El mundo perdido – giorno 1: la febbre dell’oro Inca

Sogno un giorno di avere una fidanzata o perlomeno, non so, una trombamica terrapiattista; vabbe, andrebbe bene pure un caro amico esponente di questa filosofia con cui scambiarsi le idee. Insomma questa è la riflessione che mi si affaccia pigramente alla mente mentre nel corso di questa lunghissima giornata doppio una bella parte di globo. Già, quello insomma che per i succitati amici non sarebbe una sfera ma una linea dritta, come apparirebbe a prima vista dal finestrino del mio aereo da cui scorgo prima l’altopiano della Meseta madrileno, poi le città di Salamanca, Segovia e Avila, poi il confine col Portogallo dove il Duero spagnolo realizza delle “opere” e muta il suo nome in Douro (o-per-e think palillians!!!) . Stretto tra i monti, si lancia quindi in una serie di meandri inebrianti, sulle sponde dei quali annicchia la vite del pregiato porto, prima di perdersi nel mare all’altezza della città omonima. Un bel viaggio in cantiere di una settimana-dieci giorni polverizzato in una mezz’oretta scarsa visto dal cielo: l’aereo è così, una violenza ininterrotta alla geografia e la natura dei luoghi. E viene come dicevo la volta del mare, tanto mare quanto può esservene in un oceano che tagliamo tutto lungo una direttrice inclinata est-ovest nord-sud, fino a riveder la terra in prossimità delle Antille francesi. È l’isola della Martinica, con la sua capitale Fort de France, a farmi sussurrare “terra!”, anche se solo dal finestrino dell’aereo a circa 33mila piedi di altezza. Il fatto che la lettura che compio durante il viaggio mi asseconda un mai sopito e sempre vivissimo amore per le esplorazioni scientifiche e chi ha avuto il privilegio e il coraggio di compierle secoli addietro: si tratta infatti di un bel libro dedicato agli esploratori scientifici del Sudamerica nel Settecento, dal quale apprendo una succosa particolarità: la scoperta della Colombia è dovuta al fortissimo conflitto scientifico instauratosi in un’Accademia parigina tra sostenitori della sfericità della Terra o qualcosa di simile (per il momento si limitavano a dire che fosse un corpo oblungo di forma ellittica e si rifacevano al loro capo-stipite Cassini) e i loro rivali “terrapiattisti” che fornivano una loro rilettura dei calcoli di Newton e dicevano che il tutto andava appiattito. Alla fine il Chiarissimo Rettore dell’Accademia si ruppe le palle di sentire ste continue “iacuvelle” tra le due fazioni e decise di allestire una spedizione per la Colombo con i due più eminenti esponenti dell’una e l’altra fazione. Ma di questo parleremo più avanti nel viaggio magari; per adesso resto a crogiolarmi nel mio sogno erotico della trombamica terrapiattista mentre finalmente il volo Iberia atterra al mediaticamente famoso aeroporto El Dorado di Bogotà in effetti si presenta come una struttura piuttosto efficiente, dove il numero di cani-poliziotto intenti ad annusare i bagagli alla ricerca di droga (quale droga cerchino è pleonastico dirlo visto che siamo in Colombia) eguaglia quello dei bagnanti a Mappatella beach una domenica di agosto.

Ed ecco allora Bogotà, uno sconfinato pianoro incastonato tra monti altissimi che pullula di stradoni e tangenziali a perdita d’occhio, per poi inclinarsi di colpo come una pista per bambini e schiudere la vista ad un centro storico coloniale molto bello. Assai simile alla ecuadoregna Quito come prima impressione e anche come altitudine: qui siamo a 2.600 circa e se ci si trova a salire una scala con un bagaglio in spalla si sentono tutti.

Con un discreto fiuto che mi vanto di avere su ste cose per DNA familiare, azzecco un bell’alberghetto in stile coloniale, tutto in legno dipinto e con un fantastico patio spagnolo su cui affaccia la mia stanza. Siamo nel quartiere storico della Candelaria, sede di quasi tutte le università e che pullula quindi di studenti squattrinati . Ha sede qui anche il luogo già da tempo individuato come must di questa prima giornata o forse dello spezzone che mi resta:

parlo del fantastico Museo de l’Oro di Bogotà, un tesoro in tutti i sensi del termine attesa l’enorme quantità del metallo più pregiato che vi è custodito in un bellissimo edificio . Esso si trova qui nelle forme in cui lo lavorarono le sapienti mani delle tante culture andine pre-colombiane. Maschere funebri, ornamenti reali , oggetti votivi, arnesi per lavorare e fumare la coca. I Tayrona, i Narino, i Chicba, gli Incas e tanti altri realizzavano ogni cosa in oro e ciò costituì al tempo stesso il loro tesoro e la loro condanna: ove fosse mai possibile, la rilucenza dell’oro amplificó la bramosia e la crudeltà degli invasori europei, che accecati da essa, esitarono ancor meno a procedere allo sterminio dei proprietari del metallo come di quella terra da cui era estratto. Tra le tante raffigurazioni che mi hanno affascinato, il primato va a questa vista in diversi manufatti, appena dietro la mia faccia sfatta dal fuso orario

Guardate bene, a mio avviso si tratta di una sorta di “uomo vitruviano” pre-colombiano. Qui si vede meglio mi sa…per “uomo vitruviano” intendo quello di Leonardo, raffigurato anche sull’euro per capirci: simbolo umanistico e rinascimentale per eccellenza, si erge a simbolo delle facoltà dell’uomo ripotato al centro del mondo dopo l’oblio teocentrico medievale.

Per le culture dell’oro pre-colombiano probabile che il quadro si sia dunque invertito : il Rinascimento lo stavano vivendo già, fin quando non siamo arrivati noi a precipitarli in un Medioevo senza via d’uscita

El mundo perdido – Prologo

Il continente sudamericano irrompe sulla scena europea (o meglio dire sulla scena umana) nel 1498, come mondo non nuovo ma “novissimo”. È ancora Cristoforo Colombo, grande ammiraglio del Mare Oceano, sei anni dopo la mitica prima traversata del ’92, che, veleggiato che ebbe all’umor del vento tra la miriade di luccicanti isole sottocosta in cui Orinoco riversa in mare il suo limo alluvionale fecondato dalla foresta, approda ora con le sue caravelle all’isola di Trinidad.

La scoperta di una nuova, enorme terra fu accolta con la massima gioia da parte di tutti i ceti sociali europei. Nella muraglia dell’ignoto s’era finalmente aperta una breccia: ecco dinanzi i forzieri di un nuovo Oriente, un Oriente ancor più favoloso dell’Asia. Nel rinascente spirito europeo, tutti, i ricchi come i poveri, i grandi come i piccoli, avvertirono l’empito. L’ultimo diaframma, l’ultima catena del Medioevo era stata spezzata: ci si era spinti e non di poco oltre la Rocca di Gibilterra, oltre i confini geografici e mentali del continente, mandando in frantumi una simbologia millenaria. Le Colonne d’Ercole erano crollate al suolo e con esse il sinistro motto che le accompagnava: “nec plus ultra”, non si vada oltre, ora risuonava come una frase che non aveva più ragione alcuna di esistere.

Oppressa dal bisogno e dalla fame, l’Europa intera anelava da sempre al sogno del corno dell’abbondanza e dei frutti di un paradiso terrestre. Con i suoi campi avari di raccolti e gelati per molti mesi l’anno (pensate a paesi come la Germania o l’Olanda dell’epoca più che al Sud Italia) e la sua alimentazione insipida, piatta e monotona oltre ogni dire, era naturale che fosse lo stomaco a guidare la rivolta. Il desiderio di spezie, sete, damaschi fu quindi l’agitato preludio ai grandi sforzi e alle epiche iniziative degli esploratori. A questo si aggiunse la quasi contemporanea diffusione della carta stampata: villaggi e borghi remoti furono raggiunti da opuscoli che raccontavano di piante e alberi dai frutti miracolosi ai lati di strade lastricate d’oro .

Una tale isteria di massa non si registrava in Europa dal tempo delle crociate. Diseredati, disoccupati, tagliaborse, tagliagole, nobili affogati nei debiti, prostitute e perdigiorni si riversarono nei porti alla ricerca di un vascello che salpasse per il Nuovo Mondo. Animati da uno spirito di crociata misto di pietà religiosa quanto di perfidia, i conquistatori spagnoli inviarono spedizioni ai quattro venti. L’occupazione del Messico nel 1520 ad opera di Hernan Cortes e la soppressione del regno azteco funsero da richiamo squillante per tutti gli spiriti avventurosi. Fu un succedersi rapido di spedizioni: a nord, la grande traversata dalla Florida alla California di un conquistador dal nome utile per le cacce al tesoro, Cabeza de Vaca; a sud, Pizzarro e i suoi s’inerpicavano sulle Ande per porre d’assedio i forzieri rigonfi d’oro dei regni Inca. Sebastian de Balcazar, conquistatore di Quito, discese le Ande fino in Colombia mentre Mendoza e Valdivia esplorarono le regioni della parte estrema del Cile, trapassando nel gelido purgatorio della Terra del Fuoco, dischiusa alla conoscenza del mondo dai fatali galeoni di Magellano. Entro il 1540 fu popolata la città di Asuncion, nell’odierno Paraguay, esplorato il Rio de la Plata, fondata Buenos Aieres, Travolta la Patagonia, ci si rivolse ad una vasta regione fitta di foreste che dalla cima delle Ande si scorgeva a perdita d’occhio distendersi verso Occidente e dominata da un fiume vasto come un mare: l’Amazzonia ovviamente. Con cinquecento spagnoli, quattromila Indios e mandrie di lama e maiali, Pizarro e Orellana discesero le Ande per inoltrarsi nella giungla da conquistare. Ma le cose questa volta non arrisero ai colori della casa di Spagna ne all’Uomo bianco in genere ….L’ultima frontiera dell’Ignoto non era ancora caduta ma questa è un’altra storia che affronteremo più avanti, si spera, se avrete la pazienza e la voglia di seguire le vicende di questo umile narratore .

Questo mio viaggio si intitola “El Mundo Perdido” ed è volto alla scoperta non di uno ma dei tanti “mondi perduti”, ognuno a suo modo e per un motivo contingente, che mi troverò a lambire. Parlo di eventi e congiunture storiche o naturali diverse e lontane anche secoli: dai “mundi perduti” delle civiltà pre-colombiane a quello del Venezuela attuale perduto dentro un vortice di fame e caos. Dalle città coloniali abbandonate lungo la Sierra colombiana ai deserti incipienti che si dilatano sugli altipiani andini per via della deforestazione. Dalle balene che percorrono dall’Antartide 8000km per venire a librarsi dinanzi alle remote e irraggiungibili coste del Pacifico vomitando su di esse plastica ingerita all’altro capo del pianeta, a isole remote dove vivono animali impossibili a vedersi altrove per finire a quello che è un mondo forse non ancora perduto o forse si. Un luogo ove voglio tornare se ancora esso esiste e prima che si perda per sempre, come purtroppo avverrà: l’Amazzonia .

Ma questo non sarà che il capitolo finale di un viaggio che si preannuncia così ricco di cose diverse e bellissime, che faccio fatica anche solo a immaginarle..

La fatal Verona, la rubiconda Bolzano

Un’ultima annotazione su Mantova colpevolmente omessa nella precedente “puntata”: se siete tra color che girano il mondo per cercare il sacro Graal, statv a casa, perlomeno nel senso di sovvermatevi meglio sul vostro paese di origine (supponendo che sia esso l’Italia). Si, perché pare che nella bellissima chiesa di Sant’Andrea in Mantova sia custodito in un vasetto il terriccio umido del sangue di Cristo trafitto dal colpo di lancia assestato dal soldato romano deputato all’esecuzione, tale Longino poi amaramente pentitosi della “puncicata” inferta al figlio di Dio tanto da redimersi al cristianesimo e divenirne un martire. Ad oggi, al netto di tesi inconferenti che collocano sto Sacro Graal su e giù per il pianeta, è questa la tesi storica maggiormente accreditata per rintracciare sto benedetto arnese e per la soluzione dello spinoso “affaire”

Detto questo, passiamo subito all’introduzione della prossima tappa, la splendida Verona Rispetto alla piccola Mantova, ha una connotazione più irrimediabilmente “metropolitana” , da intendersi tuttavia in senso non propriamente esteso. Da appassionato di geografia il primo dato che mi balza agli occhi è che la città sorga sulle rive dell’Adige, un fiume dal sapore irrimediabilmente alpino: insomma siamo ancora in pianura, in Padania, ma le montagne si intuiscono , si odorano già a Verona. Lo si annusa anche dagli effluvi dei suoi celebri vini dal gusto risulutamente più corposo di quelli di pianura. Marciando dalla stazione verso l’incantevole centro storico medievale, si balza subito di parecchi secoli indietro di fronte alla consistente Arena e dall’incontro con una ben visibile lupac testimonianze indefettibili di Roma. Poi si dipana il centro, con uno schema a raggiera; le antiche viuzze delle corporazioni e gilde medievali appaiono per la verità troppo ridisegnata a favore di un’opulenza molto consumistica di boutique che fanno la felicità di turisti giapponesi e russi: tra Prada, Zara, Gucci e compagnia cantata non ne manca una e non è che la cosa ovviamente aiuti a conservare un’atmosfera tipica. Ad ogni modo il quadro complessivo non è certo sgradevole e sospinti da una folla frottante di occhi a mandorla, un po’ come lemmings a rotta di collo verso il mare del Nord, ci si incammina quasi meccanicamente verso quello che pare essere il sito di visita obbligato di Verona (dove per la verità ho qualche perplessità a dirigermi. Lungo il percorso si fa comunque in tempo ad ammirare la bellissima Piazza delle Erbe di impianto originario credo romano e le magnifiche Arche scaligere in stile romanico- gotico mausoleo funebre di parecchi della famiglia qui reggente ai tempi della Golden age ovvero i Della Scala. Sta poi il bellissimo Palazzo della Ragione, nella cui corte è stato approntato un francamente troppo invasivo mercatino di Natale ma risulta a questo punto ormai inesorabile la visita alla tappa finale del pellegrinaggio dei lemmings del Sol Levante: la casa di Giulietta ovviamente esattamente come me la immaginavo: preda di un destino analogo alla Sirenetta di Copenhagen o la sala della Gioconda al Louvre, ovvero una sorta di ring di whresling dove dietro fotocamere e telefonini combattono con ferocia inusitata migliaia di occhi a mandorla, pronti anche all’applicazione del codice d’onore Bushido dei soldati del secondo conflitto mondiale pur di portare a casa lo scatto giusto. Evitabile.

Molto meglio deviare verso Castelvecchio e poi il borgo un po’ sonnolento di San Zeno, dove sorge la basilica del protettore della città, che però becco chiusa proprio da un’istante a proposito lo sapevate che tale San Zeno, a dispetto dell’aureola, è collocato da Dante Alighieri all’inferno nel girone degli accidiosi. E v’è di più: in questa balza infernale trovano alloggio altri suoi concittadini celebri come Alberto della Scala, addirittura già con un piede in quella fossa ancor prima di morire, ai tempi della prima stesura della Divina Commedia. Insomma parecchio accidiosi o meglio dire incazzosi sti veronesi a detta di Dante, e di certo non avrebbero trovato diverso alloggio post-mortem parecchi figuri postumi della celebre novella shakespereana del “Romeo e Giulietta”. Ah, badate bene che la prima stesura dell’opera non è di Shakespeare: la trama originale appartiene ad uno scorbutico signore di queste valli, tale Luigi dal Porto, un capitano di ventura del ‘500 che, dopo essere rimasto sfregiato in battaglia, appese la spada al chiodo per afferrare la penna da scrittore, serrato nel suo castello vicentino ed in odio frontale col mondo intero. Il mestiere delle armi porta strascichi imprevedibili insomma….

Ma veniamo alla seconda tappa di questa intensa giornata: un’ora scarsa di treno risalendo il corso dell’Adige in valli che si fanno sempre più strette e rigonfie di neve, fino ad arrivare alla sua confluenza con l’Isarco, ove sorge Bolzano

Ecco una città che saprà sorprendervi e non poco. Sono sicuro la immaginerete sobria e sornione, algido avamposto germanico per qualche coincidenza caduto nei nostri confini: nulla di tutto questo. Bolzano pullula di una vitalità tutta propria , un multiculturalismo singolare dettato da motivi contingenti che ne hanno fatto tappa obbligata di tanti incroci culturali. Da qui è passata la Mitteleuropa dei caffè, cui pare consacrato il bellissimo albergo nel quale alloggio in magnificente “jugenstil” ovvero l’art noveau declinata al tedesco ma prima ancora da Bolzano sono passati per forza di cose decine di eserciti di varie casacche e tanti mercanti: figurarsi che la lingua endemica di certe valli qua intorno, il ladino, è una combinazione di dialetto sei mercanti genovesi e catalani con l’altoatesino: a leggerlo si intuisce chiaramente questo multicolore pedigree, a sentirlo parlare… beh se capite anche una sola parola avete tutta la mia stima. A proposito di lingue, è celebre il bilinguismo di questa zona di Italia, o trilinguismo a volerci mettere anche il succitato ladino a fianco all’italiano e al tedesco: vi dico che a girare per Bolzano, sembrerà di poter affermare che in città viga un deca-linguismo o dodeca-linguismo, non saprei esattamente. La florida industria del turismo invernale delle valli circostanti attrae un numero esponenziale di forza- lavoro in gran parte meridionale , cosicché per le strade è un susseguirsi di dialetti siciliani, pugliesi, napoletani, frammistati al tedesco dei valligiani con quella loro strana pronuncia un po’ fischiata che pare il verso di un merlo. E tutti bevono e bevono nei una volta tanto belli mercatini di Natale si, di solito sti mercatini di Natale mi annoiano e a parte il vin brûlé che peraltro non amo, non mi viene in mente niente da poter comprare manco per sbaglio delle cianfrusaglie generalmente in vendita. Ma qui a Bolzano sono davvero belli, nella piazza delle Erbe come in quella centrale, piazza Walther ove faccio amicizia intorno ad un tavolino esterno con due rubicondi camionisti tirolesi, il cui livello di simpatia aumenta esponenzialmente quando mi rivelano il loro odio viscerale per Salvini e la rovina economica assoluta che una politica di allontanamento dall’Europa (che qui dista 30 minuti di camion) segnerebbe per le loro attività. Ma poi si ritorna nel magnifico albergo in jugendstil, dove è in programma per la edulcorata aristocrazia mitteleuropea locale un scatenato concerto gospel che tracima nel blues e nel soul

Forte da morire questa Bolzano, e la cosa più bella vista l’indomani ancora non ve l’ho detta ….