare la frontiera in un punto in cui il Grande fiume si allarga fino a sembrare un mare e dare luogo ad uno scenario detto “le 4000 isole sul Mekong”: pare che diverse di queste siano abitate dalle ultime comunità di hippie, mentre tra le onde del fiume che sembra talmente un mare nuotano persino i delfini, quelli di acqua dolce e che sono di colore rosa. Proseguirò poi per una delle mete più belle di tutta l’Asia, la città religiosa e capitale spirituale del Laos Luang Prabang, un posto che dicono magnifico con cascate e decine di templi buddisti, da cui all’alba fuoriescono piccoli monaci in tunica arancione a chiedere l’elemosina in una appassionante processione. Da qui dovrò poi spingermi a est atttaverso il selvaggio altopiano del Bolaven e varcare da qualche parte nella giungla il confine col Vietnam, per raggiungere una regione di grotte carsiche e torrenti sotterranei di grande fascino, poi scendere nella storica cittadina di Hoi An e la sua gemella Hue, prima di risalire il Fiume dei Profumi alla ricerca del generale Kurz di Apocalypse now. Sará poi la volta delle risaie del nord e della magnifica Halong bay, prima di tuffarmi nella caotica capitale Hanoi e cercare di rimediare il visto (l’unica cosa che mi spaventa di tutto sto ambaradan: la burocrazia) per la successiva tappa: la Cina. Del gigantesco paese credo che ricaverò una sezione interna, lontano dalle infinite megalopoli della costa. Dovrei visitare la bella Guilin con quelle bizzarre montagne gialle specchiate sul lago, poi Fenshuan con le palafitte sul fiume ed una lontana località di montagna, dove i picchi assumono forme così strane e appuntati da essere stata la location del film Avatar . Forse riesco a passare pure da Xian dove risiede sottoterra l’esercito di terracotta a eterno presidio del suo imperatore morto, ma dovrò assai presto indirizzare la bussola verso il Sichuan dove vivono i panda e provare di montare su questo incredibile treno che si inerpica fino ai quasi 5000 metri del Tibet e della capitale Lhasa. Si , il Tibet, cosa dire prima di esserci stato non saprei. Mi limito a dire che non lontano da qui sorge quel luogo chiamato Shangri-la, il paradiso di cui si parla appunto nel libro “l’orizzonte perduto” che ricorre ancora dunque . Da qui in avanti la storia dovrebbe diventare un’avventura di quelle che ricorderò tutta la vita: proseguirò ora in direzione ovest, attraversando l’Himalalaya lungo l’unica valle che lo percorre da Est e Ovest, l’antico Regno di U: si chiama proprio così, Regno di U con una sola lettera. Alla fine dovrei arrivare dalle parti dello Xiinjang , la “nuova frontiera” regione annessa alla Cina da ultimo ma a maggioranza musulmana. In particolare qui sorge la mitica città di Kashgar, caravanserraglio già noto a Marco Polo. Più avanti, un torrido deserto evitato dalle rotte carovaniere e dallo stesso Marco Polo detto Taklimakan, letteralmente in lingua cinese “se entri, non esci”. Non vi sono strade, unico mezzo di locomozione possibile il cammello. Ad un certo punto, come per via di rarissime condizioni geografiche registrate solo qui , le sabbie del deserto cominceranno a confondersi con la neve perenne dei ghiacciai e una strada detta “Karakoroum Highway” dovrebbe saltar fuori….alla fine di essa pare ci sia un altro caravanserraglio propio al confine col Pakistan: a svariate migliaia di metri di quota, da questo punto ma solo in alcune giornate assai rare invero, appare all’orizzonte la vetta di un monte, il secondo per altitudine al mondo dopo l’Everest ma secondo alcuni criteri di misurazione persino più alto di qualche decina di metri: è quella la mia meta di arrivo, l’orizzonte perduto e nebuloso da ritrovare, il maledettissimo K2.

Di Valentino o del mio borgo natio

Oggi 16 Luglio, in un caldo pomeriggio di mezza estate, si celebra nella contrada di Valentino la festa della Madonna del Carmine, onorata nel quartiere con una piccola edicola votiva situata proprio alla fine della via che taglia in due il quartiere e le conferisce il nome, nel punto in cui essa interseca perpendicolarmente la strada che dal Castiglione precipita giù verso gli orti della Certosa, intitolata quest’ultima allo sfortunato asso dell’aviazione Dalmazio Birago perito gloriosamente sui cieli d’Etiopia. Il meteo assegna per l’evento quella tipologia climatica definita a queste latitudini inequivocabilmente col vocabolo di “bafuogno”, un caldo umido e appiccicoso corroborato da massicce dosi di vento Africo, ma riserva un’ulteriore sorpresa, quella di un inatteso scroscio d’acqua giusto all’ora della funzione religiosa tenuta all’aperto, funestandola di ombrelli che oscurano ancor più la già scarna visuale sulla statua che offre l’angusto vicolo, per l’occasione ingombro anche di sedie di fortuna occupate dai molti anziani presenti.valentino messa.jpg

La celebrazione è ora limitata appunto ad una funzione religiosa, della quale non riesco ad essere troppo partecipe per attitudine personale; ad ogni modo l’omelia del sacerdote, unita al vociare in preghiera di antiche signore del quartiere che odo distinte dalla mia finestra, è condizione sufficiente per innescare una babele di ricordi invero assai nitidi di quei pomeriggi estivi di un’età ormai lontana, quando noi bambini del quartiere attendevamo con giubilo ed eccitazione questa festa, smettendo per qualche ora di esecrare il chiostro della Certosa adibito a campo da calcio per correre a confrontarci nelle gare e nei giochi di strada che facevano da contorno alla messa. Ricordo in particolare un anno in cui mi avviavo, dopo brillanti turni di qualifiche, a disputare la finale della prova di corsa nei sacchi, anelando assai al primo premio costituito da un materassino gonfiabile da mare, giacché proprio qualche giorno prima avevo fracassato sugli scogli di Palazzo a mare il mio nuovo di zecca rimediando un sonoro cazziatone materno. Ricordo come fossi nettamente in vantaggio sul rettilineo di arrivo avviato verso il trionfo, ma una davvero scarsa “cattiveria agonistica” unita ad una congenita dose di coglionaggine mi spinse a dare credito ad una voce levatasi dal pubblico, la quale rimarcava come non avessi toccato il muro posto a metà percorso prima di volgermi sulla via del ritorno. Sottigliezze oggi forse delegabili all’ausilio del VAR, ma incredibilmente io mi volsi sui miei passi per tornare indietro a toccare quel dannato muro, abbandonando la vittoria ed il sospirato materassino al mio avversario, un mio amico di infanzia. A tutt’oggi quella avrebbe costituito la mia più alta affermazione sportiva, sigh.

C’era sempre tutto il quartiere a quella festa, anziani e nipoti, famiglie identificate col soprannome conferito per stirpe, c’erano tutti i miei nonni, quelli materni assai legati alla santa protettrice del quartiere, ed il mio nonno paterno, uomo dal carattere solare e gioviale nonché affermato imprenditore alberghiero, la qual cosa credo gli conferisse una posizione sociale di lustro che, unita ad una spiccata passione per la bellezza del gentil sesso, gli faceva meritare il non certo sprecato soprannome di “Don Giovanni”. Unica assente giustificata in famiglia era la mia nonna paterna , donna dal carattere estremamente riservato nonchè “ciammurra” trapiantata nella città di sotto, un binomio che suppongo la rendesse legata ad un vincolo di fedeltà eterna a Sant’Antonio piuttosto che ai frivoli culti dei “chiazzieri”. Il “mastro di festa” era poi indiscutibilmente un signore italo-americano dal carattere estroverso e gioviale, sbarcato in Italia da liberatore col suo corpo di marines nel secondo conflitto mondiale ma fatto poi “prigioniero” da una donna che aveva sposato: vivevano in un piccolo appartamento ubicato proprio di fronte al mio cancello, e ancora oggi se esco di casa mi pare strano di non sentirli discutere in uno strano slang Brooklyn- napoletano dinanzi alla tv accesa in sottofondo.

Mi viene da chiedermi quanto sia cambiato il mio quartiere in tutti questi anni: certo lo è, come è cambiato il mondo, ma non poi così tanto. A Valentino si va un po più lenti, lo dice la parola: va- lentino! Attaccati alla piazza e alla roboante via Camerelle, eppure a nostro modo distanti, in un limbo dove a decine i turisti si perdono smarrendo la via per i Giardini di Augusto e le boutique, che sono li ad un passo ma nel dedalo di viuzze non vi è GPS o Google maps che li riesca a far orientare. Di certo non è cambiato l’impianto urbanistico medievale che disegna come una sacca esterna rispetto al centro, una cavità che fungeva da contado per il sovrastante convento delle Teresiane. Figuriamoci che il giardino di casa mia, magicamente affacciato sui Faraglioni, fungeva un tempo da cimitero del suddetto convento e come suo “limes” prima delle terre appartenenti all’altro Ordine, quello dei Certosini.giardino casa

La appena sovrastante casa di carissimi amici ha la chiara struttura di una chiesa, probabile cappella funeraria, e la gran parte degli edifici ricalca un’architettura religiosa. teresiane

E’ cambiata certo l’economia di base di questa piccola contrada, coi suoi manufatti a schiena d’asino divenuti in buona parte appartamenti alla moda, studi di professionisti o molto più spesso depositi dei lussuosi negozi della vicina via Camerelle, una sorta di retrovia di guerra dell’artiglieria pesante schierata sulla main street. Era solo venti anni fa una via che pullulava di botteghe artigiane, che ricordo anch’esse tutte una ad una: dall’orologiaio, mestiere pressoché estinto, che giaceva appena dopo il sagrato dell Chiesa ove oggi sorge un ristorante alla moda, al mastro ceramicaio che scalpellava poco dopo la porta carraia, incredibile scudo sonoro nel quartiere dei rintocchi del campanile, passando per il falegname corniciao che aveva assai in odio le nostre disfide pallonare e ci sequestrava arbitrariamente il pallone, fino alle botteghe dei sarti che sono ancora li a cucire bellissimi vestiti per i ricchi signori che risalgono da Quisisana lungo Li Campi. Qualcosa è cambiato, molto altro per fortuna no. Di certo non sono mutati i veri padroni del borgo, coloro che a Valentino sono sempre stati i despoti capaci di informare le vie del loro odore e delle loro cibarie, i notai che tracciano i confini delle proprietà al di la delle determine catastali rimbalzando a loro piacimento da una particella all’altra: i gatti. carbonello.jpgA Valentino hanno sempre comandato i gatti: li troverete ancora li, affacciarsi tutti incredibilmente sincronizzati da Madre Natura, a salutare sornioni ma affettuosi i bambini che ad ora di pranzo escono vocianti e spensierati da scuola

Dove nascono i giganti- giorni 7 e 8: il villaggio dei giganti

Inizio l’ultimo capitolo di questa emozionante storia con un’altra fiaba, quella di due giganti, fratelli tra loro e che un tempo vivevano qui uno difronte all’altro, il primo sull’isola di Mykines ed il secondo sul remoto promontorio ove oggi sorge il villaggio di Gasaldur. Essi placavano il loro insaziabile appetito cibandosi delle pecore e degli umani, che terrorizzati provavano a sfuggire loro vivendo nelle grotte; o meglio provavano a saziarsi, giacché uno dei due un giorno, avendo terminato il cibo a sua disposizione, prese a chiedere a gran voce al fratello sul promontorio di lanciargli del cibo. La risposta del fratello non si fece attendere: non cibo bensì massi, enormi massi prese a lanciare verso il mare come un nordico Polifemo verso la galea di Ulisse in fuga. La scorbutica risposta dovette adirare non poco l’altro ciclope che, accecato dalla fame, con un lungo balzo atterró sul promontorio e prese a lottare sanguinosamente col fratello. Combatterono per sei giorni e sei notti fin quando fu il primo, quello saltato da Mykines a prevalere e uccidere l’altro, il cui sangue prese a sgorgare copioso ed inarrestabile originando questa straordinaria cascata Il villaggio di Gasaldur, situato appena sopra di essa, era fino a solo quindici anni fa il più irraggiungibile di tutte le Far Oer: situato all’estremità di una lunga striscia di terra che si perde nell’oceano dell’isola di Vagar, distava dal porto di Sorvagur 13 interminabili chilometri di sentieri esposti alle intemperie e che dovevano scavalcare altissime montagne. La leggenda della lotta dei giganti offre un riscontro del tutto reale e ancor oggi tangibile, che con commozione apprendo da una donna locale: l’irraggiungibile villaggio di Gasaldur fu fondato da un gruppo di balenieri della frontaliera isola di Mykines (il gigante che balza spinto dalla fame) e ancora oggi esiste un accordo tra le due piccolissime comunità per la spartizione del pescato nei terribili mesi invernali. Solo nel 2004, dopo l’agonia di un bambino, costretto col padre ad attraversare l’altissima montagna che sovrasta il villaggio per ricevere soccorso e morendo lungo il cammino nella tormenta ci si risolse alla costruzione di una strada con il più sicuro porto di Sorbagur e soprattutto allo scavo di un tunnel che bucasse quella montagna della morte. Io nondimeno, sprovvisto di automobile e a corto di generosi sostenitori dell’autostop, non ho altra alternativa che sobbarcarmi il cammino a piedi

ma sulle prime va bene: il percorso è di una bellezza ammaliante e poco importa se piove e fa freddo
l’unica preoccupazione è questo famigerato tunnel finale di tre km da fare al buio che potenzialmente potrebbe accendere il mai sedato demone della claustrofobia, oltre ad essere piuttosto pericoloso. Ma col solito mio culo becco un passaggio proprio all’imbocco di esso. Ed ecco sotto di me Gasaldur, gemma nascosta e finale delle Far Oer con la sua cascata Mulaffosur

La bellezza è davvero senza uguali, lascio parlare le immagini

La cascata che sgorga dal sangue dei giganti, i massi scaraventati nel mare nella pugna, una squisita fetta di torta alle bacche silvestri come ristoro. E poi…e poi lui: lo stronzo autostoppista polacco beccato due giorni prima dall’altro capo delle Far Oer, con cui condivido la fatica e la difficoltà a rimediare passaggi su strade deserte!!!!! Non so se lo ricordate, era quello che sosteneva una sorta di diritto di prelazione sui posti dove fare Autostop e si era inquartato perché non osservavo le sue balorde prescrizioni. Naturalmente non risponde al mio saluto e stavolta me la lego al dito : si sta facendo tardi, stanno da percorrere i 13km del ritorno, tra cui i tre sotto il famigerato tunnel e nel paese sono rimaste pochissime automobili che faranno ritorno. Lui si apposta tutto arcigno e bellicoso com’è Lewandowski in area di rigore all’imbocco del tunnel, motivato a “difendere” la sua zona di pesca con ampi gestacci. Io agisco di astuzia: faccio il vago e non replico alle sue volgari provocazioni, mi dirigo nella direzione opposta all’unico spaccio del paese dove servono la squisita torta di bacche e prendo a leccare sfacciatamente il culo ad una famiglia di texani che portano in viaggio premio la figlia appena graduata alla high school di Dallas, dispenso preziosi consiglio circa lo studio della giurisprudenza che la giovane vorrà intraprendere al ritorno negli States….e a sto punto un passaggio per il Palillo ci scatta matematico. E quando ci avviamo e raggiungiamo la sua zona di “pesca” distratto Tim il texano al volante indicando un uccello che vola alto dall’altra parte, in modo da distoglierlo dall’idea di caricare sto gaglioffo da due soldi a bordo. Eccolo qua me lo immagino ancora la bello solo soletto, lui i suoi teleobiettivi a fotografare le pecore sotto la pioggia. Ahahhha, fattela a piedi, pirlaaaaaaaa!!!!!!! La sera la trascorro in una meravigliosa casetta in legno col tetto in erba ma tutto qui è dolce e incantato il giorno dopo avrei l’aereo ad ora di pranzo ma sento di non poter andare via senza aver ancora solcato l’erba di queste isole incantate. Così sveglia in piena notte, anche se c’è luce ovunque

e a rotta di collo verso un’ultima gita in montagna.immerso nella bellezza senza tempo e spazio delle Far Oer. Nel pomeriggio volo a Copenaghen e faccio pure in tempo, nello scalo, ad attraversare il ponte sull’Oresund e mettere piede in Svezia, nella città di Malmoema è nulla confronto alla bellezza selvaggia e primordiale delle isole. Ricordo ogni istante di questo viaggio magnifico; ormai sono in Italia e dopo tanti giorni riassaporo qualcosa di mai visto in questi giorni, il buio. Ma la luce delle Far Oer si irradia nel mio animo, oltre l’orizzonte,oltre questo mare che ammiro dalla mia isola e oltre mille mari ancora, verso quelle terre lontane e arcadiche, ove nascono, vivono e muoiono i Giganti

Dove nascono i giganti- giorno 6: le Far Oer da un capo all’altro

È giunto il momento di lasciare la splendida guesthouse con vista sull’infinito e cambiare isola anzi gruppo di isole, ovvero di passare dal gruppo occidentale costituito principalmente da Vágar a quelle centrali ove ha sede la capitale Tórshavn e poi settentrionali, le selvagge e remote isole più isole di tutte di Kalsoy e Kunoy.

La chiave di tutti questi spostamenti si rivelerà una pratica in cui, nonostante la non proprio più verdissima età, ancora mi diletto, anche perché oltre a costituire un bizzarro modo di conoscere persone quasi sempre simpatiche, unisce al dilettevole anche l’utile perché è spesso la via più breve per l’attraversamento di territori così poco battuti e non urbanizzati: sto parlando dell’hitch-hiking o come viene chiamato in Italia “autostop”. Il viaggio dunque di circa 40 km dalla baia di Sandavagur alla capitale Torshavn, con passi di montagna e tunnel sottomarini, sarà affrontato con un simpatico ragazzo israeliano anche lui intento a fare hitch-hiking , e con l’autista una ancora più simpatica donnona locale, la quale ci carica a bordo dicendo che potrà condurci fino ad un punto intermedio e posto lungo una via secondaria, dal quale il suo collega a cui sta per dare il cambio ci condurrà poi avanti verso la capitale. La cosa simpatica è scoprire che lavoro svolgono lei e il suo collega oltre a essere i nostri gentili “driver”: sono le guardie carcerarie della prigione delle Far Oer! Quindi stiamo tecnicamente andando in carcere ora. L’immediata confidenza, quasi come se già si conoscessero, del ragazzo israeliano con la sig.ra secondina sulle prime mi fa balenare anche qualche strano film per la testa: sono il bersaglio di un’operazione del Mossad ed ora sono stato adescato per essere condotto in carcere e torturato per confessare. Qualche scambio di persona, un file sbagliato nel database e ti ritrovi in una cosa tra “Munich” di Spielberg e “Misery non deve morire” di Stephen King (la sig.ra guardia ha una somiglianza spiccata con la tizia del film…)…

Ma ovviamente ogni timore viene fugato ben presto: lei è simpaticissima e ci fa persino fare un giro panoramico del carcere delle Far Oer, dove sono detenuti 6 individui tra cui un italiano (e sarà l’unico connazionale che incontrerò lungo tutto il viaggio); inoltre scopriamo come persino il carcere qui alle Far Oer sorga in un posto bellissimo nondimeno isolatissimo

Scoprirò nei giorni successivi, perdendomi su queste montagne, che non lontano da qui sorge la chiesa più antica di tutte le Far Oer, quella dal impossibile a pronunciarsi nome di Kiorkubur . Ad ogni modo anche il ragazzo israeliano mostra un profilo colto e intelligente: di idee progressiste, considera il governo del suo paese poco meno che una banda di criminali assassini e quello attuato a Gaza poche settimane fa con l’uccisione di oltre sessanta palestinesi un crimine contro l’umanità. Si vergogna profondamente di ciò e intende in autunno trasferirsi definitivamente in Olanda dalla fidanzata. Insomma vedi un po’ che storie capitano a fare autostop…

Giungiamo a Torshavn e le strade inevitabilmente si separano; io sistemo velocemente le cose alla rinfusa da una coppia di sciroccati che mi ha affittato casa e proseguo in bus verso le isole del Nord, con l’intento di raggiungere il punto più settentrionale delle Far Oer, ubicato nell’isola di Kalsoy ad oltre due ore di pullman e battello. Il fatto è che anche un semplice viaggio in bus alle Far Oer ti diventa un’emozione enorme

La strada si snoda come un serpente impazzito su costoni di roccia che sovrastano canali e pendii aspri che paiono le montagne di un pianeta alieno e poi, per passare da un’isola all’altra, non ci sono ponti, che non reggerebbero al mare in tempesta e al vento, ma tunnel: si, lunghissimi tunnel entro i quali la strada si caccia di improvviso come un animale che si infila in una tana, tunnel che scavano sotto il mare come quello della Manica ma che restano grezzi e in pietra viva, senza troppi fronzoli. Il primo lo abbiamo già passato ed è quello che attraversa il Vestmanna Sound, lo stretto che separa le isole occidentali da quelle orientali, altre due-tre volte scendiamo e risaliamo dagli abissi fino alla meta di destinazione Klaksvík.

Ecco, Klaksvík sorge nel classico luogo dove un giocatore di quei giochi di strategia on line tipo Civilization e similari deciderebbe subito di edificare una città: è una lingua sottilissima di terra tra due mari circondata dalle solite montagne lunari, che qui in verità assumono una conformazione ancora più cupa e minacciosa.

E da qui in battello verso la frontaliera Kalsoy, altra assurdità geografica: lunga una trentina di km, con montagne che si drizzano alte verso il cielo, è larga solo poche centinaia di metri, in pratica una sorta di lancia di terra e rocce protesa verso l’Atlantico. Non sempre le terre vulcaniche infatti assumono quella conformazione circolare che consociamo, spesso prendono anche questa forma puntuta e bizzarra, credo succeda proprio in corrispondenza della faglia, insomma della frattura oblunga da cui fuoriesce la lava: ricordo una isola dalla conformazione pressoché analoga, anche essa vulcanica, Sao Jorge alle isole Azzore, che gli abitanti paragonano ad una schiena di balena saltata fuori dall’oceano e pietrificata in un’isola.

ecco come potete notare, al netto delle differenze climatiche e della mia faccia da scemo , la somiglianza è impressionante

Ad ogni modo tale conformazione rende ovviamente disagevole la vita qui e anche i soli spostamenti, con strade che si inerpicano lungo pendii impossibili verso villaggi abbarbicati sulle ripe scoscese, non sono per niente facili. Si ripresenta dunque esigenza di un ricco autostop non appena sceso dalla nave, momento migliore per pescare qualche “bel tonno di passaggio” con l’auto imbarcata sul battello. Ma qui mi imbatto in un’altro autostoppista, figura del tutto diversa rispetto al simpatico israeliano della mattina: costui è un tizio polacco assai scorbutico e pretenzioso che comincia a sostenere che debbo farmi a debita distanza da lui perché quello è il suo posto di “pesca”, scelto prima di me che sarei quindi costretto a retrocedere o avanzare non ho capito di quanti metri. Da una rapida scorsa non mi sovviene un diritto degli autostoppisti che annoveri una sorta di prelazione nella “posta” ai conducenti, quindi me ne sbatto altamente e mi metto un paio di metri prima di lui che comincia a murmuliare e fare gestacci. Con mio sorriso magico alla Mandrake becco pure subito un passaggio ma ho poi pure l’enorme magnanimità di spirito di chiedere alla autista di far salire pure sto fesso: le perle ai porci, quello invece di ringraziare monta su e continua a sbraitarmi contro e bubbu bubba. Vabbè sticazzi: si arriva a destinazione dopo aver percorso tutta l’isola lungo un suo fianco tra gole e tunnel. Quasi in cima sta il villaggio di Miskoldur, quella della sirena Kopakonan di cui vi parlavo ieri; poi dopo un lungo e buio tunnel eccoci a Trøllanesi il villaggio più settentrionale delle Far Oer e perciò conosciuto come la “fine del mondo”: in effetti dopo c’è solo mare e poi ghiaccio fino al Polo Nord. Anzi per la verità oltre la collina si stende in direzione nord un altopiano erboso di circa 3km, al termine del quale è situato un altro, bellissimo faro. Ho i minuti contati, perdere l’unico autobus della giornata significherebbe perdere ogni coincidenza col battello e la successiva corriera per rientrare nella capitale, ma parto al gran galoppo. Mi fiondo su sto enorme tappeto verde abitato solo da pecore e uccelli, e che uccelli scoprirò più tardi. Sullo sfondo lo scenario inquietante degli alti promontori delle isole limitrofe

Alla fine, tra mille belati di pecore e pecoroni appare il faro, e con lui fa capolino il coglione polacco dell’autostop, già ad affannarsi sulla via del ritorno. Gli chiedo se secondo lui sono in tempo Utile a percorrere la via che manca per il faro e rientrare e lui ovviamente dice di sì, rendendomi un vile tranello. “Al ritorno- mi dice -” accorcia per il sentiero che sale più a monte, è più breve e poi asciutto della via che corre a valle, ridotta ad un pantano”. Mah, mi fido, giunto al faro, il tempo di fare conoscenza con il farista e sua figlia, gli immancabili caproni con cui socializzare e giù, a rotta di collo verso Trøllanesi. Anzi non giu, ma su, seguendo il consiglio del mio “amico” autostoppista mancato: un tranello diabolico la via a monte è più volte interrotta da massi, estremamente accidentata e, dulcis in fundo, sito di riproduzione delle sule marine, certe bestiacce piovute giu dall’Artico e dall’apertura alare di uno pterodattilo:

Prendono a volteggiarmi sulla testa e a lanciarsi in picchiate semi-suicide sulla mia testa degne del miglior pilota di Zero giapponese, quelli che si lanciavano sulle corazzate americane con tutto l’aereo per capirci. Le poverine ovviamente difendono i loro nidi e davvero è impressionante il coraggio con cui mi si lanciano sulla testa dalla quota a cui volano. ….Passa anche questa e rientro senza ulteriori problemi nella capitale Torshavn, l’unico luogo nelle isole ad avere dei ristoranti degni di nota ed una discreta vita notturna mei week end . Anche se la notte qui è un concetto astratto, nel senso che non fa mai buio. Figurarsi che qui in foto erano le tre di “notte”

Dove nascono i giganti- giorno 5: Nordic Syren

Esiste anche qui nel lontano Nord delle Isole Far Oer un mito delle sirene, e come da noi nell’Odissea è una storia che unisce Amore e Morte.Le Sirene (o qualcosa che assai vi somiglia) qui prendono il bizzarro nome di “Kopakonan”, che viene mutato poi in quello di “Selkie” un migliaio di km più a sud sulle coste irlandesi e scozzesi dove si celebra lo stesso mito, quasi come a credere che questo nordiche creature mitiche riuscissero a nuotare come balene da una costa all’altro di questo tempestoso tratto di oceano. Ad ogni modo le Kopakonan avevano le sembianze di una foche: questi animali erano considerato dagli abitanti come esseri umani che avessero deciso di porre fine volontariamente alla loro vita gettandosi nel mare. Costrette a vagare senza pace negli oceani, le Kopakonan erano ammesse poi solo una notte all’anno a tornare sulla terra ed era essa la tredicesima notte dell’anno (che nel calendario runico vichingo dovrebbe essere la tredicesima partendo dal solstizio di inverno quindi intorno al 4-5 gennaio, periodo qui di buio totale e tempeste). Quella notte le Kopakonan potevano svestire le loro pelli di foche e sostare poche ore sulla spiaggia per rivedere da lontano il mondo che avevano scelto di lasciare.

Ma un giorno anzi una notte, la tredicesima appunto, un contadino del piccolo villaggio di Mikladur, sull’isola di Kalsoy, attese sulla spiaggia che le Kopakonan salissero dall’oceano e, vedendole svestite delle loro pelli di foca, ne ammirò in particolare una, giovane e di assai bell’aspetto. Decise così di rubare la sua pelle di foca e di non restituirla, sebbene la giovane e tutte le altre Kopakonan lo supplicassero di restituire la sua pelle e lasciarla andare. Ma lui non cedette e la giovane fu costretta a seguirlo nuda alla sua fattoria. Qui la povera Sirena fu rinchiusa in cattività ed il malvagio contadino fu custode gelosissimo della sua pelle da sirena, perché perfettamente conscio che lei non appena reindossata quella pelle sarebbe di nuovo fuggita negli abissi. Divenne presto sua moglie ed ebbero un figlio , ma il contadino continuava a non poter liberare la donna ne a mostrarla agli altri abitanti del villaggio, tra cui si diffusero dicerie e leggende . Un giorno finalmente il contadino si recò a pescare coi suoi amici, dimenticando la chiave della cesta ove teneva chiusa la pelle di foca. Rendendosene conto, esclamò ai compagni :” Oggi perderò mia moglie” e raccontando loro finalmente tutta la verità. In effetti al ritorno la moglie- Kopakonan non era più in casa ma già sulla spiaggia, ove indossò la veste da foca si lanciò tra i flutti. Qui subitò incontrò un esemplare di foca maschio che era stato ad attenderla per tutti questi anni e che non aveva mai smesso di amarla. Prima di accettare l’amore del suo nuovo compagno, la Kopakonan volle riemergere una ultima volta ad ammirare il suo figlio che nel frattempo era accorso sulla spiaggia. In quel momento tutto gli abitanti riconobbero nella foca la madre del ragazzo, che un giorno sarebbe diventato il capo di questo villaggio situato in capo al mondo, a creare una discendenza di uomini- foca, di uomini figli delle Kopakonan, le struggenti sirene di questo angolo remoto del pianeta