“Quando arrivi a vedere la tigre nella foresta, lei ha già visto te”: una variante in voga a latitudini esotiche del più snello ed efficace “Misurati la palluccella” delle nostre parti insomma. Il fatto è che qua il detto può navere un significato non prettamente metaforico ma riferirsi veramente alle abitudini della tigre in carne e ossa, perché qua le tigri ci stanno . Anzi, a dirla tutta la giornata si apre con l’annuncio dell’uccisione da parte di una tigre di un contadino locale in un villaggio poco distante. Un altro ragazzo Tharu impiegato nello staff del resort arriva invece ad annunciare che stanotte appena fuori dal campo sono venuti a “pascolare” i soliti rinoceronti…..io che sono stato sveglio fino a tardi per la verità non ho sentito altra bestia che zanzare e ciavattole. Che siano un po’ dei cazzari sti Tharu? Anche perché cosa altro faccianodi lavoro in dieci di loro in sto posto appare difficile intuirlo, atteso il livello da campo militare della guerra di secessione del cd resort. Ecco questo ultimo complain apre il campo a due considerazioni: la prima è che proprio qui di fronte sta un campo militare vero e proprio dell’esercito nepalese e fin qui chissenefrega…..ma la particolarità è data dal fatto che usini gli elefanti per le loro azioni militari, ne più ne meno come ai tempi di Annibale ed Alessandro Magno. Ad entrare nella fitta giungla infatti, col fango che fagocita tutto e alberi che coprono il cielo, non è vi è blindato o mezzo di locomozione moderno che riesca a rendersi più efficiente di un elefante indiano.
La seconda considerazione o meglio domanda rimasta sospesa è : chi cazzo sono sti Tharu?
Sono l’etnia di minoranza che abita qua, con una lingua, una cultura e anche dei caratteri somatici completamente a se stanti.
Il Nepal è un territorio che ha vissuto per secoli in un isolamento forzato dovuto all’inaccessibilità assoluta del suo territorio, fattore esistente anche al suo stesso interno: figurarsi che in Nepal esistono 72 lingue diverse, molte delle quali di ceppi linguistici completamente a se stanti. Si va dalle lingue del ceppo cinese- mongolo a quelle indoeuropee passando per quelle di influenza persiane: una babele che trova un punto di unione possibile spesso solo nella lingua imposta dai dominatori del secolo scorso: l’inglese. Qui nel Chitwan vivono appunto i Tharu sfuggiti a persecuzioni dall’India e che hanno dovuto imparare a vivere in una terra dalla natura ostile e fino a pochi anni fa fortemente malarica. Ad ogni modo ora l’attaccamento degli stessi al loro Chitwan è fortissimo così come ai loro animali, di cui emulano i comportamenti
La bellissima Peacock dance che imita i movimenti dei tanti pavoni che vivono allo stato selvaggio qui (mi ero sempre chiesto da che parte di mondo venissero). I Tharu maschi portano poi un codino piuttosto bruttino dietro la testa che vorrebbe essere la cosa di una tigre; parlano sottovoce poi per non destare gli animali mentre emulano invece gli elefanti o forse i bufali nella gestione dell’orifizio posteriore, col quale si lasciano andare a continue flautolenze….Ad ogni modo saranno oggi i Tharu a condurmi nella foresta a caccia di animali
Si comincia all’alba con una discesa in canoa sul fiume. Le barche sono ricavate tutte da un tipo di albero locale, una sorta di quercia tropicale, e condotte con un solo Palillo di bambù a fare da timone o leva di spinta sul fondale per le faticose risalite. Ecco proprio il bambù, nei suoi molteplici utilizzi dal cibo all’edilizia, costruisce la base fondante della società Tharu
Avvistiamo subito molti bellissimi uccelli dalle pigmentazioni principalmente azzurre e molti sono pure i coccodrilli
Qui ne vivono di due specie: il più classico “Mushmuggar” che attacca sovente l’uomo ed il più raro Gaviale, principalmente erbivoro ed insettivoro ma sterminato e portato vicino all’estinzione per via del muso puntuto con cui fruga nei fondali e che la demenziale medicina cinese reputa dagli effetti miracolosi. Scuserete lo sfogo ma è la terza o quarta porcata allucinante che sento a proposito di sta medicina tradizionale cinese di sto grande cazzo: strappavano la bile agli orsi tibetani per curare i reumatismi, tagliano il muso a sti poveri coccodrilli per curare non so cosa e pare che tagliano o tagliavano pure il cazzo alle tigri perché dicevano donasse fertilità e potenza sessuale……”Ma chi vi si scopa????” – verrebbe da dire .
Lasciata la canoa, proseguo poi con un giovane ragazzo Tharu (padre a 26 anni già di 4 figli!) per una camminata nel bosco: ammiriamo a decine bellissimi cervi maculati di cui sono ghiotte le tigri, il cui avvistamento ora sarebbe oggettivamente mortale, in ossequio al detto per cui è lei prima a vedere te e al fatto che stiamo a piedi ed ai piedi di Pilato nella foresta, il suo habitat. Ad un tratto pare di sentire pure un leopardo su un albero ….
Visita poi al centro di salvaguardia e cura degli elefanti, che dispone pure di una sorta di nursery con annesso reparto maternità.
Il pomeriggio invece mi dedico per sbaglio ad una attività opposta nello spirito: l’elephant riding per avvistare questi famosi rinoceronti, che però non riesco a vedere. Il problema è tuttavia un altro: i poveri elefanti qui sono invece sfruttati e trattati malissimo dai loro conduttori, degli aguzzini che li riempiono di botte e colpi in testa. Il nostro in particolare è sfinito, piange e barrisce di continuo e nel bel mezzo della foresta, dopo aver guadato un fiume, letteralmente impazzisce prendendo a vorticare e accasciandosi diverse volte a terra. Appare tra l’altro assai innervosito dagli onnipresenti cervi maculati. Il conducente rincara la sua dose di colpi in testa e l’animale prende pure a sanguinare ma niente, gli altri pachidermi proseguono oltre, lui davvero va vorticosamente in tutte le direzioni ma avanti no. La cosa diventa davvero pericolosa perche ci vuole davvero poco a cadere dallo scranno sul quale stiamo seduti in quattro di noi; inoltre un animale così intelligente e sensibile quando impazzisce o si ribella ben potrebbe intuire di sdraiarsi su un lato anziché sulle zampe anteriori e schiacciare il suo aguzzino e noi suoi complici in una bella frittata di stupidì sfruttatori. Il problema è che manco possiamo scendere o saltare giù : stiamo in una foresta fittissima e starebbe da guadare un fiume pieno di coccodrilli …. Alla fine siamo noi stessi, persino i cinesi che sono con me, a supplicare e convincere il tipo dal riportarci indietro, operazione anche questa che si rivelerà non agevole perché il povero animale avrà un altro accesso di follia proprio nel mezzo del fiume ma bene o male la sfanghiamo .
Mi vergogno come un ladro di aver preso parte a questa porcata di elephant ride: non fatevi mai convincere a parteciparvi ovunque voi siate, gli elefanti soffrono maledettamente.
Deluso e irritato da tutto cio, ripiego allora per una passeggiata in solitario nella giungla vicino casa, dove ammiro oltre ai soliti pavoni e uccelli……un bellissimo cobra reale che striscia a poco più di qualche metro dai miei infradito…..crisi di panico e direi che anche per oggi può bastare .
La tigre non ci speravo tanto di vederla ma il rinoceronte, i cui avvistamenti paiono molto frequenti qui, sinceramente ci contavo. Vabbè, mi ha comunque affascinato da morire il Chitwan con questa sua natura lussureggiante e misteriosa che pare davvero uscita da un libro di Salgari o da una novella delle “Mille e una notte”.
E pazienza se l’unico rinoceronte che ho visto è questa qua



Già, proprio così, senza neanche bene capire dove e come (anzi senza capirlo per niente), alla partenza del bus ho sentito parlare di sto rafting da farsi a metà percorso, scendendo un pezzo di fiume e poi proseguendo il percorso verso il Chitwan o Pokhara all’arrivo del gommone (su un altro autobus?è quello che mi domando) Mah, per adesso la vivo con disinvoltura, so già che sarà una di quelle cose a cui ripenserò una volta a casa fuori dalla mistura di incoscienza e adrenalina che mi pervade durante i viaggi: su un pullman da Katmandu alla giungla del Chitwan ed ad un certo punto peraltro ignoto del percorso scendi a fare rafting su un fiume himalayano in piena. E a chi sto aspettando? In effetti ad un certo momento, con il Trishugli a fianco alla strada che si agita come un demonio, il conducente prende a urlare in una cadenza difficile a distinguersi “Roooftaaang”. È la nostra ora, ci ritroviamo in sei ed è uno di quegli equipaggi che ti rimangono proprio nell’anima:
c’è un timoniere locale cicciotello sui diciotto anni, io e due ragazzi spagnoli, e fin qui nulla di troppo strano; poi arriva un ragazzo israeliano e due che sembrano Stanlio e Olio…..dell’Arabia Saudita. Israeliani e arabi intrattengono notoriamente relazioni tutt’altro che amichevoli anzi si odiano reciprocamente e ora devono scendere un fiume in piena in una gola dell’Himalaya.

















la vita dei locali pare organizzata secondo schemi completamente diversi, dove in un contesto di base rurale avere una influenza enorme l’impostazione religiosa e l’aspetto meditativo. Non esiste la grande distribuzione e non esistono supermercati in Nepal: i generi alimentari arrivano da piccolissimi fornitori, nello specifico contadini, allevatori, fattori. Le banche esistono ma hanno una gittata estremante limitata, pensata più per gli occidentali turisti che per i locali, i quali si fermano davanti agli sportelli bancomat a capire cosa mai siano quegli aggeggi che sputano fuori soldi. Anche la moda occidentale pare lambire assai poco il Nepal: gli uomini vestono più o meno alla occidentale ma le donne girano ancora avvolte in magnifici “sari” colorati








ben 13 anni fa nel 2005, in compagnia della cara amica Annalisa e di mio zio Umberto, finimmo per legare con una esperta guida tibetana locale, Shiva Simkhada. Il Nepal è uno dei pochi posti della terra dove ha un senso a mio avviso affidarsi ad una guida: non stiamo mica parlando di una scontata guida turistica, qui il ruolo riveste uno spessore culturale, ci sono gli “sherpa”, coloro che sanno condurti negli anfratti e per i sentieri accidentati di questo paese a buon titolo definito “il tetto del mondo”. Lo sherpa è qualcosa a metà tra una guida ed un maestro dell’anima. Se vuoi capirci qualcosa di questo pezzo di mondo insinuato su montagne 4 volte più alte delle Alpi, dove si fondono le divinità hindu e quelle buddiste, dove Buddha è fisicamente nato e ogni villaggio pare un mondo a se stante, non leggere internet: trovati uno sherpa. 
Quindi ora ho davanti una settimana poco meno per godermi la magnifica Katmandu, uno dei posti piu belli della terra
con la sua Durbar square che è forse la piazza più bella del mondo
ma sarà alla fine mio amico sherpa Shiva a condurmi tra le montagne eterne,
di fronte al tetto del mondo, dove potrò dare un senso finale a questo magnifico viaggio e portare finalmente a casa qualcun’altro che è con me sin dalla prima tappa, dalla Thailandia. Pare essere passato un secolo .
Avanti così, solo le montagne non si incontrano mai più. Lassù sulle nevi eterne dell’Everest, l’orizzonte perduto comincia a dipanarsi
e riassume tutto sommato bene due parti distinte ed assai diverse della stessa giornata legato tra loro da un aereo, quello che mi conduce da Hue in Vietnam a Bangcock in Thailandia , da cui l’indomani ripartiró con un nuovo aereo verso una nuova tappa.
dunque il risveglio avviene nella città di Hue, luogo che non ha alcun altro motivo di visita se non la magnifica cittadella reale che sorge vicina l’insignificante paesone, nel quale ho il piacere di subire non uno ma due tentativi di furto nella stessa sera, uno solo dei quali andato parzialmente a segno, nel senso che il primo l’ho schivato con la sensibilità di pacca alla Tiziano Ferro che mi ritrovo mentre stava sfilando il portafoglio, per il secondo dove erano in due in una strada buia mi sono accordato per la consegna ai due furfanti di una somma ragionevole per così dire (una 60€ con cui compreranno tante medicine per la propria cura e quella dei loro familiari). Ma tant’è, capita e non è che qua uno può girare il mondo con la forma mentis di un drappano che vota Salvini e trarne odiose conseguenze. Capita, come dicevo.
si tratta di un sito bellissimo, una sorta di reggia di Versailles di un imperatore locale,che provó a spostare la capitale da Hanoi, qui a Hue ed operare una prima riunificazione del Vietnam intorno alla fine del Settecento
secondo uno schema abbastanza ricorrente nei templi e nei palazzi reali di questa area di mondo, la Cittadella è fatta a livelli concentrici uno dentro l’altro,
passando da quelli esterni dove stanno i cortigiani per arrivare poi a quelli dei mandarini e dignitari di corte,
fino alla corte più interna, dove siede il re e e gli altri unici uomini oltre lui ammessi sono gli eunuchi preposti alla cura dell’harem. Si tratta di un luogo dal magico nome di Città Purpurea Proibita 
E se al posto dei raffinati eunuchi di corte ci mettiamo i famigerati kathoi thailandesi dalla proboscide basso-ventrale talvolta poco intuibile, forse può tentassi questa strana equazione tra la cittadella reale di Hue in Vietnam e la capitale Thai. Dovendo stare solo una notte, scelgo la via definita con eccessiva enfasi “the centre of backpacking universe” nel fortunato film “The beach” con Leonardo Di Caprio. Beh, diciamo che per dover essere il centro dell’universo dei viaggiatori zaino in spalla, Khaosan Road è un luogo un po’ troppo turistico e banale, con ristoranti dozzinali, venditori di ogni cianfrusaglie, discoteche con musica a palla, bancarelle che vendono scorpioni e tarantole fritte e gli immancabili ircocerci thailandesi metà donna e metà pomo di Adamo che adescano turisti ubriachi obnubilati dal non vedere le troppe protuberanze del loro partner per una notte.
A dirla tutto però proprio qui gli yankee hanno scritto una delle pagine più ingloriose della loro storia, riuscendo nell’impresa di bombardare per più volte e distruggere i tre quarti degli oltre sessanta templi un tempo presenti, si che ora se ne contano solo venti peraltro in malandate condizioni. E purtroppo non è manco la cosa peggiore fatta dall’esercito a stelle e striscie in questa zona di mondo : a poca distanza sorge l’altro villaggio dal nome simile di My Lai, dove i soldati americani si macchiarono di una carneficina nelle modalità e nei numeri vicina alle stragi naziste di Marzabotto o le Fosse Ardeatine, per pescarne un paio nel orrido mucchio.
Il 16 marzo del ’68 un battaglione della 13esima divisione di fanteria americana, in gran parte composto da soldati ubriachi e sotto effetto di droghe, entró in questo remoto villaggio alla ricerca di guerriglieri vietcong e, per motivi mai chiariti, si dedicò per ore alla Barbara uccisione e addirittura mutilazione dei cadaveri di un numero impressionate di civili completamente disarmati: 514 secondo le autorità vietnamite, 347 le vittime ammesse dagli americani. Un numero piuttosto esiguo di soldati americani fu condotto a processo, terminato con la peraltro tenue condanna di un solo individuo, tale maggiore William Calley Jr.
La nuova Sand Creek americana finì come è ovvio per far deflagrare ancor più le proteste in patria contro la assurda avventura neo-coloniale, accelerando il processo di dismissione .
un personaggio sulla sessantina suonata sempre della gamma del Grande Lebowsky che il pomeriggio mi ha dato uno strappo in moto fino alla spiaggia : lo contatto, concordo un prezzo e via !
born to be wild !!!!
da queste parti, nella regione collinare di Ba Na, sorge una vecchia “Hill station” edificata negli anni ’20 dai francesi per scappare dal caldo asfissiante della pianura. Sul sito ormai abbandonato pare che i vietnamiti abbiano edificato uno spettacolare ponte sospeso di recentissima inaugurazione, luglio 2018 addirittura, di cui parla tutto il mondo ….Mantengo un mio scetticismo perché dalle foto mi pareva una mezza tamarrata ma intanto mi avvio, chiedendo al mitico easy rider Mr Thai di dare una acceleratina al gas. Giunti a piedi delle colline, mi congedo da lui e mi precipito a prendere questa mastodontica funivia con cui scalare i duemila metri di dislivello e raggiungere il ponte
Si tratta di una cabinovia entrata già per ben tre volte nel Guinness dei primati, per essere la più lunga (6,5 km), la più veloce (sembra di stare su un aereo) e la più complessa, con le sue articolazioni su 12 diversi settori collegati. La montagna invasa da questa ragnatela di cavi di acciaio rivela ad ogni modo ancora un paesaggio quasi vergine sotto la navicella spaziale
sullo sfondo Da Nang con il suo skyline e il mare ma eccomi ormai alla prima stazione, questo benedetto ponte sospeso dall’altisonante nome di “Golden Bridge”
due gigantesche mani di pietra levigata sembrano sospenderlo sull’abisso mentre una passerella sospesa nel vuoto è battuta da migliaia di persone per lo più vietnamiti venuti a contemplare l’ultimo disegno di una smisurata voglia di grandeur
devo dire che l’impressione di qualcosa di decisamente tamarro non è smentita ma ad ogni modo serve a rendermi l’idea meglio di tutto di cosa voglia essere una certa parte di Asia oggi
una intera città-lunapark che è riproduzione di una città francese medievale. Sulla scia di Las Vegas e Macao, dove sono riprodotte Venezia a Pompei, qui sull'”agora ” c’è la copia di Notre Dame e del pont Neuf mentre tutto intorno sciamano bande musicali e bambini su slittini e montagne russe
un posto di una pacchianaggine sconfortante e demenziale ma che alla fine, in un viaggio così lungo e variegato, sono contento di aver visto
Detto questo Hoi An è davvero bellissima: adagiata su un ansa dell’omonimo fiume, si compone di due parti su diverse isolette fluviali unite da ponti. Già i ponti
i ponti sono la migliore chiave d’interpretazione per capire Hoi An. Questo bellissimo in foto è il famoso “Ponte coperto giapponese”, una sorta di Ponte Vecchio in salsa nipponica nel senso che come quello fiorentino ospita al suo interno spazi coperti e alloggi che erano la dimora dei mercanti giapponesi. Altri mercanti venuti dalla Cina provvidero invece ad edificare il più grande Ponte Cinese
nei cui dintorni decine di barchette si agitano in antichi traffici e più recenti giri turistici. La città è storicamente infatti sede di mercanti sin dai tempi di Marco Polo: i venditori di seta venivano qui da ogni angolo dell’Asia per scambiarla con spezie o venderla a qualche intrepido mercante europeo. Molte infatti le abitazioni in stile francese
Ma le case più belle di mercanti sono quelle che appartenevano alle ricche corporazioni di mercanti cinesi, simili quasi a dei templi
Erano le sedi di gilde di mercanti divisi per regione di provenienza: quelli del Fujan, dell’isola di Hainan, del Guanzhou e fungevano anche da sacrari religiosi e tribunali. Il per la casa-bottega più bella va comunque ad un mercante locale, un certo Tan Ky
di famiglia poverissima e rimasto orfano in giovane età, Tan Ky riuscì a mettere su un’enorme fortuna col commercio di seta, oltre a rivelarsi un benefattore ed un mecenate per la sua comunità. Alla sua morte migliaia di persone da ogni angolo del Vietnam portarono doni nella sua bellissima casa in legno pregiato. 
E poi sta la ricca cucina locale, una tradizione secolare che inventó secoli orsono il genere cd fusion. Specialità della casa ?
nientedimeno il “totano abbuttunato”! Qui però lo guarniscono con carne di maiale, che con 35 gradi anche di notte e umidità vicina al 100% non se ne scende proprio easy ma va bene lo stesso.



Piacevole il clima a bordo,
dove capito in cuccetta con due vietnamiti e un italiano grosso esperto di storia Cham, l’etnia fondatrice del Vietnam antico. Si trattó di un popolo dal passato fulgido, in perenne conflitto con i khmer dell’attuale Cambogia, gli edificatori dell’Angkor wat per capirci. I Cham (o Champa) non furono da meno nel costruire templi che facessero tremare le ginocchia per la loro magnificenza ma gran parte di quel patrimonio è andato perduto, anche per via degli sciagurati bombardamenti americani durante il conflitto. Certo bisogna avere davvero la merda nel cervello per bombardare un sito archeologico ma purtroppo scoprirò non essere stata nemmeno la peggiore delle nefandezze compiuta quaggiù dagli yankee.












Ad ogni modo, l’isola è sufficientemente grande per trovare migliaia di posti incantati. 