Il Milione – Slovenia tra fiumi e leggende

Giorno 2
Quest’oggi si è frapposto al mio viaggio una Cassandra malevole e foriera di sciagure, la qual ha avuto l’ardire di predirmi una fine atroce, sbranato da famelici lupi e da nerboruti orsi prima di arrivare alla meta…… Per la verità a voler scendere nei dettagli la cosa perde questa sua enfasi mitologica e oscura, più che altro si trattava di un cameriere purpo che, durante una cena devo dire davvero squisita, ha preso ad allanzarsi pesantemente col sottoscritto, fino a quando vistosi rifiutato l’ha buttata sul filone catastrofale, tipo la zingara del porto che ti mena i malocchi se non le dai gli spicci. Vabbe fermiamoci qui, poi semmai ve lo racconto meglio, anzi no, Vabbe poi vediamo dopo…..
Si perché ora vorrei invece introdurvi a questa magnifica terra di Slovenia con una favola che si narra in queste vallate e che esplicita secondo me le caratteristiche di questa terra. Questa dunque è la favola di Zlatorog, animale che è come parecchi di voi se col dito indicate il basso ventre, giacché lui è un camoscio (ca moscio..). Vabbe andiamo avanti: il camoscio Zlatorog viveva felice nelle valli del Soca e sulle pendici incantate del monte Tricorno, sovraintendendo insieme con delle fate, le Signore Bianche, alla pace e l’armonia e facendo si che i pascoli fossero sempre verdi. Sembra inoltre che Zlatorog fosse custode di un enorme tesoro. Nel frattempo giù nella valle viveva una fanciulla , molto figa ma anche un po chiattilla. Il padre di lei di mestiere faceva il locandiere ma è un personaggio francamente secondario, a differenza di sua moglie che come vedremo si rivelerà una stronza terribile. Dunque, la loro figliola, che tutti i giovanotti della valle incantata sognano di alzarsi, in realtà ha già aperto il suo cuore e forse anche le sue gambe per un giovane, un cacciatore locale, anche lui molto bello e prestante fisicamente ma più ruspantello come tipo, diciamo che io me lo immagino come quei Ciammurri che a volte,con la loro abilità nel tuffarsi dal Caponnuoglio abbasc u Far,riescono a sedurre ragazze dell’alta borghesia newyorchese annoiate dai loro usuali fidanzatini freschi di college e di buone maniere imparate ad Harvard. Dunque la Chiattilla e il Ciammurro si amano felici e spensierati sui prati e vicino ai fiumi della valle incantata del Soca e nulla al mondo pare li potrà dividere: nulla tranne lei, la grande stronza, la madre della Chiattilla nonché futura Suocera del Ciammurro. Alla signora infatti garba molto poco questo fidanzato bello si ma un po tamarro e soprattutto piuttosto scarso a denari, e prova ogni giorno ad ammonire la figlia con frasi tipo : “Guagliona mia, chist e’ bello ma nun balla…” , “tu t’hai piglia uno che ti fa campa’ cumme na signora”. Apriti cielo poi quando un giorno a casa arriva un dono per la Chiattilla da parte di un ammiratore misterioso, un pacco pieno di gioielli preziosi spedito pare da un ricco mercante veneziano. La Suocera comincia a pretendere che la figlia appenda subito il bello ma povero cacciatore e, incassato il rifiuto della stessa, si dirige direttamente dal Ciammurro ingiungendogli di arricettare i ferri e andarsene che la figlia si deve sposare un altro. Anche il cacciatore ovviamente si oppone e dopo lunghe tribolazioni, con la Chiattilla che non mangia più e piange tutto il giorno, giungono ad un accordo draconiano imposto dalla Suocera: il bel cacciatore per avere la mano della ragazza dovrà trovare tanto oro da pareggiare in valore quello mandato in dono dal ricco veneziano. Inoltre dovrà procurare un mazzo di rose rosse alla Suocera stessa, una pretesa impossibile giacché si è in pieno inverno. Ma il cacciatore non si perde d’animo: e’ a conoscenza della leggenda di Zlatorog e del suo tesoro, e da bravo cacciatore parte subito alla sua ricerca per abbattere il camoscio, quanto alle rose rosse pretese da quella stronza della suocera, poi Dio ci pensa…. Il cacciatore rintraccia alla fine Zlatorog sulla cima di un monte e subito lo spara. L’animale prende a barcollare ferito e dalla sua ferita sgorga del sangue che, bagnando il terreno scioglie subito la neve e fa crescere una rosa rossa. Il camoscio ne mangia un petalo e subito riprende vigore e salta via, zampillando tuttavia ancora sangue che ad ogni goccia fa crescere una rosa lungo tutta la montagna. Il povero cacciatore, impossibilitato ad accoppare il camoscio Zlatorog, non può far altro che mettersi a raccoglier almeno le rose rosse per quella stronza della suocera, ma, mentre le sta raccogliendo, sciulea in un fiume e muore. Mesi dopo la Chiattilla mentre passeggia lungo il fiume vede arrivare il corpo cadavere del suo bel Ciammurro con in mano ancora il mazzo di rose rosse. Quanto alla Suocera pare che a questo punto lei parta per sposarsi lei il ricco veneziano ma scoprirà che si tratta di un vecchio rattuso che la mette a fare la badante……che favola di merda! Ma in realtà l’ho scelta perché mi sembra riassuma i tre elementi pregnanti di questa terra di Slovenia: 1) la Natura, bellissima e incontaminata 2) il Denaro, giacché qui sono certi maronn di attaccati ai soldi mi è parso di vedere e pure carestosi, di gran lunga il paese più caro tra quelli della ex Jugoslavia e ormai li ho visti tutti 3) i Fiumi, splendidi ma un po pericolosi tanto e’ che il cacciatore sciuliandoci dentro muore. E con questo discorso mi ricollego al rafting, bellissimo sport praticato qui in una magnifica cornice naturale di fiumi alpini in piena ma un po pericoloso a mio avviso. Credo si tratti di uno sport di origine scandinava o forse mitteleuropea, vista la necessità di essere praticato su fiumi di montagna. E credo si addica ai mitteleuropei di più anche a livello culturale, con questa disciplina ferrea richiesta a bordo che poco bene si coniuga ad esempio con l’animo burdellaro di noi latini. Inoltre, se praticato in condizioni difficili e qui lo era, si arriva a richiedere al singolo un sacrificio in nome dell’interesse del gruppo, del resto della barca, sacrificio che può anche essere estremamente doloroso. Ecco, qui credo di aver riscoperto tutta la sotterranea indole napoletana allorquando mi è stato paventata dal capo timoniere la possibilità che, in casi estremi di pericoli ed in particolare se l’imbarcazione centra uno dei tanti massi affioranti, un membro dell’equipaggio deve, non ho capito bene come, liberarsi subito delle imbracature e spiaggiarsi sul masso, in modo da non sbilanciare la barca e tenerla non ho capito bene come indenne. Tanto aveva già deciso che se capitava a me, ma manc’ po cazz mi menavo io sopra allo scoglio in piena corsa a fare da scudo umano, tutt’al più ci menavo a una sorta di Lerch degli Adams della Repubblica Ceca dalla forza sovraumana che remava a fianco a me. Stupendo il rafting qui, ma molto oltre,come difficoltà, il livello medio di gitanti della domenica. Una barca di francesi che all’inizio facevano tutti i galli sulla monnezza con il nostro equipaggio, ad un certo punto in un rapida fortissima spezza il timone e ribalta la barca: finiscono tutti urlanti nella corrente gelata e trascinati per centinai di metri. Alcuni di loro vengono ripescati anche grazie all’intervento di un eroico Palillo che prima gli lancia una fune e poi li tira fuori; del salvataggio verrà data prova video a breve. E detto questo penso che ci siamo detti tutto. Ah no, ci sta l’altra storiella, quella del cameriere ricchione divenuto Cassandra e che mi ha predetto di finire sbranato dagli orsi, anche se chissà forse per orsi si riferiva a quella costola del mondo gay dei cd Bears. Ma niente cmq, stava questo cameriere che ha cominciato ad allanzarsi già dall’antipasto, con battute assai sul pecoreccio e rimandanti a parallelismi tra la gastronomia e la sfera sessuale ( per intenderci l’antipasto era baccalà mantecato). Sulla stessa falsariga ha proseguito quando è stata servita la trota e ci è rimasto male quando, vicino alla grappa, ho rifiutato il dessert di frutta che mi proponeva, immaginate un po voi, ovviamente composto da una banana. Andava poi trovando di leggermi la mano perché a suo dire in grado di predire il futuro e, sentitosi a sto punto mandare a fanculo, ha preso a trasformarsi in Cassandra e a profetizzare ( il tutto da immaginarsi pronunciato con inflessione molto ricchionesca): ” tu vuoi scappare via come camoscio di montagnaaaa, ma non arriverai dove vuoi arrivare, il mondo e’ pieno di luuupiii, di ooorsi, attento di non finire mangiato da un oooorso”. E si allontana mimando il gesto di un orso che azzanna, facendo pure con la manella a mo di zanna. Ma vafammok va!

Il Milione – Da Venezia verso l’infinito

Il Milione
Giorno 1
“Talvolta e’ meglio perdersi lungo la strada di un viaggio impossibile che non partire mai”. La frase molto bella e’ appartenuta al fu Giorgio Faletti, scrittore di cui francamente non ho mai letto nulla, un po per pigrizia un po per un mio snobismo che me lo ha sempre fatto apparire troppo nazional- popolare. Nondimeno la massima nella sua semplice verità pare idonea a divenire un dogma di ogni Viaggiatore, di chi parte perché sente quasi di non poter fare altro.
Marco, abbreviazione confidenziale con cui d’ora in avanti mi riferirò a Marco Polo, era poco più che un adolescente scanzonato e dedito a parecchie frivolezze, tanto da lasciare scettici e perplessi sulla sua partecipazione al viaggio il padre Niccolò e lo zio Matteo, già affermati e scafati mercanti lungo la Via Lattea dell’evoluzione umana, la rotta Est-Ovest: credo che la razza umana debba moltissimo in termini di conoscenza e progresso alla moltitudine di conoscenze e commerci che suoi esponenti si sono scambiati percorrendo la via che a da est a ovest e viceversa. Anzi mi sbilancio a dire che questa non è una mia opinione, ma un dato di fatto. Per quanto giovane Marco doveva essere presumibilmente dotato di un acume e un carisma del tutto maggiori di quelli dello zio e del suo vecchio padre, se è vero che al termine del suo viaggio fu solo lui ammesso a godere delle simpatie e degli onori dell’imperatore della Cina, il quale addirittura lo nomino’ ambasciatore di una delle sue più ricche province.
Quasi 800 anni dopo il viaggio da lui compiuto presenta difficoltà sicuramente minori ma per certi versi assimilabili. Quel che mi sono messo in testa di fare più che un viaggio appare come una sorta di videogioco a livelli crescenti di difficoltà: si parte da montagne e pianure conosciute da lasciarsi alle spalle per attraversare frontiere insanguinate e confini liquidi che nessuno Sa dove collocare, castelli maledetti e campi Rom per correre verso ghiacciai eterni e steppe riarse dal Sole e da disastri perpetrati dalla mano umana. Forse e’ un po troppo arduo il tutto ma comincio a buttare le mani, poi vafammok. Idealmente il viaggio e’ cominciato già a Capri il giorno di Ferragosto, trascorso in modo insolito e bellissimo quando mi sono improvvisato sherpa di una eterogenea comitiva di amici in marcia verso le ardue piscine naturali di Orrico, per poi proseguire con una non stop notturna nei night club isolani fino alla partenza del primo aliscafo. Su questo natante becco seduto a fianco il buttafuori che manco due ore prima, dopo avermi a lungo scrutato, mi aveva ritenuto degno di varcare la soglia della quale era posto a presidio e che ora, nel vedermi in una mise del tutto diversa con zainone e sacco a pelo, mi scruta con rinnovata perplessità e chiedendosi forse come il suo sesto senso nel distinguere il grano da loglio abbia potuto essere così fallace e l’abbia risolto a far entrare quello che ai suoi occhi appare un disperato. Ma queste proprio sono le minchiate che dominano le estati capresi dalle quali scappo e dietro alle quali davvero non riesco a spiegarmi perché mai noi isolani dobbiamo infognarci. Una combinazione di treni, condita da incontri non proprio usuali tipo quel tipo con la barba che non mi stacca per un secondo i suoi occhi di dosso, mi conduce a Venezia, obbligata casa di partenza in un viaggio- tributo a Marco Polo. Venezia e’ nella sua bellezza quasi uno scherzo della Storia, con tutta quel l’acqua che ci ricorda il ventre materno e le vestigia di una passato da regina. Per secoli una sola città tenne da sola testa sui mari allo sconfinato Impero Ottomano, e ciò appare spiegabile solo in ragione di una potenza economica enorme: al soldo della Serenissima combattevano sulle sue galee marinai assoldati ovunque in Italia, ivi compresi moltissimi napoletani storicamente poveri. Su una nave da guerra veneziana si trovava da anziano ormai anche Marco, quando in un battaglia proprio la sua vicina isola natia Curzola in Croazia ( allora possedimento veneziano) fu catturato dai nemici e rinchiuso in un carcere. Qui narrerà al suo compagno di cella la storia della sua incredibile vita e dei suoi viaggi raccolte nel Milione. E’ da supporre, e la circostanza me lo rende molto più simpatico e umano, che Marco non fosse poi un mercante particolarmente abile, particolarmente bravo ad arricchire se stesso intendo. Oppure fors era uno che non amava baciare il culo ai politici locali: perché mai un uomo stato da giovane così potente e influente al punto da essere l’ambasciatore della Cina si ritrova in piena vecchiaia a combattere come soldato semplice su una unità navale minore?
La Venezia di oggi e’ a suo modo ancora un po una repubblica autonoma, con due casino concessi dal governo solo qui su 4 complessivamente ammessi sul suolo nazionale e prezzi folli anche per mezzi pubblici. Per certi versi somiglia anche un po ad un luna Park con queste torme di turisti grassi e bisunti che mangiano e cacano ovunque come piccioni, una masnada di gente che una città fatta di palazzi cinquecenteschi immersi nell’acqua palesemente non può reggere anche in termini di servizi. File di 40 minuti davanti ai cessi pubblici e pazzeschi votta-votta sui ponti tra gente che introppica dentro altri fessi che si fanno selfie a manetta: sul ponte di Rialto alcuni tedeschi ubriachi cadono o forse si menano a fini di rattusiamento addosso ad una tipa che si sta fotografando facendole cadere la preziosa cam a mare, le urla si sono sentite fino a Udine. Dico Udine anche perché è’ il posto ove mi reco in serata per raggiungere amici con i quali l’indomani siamo diretti oltre confine, a Caporetto in Slovenia nella splendida valle dell’Isonzo a fare rafting. In pratica ho percorso tutta l’Italia o quasi in treno ma non sarà manco il 2% di tutta la strada che devo fare ma forza! Oltre a Marco, ho trovato i racconti di altra gente che nel tempo si è incamminata verso la mitica Samarcanda,qualcuno ci è arrivato qualcuno ci ha appizzato le penne. A tal proposito ho beccato questo bel componimento di James Elroy Flecker, dedicato ai viaggiatori partiti per Samarcanda e che ho già elevato a mio Kharma, da ripetermi nei momenti difficili o quando penserò di non farcela. Recita così:
“We travel not for trafficking alone;
By hotter winds our fiery hearts are fanned:
For lust of knowing what should not to be know
We take the Golden Road to Samarkand”
Con l’inglese non sono proprio un drago ma me la cavicchio: ” noi non viaggiamo solo per commerciare;
da venti più caldi i nostri cuori ruggenti sono sospinti:
Per la bramosia di conoscere ciò non dovrebbe essere conosciuto,
Percorriamo la Strada Dorata per Samarcanda”
Forza!

Il Milione- Prologo

PROLOGO
Dunque dunque alla fine ci sono: oggi e’ il giorno zero, quello che precede la partenza per il mio viaggio! Più che di un viaggio stesso, si tratta di una sorta di Leviatano, un mostro biblico partorito dalla mia fantasia un po morbosa e che ora, per quanto abbia provato a ricacciarlo dentro e a rimandarlo, esce fuori divorandomi a mia volta. Se volete sapere di che si tratta mettetevi pure comodi che il fatto qua e’ lungo.
Dunque partirò domani all’alba alla volta di Venezia, casella obbligata di partenza e vi spiego dopo il perché. Da li volgerò verso la frontiera slovena, dove raggiungerò le alture di Kobarid, che in italiano si chiama Caporetto, luogo ove si consumò la famosa disfatta delle esercito italiano e che aspetto di visitare da tempo, anche perche’ pare sia il top per il rafting e il canjoning. Lungo uno spettacolare camminamento asburgico risalirò poi lungo il monte del Tricorno fino ad arrivare ad un bellissimo lago nel cui mezzo sorge un isola con un castello al centro, Bled. Sarò ormai ad un tiro di schioppo dalla vivace e cosmopolita capitale Lubiana e da li poi verso l’antica capitale croata Varadzin, coi suoi splendidi edifici barocchi. La frontiera ungherese sarà ormai prossima e si aprirà alla vista il “mare d’Ungheria”, il lago Balaton dove pare che ci sia parecchia movida tant’è che un posto detto Siofok e’ definito la Ibiza del Balaton. Ovviamente non potrò poi mancare Budapest, che costituirà un primo bivio del viaggio. Da qui infatti sono indeciso su tre strade in direzione est: quella che taglia a sud marciando verso la Romania con la bella città di Oradea in art noveau, la sperduta regione del Matamures coi suoi cimiteri allegri e il lago degli assassini per via del suo colore rosso sangue, oppure tagliare direttamente a est attraverso la puzsta, la steppa ungherese dove bravissimi cavalieri corrono contemporaneamente su cinque cavalli. Ma credo che opterò per la rotta a nord, che contempla una sosta nella regione vinicola del Tocai, ove fanno pure un raro vino detto Sangue delle Belle Donne; da li dovrei raggiungere le grotte di Aggtelek e attraversare qui l’unica frontiera al mondo che si percorre sottoterra per sbucare poi appunto in Slovacchia, paese da cui mi aspetto molto. Da questa regione di grotte unica al mondo mi sposterò poi verso un luogo di montagne alte e aguzze come la cresta di Marek Hamsik, detta il Paradiso slovacco appunto, e visiterò la cittadina tutta in legno di Levoca. Qui dovrebbe cominciare la parte centrale del viaggio, quella in cui mi piace ammollarmi a cose dove non ci appizzo una mazza, tipo come l’anno scorso quando mi ammollai in Bulgaria nella setta dei Bogomiti. Ecco, qui ora ci sarebbe sto castello dove si tiene sto festival degli Spiriti e del Terrore, che in verità si svolge a maggio. Maghi e streghe sono tuttavia ammessi ed ospitati tutto l’anno gratis nelle stanze e nelle segrete del castello: ho già provveduto ad inviare un mio curriculum falsificandolo e liberamente ispirandolo, per così dire, a quello di un noto cartomante di un emittente napoletana, mi hanno risposto che la mia richiesta e’ in fase di elaborazione……non anticipo niente ma diciamo che credo sia il sogno di molti poter raccontare un giorno ai nipoti di essersi ammollato in un castello in Slovacchia spacciandosi per Gennaro D’Auria…..Da li dovrei attraversare una frontiera non proprio semplice, quella con l’Ucraina, perché avrei un altro appuntamento imperdibile: giusto oltre frontiera, in un posto detto Mukachevo, sorge uno dei più grandi campi Rom del mondo, tanto da ospitare in estate il Re degli Zingari. Confesso solo ora che per mesi ho tampinato i membri della comunità Sinti al porto e alla stazione per chiedere udienza al loro Re e alla fine, dopo diverse mandate a fanculo ( credo di essere l’unico o quasi in tutto l’Occidente a essere lui che va a rompere i coglioni agli zingari e non viceversa), mi è stato fornito un contatto e ho avuto una risposta che penso già di incorniciare: beh incontrare il Re giustamente e’ stato ritenuto troppo pretenzioso e inopportuno, vi è tuttavia un suo ministro, tale Ministro della Sincerità ( qualcosa di paragonabile al nostro dicastero della Giustizia credo) che mi ha accordato un’udienza. Da qui attraverserò poi la selvaggia regione dei Carpazi abitata dalla minoranza degli Hutsul per sbucare poi poi in Moldova e da qui raggiungere questa strana e sconosciuta repubblica separatista, la Transnistria. Si tratta di una repubblica filo russa la cui secessione ha costituito il precedente giuridico e storico della Crimea e delle vicende odierne in corso, qui in più hanno la peculiarità di essere russi nel senso di essere nostalgici del comunismo e la capitale di sto posto, Tiraspol e’ ancora tutta adornata di statue di Lenin e Stalin, l’ultimo posto al mondo forse dove sono tutt’ora venerati. Dovrei poi, il condizionale e’ d’obbligo visto che da quelle parti e’ un attimo un attimo in corso una guerra, rientrare in Ucraina e raggiungere Odessa, la città della corazzata Potemkin scimmiottata anche nel film di Fantozzi. Da quel porto dovrei salpare alla volta della Georgia, dall’altra parte del Mar nero, per sbarcare dalle parti del fiume Rioni dove sbarcarono anche gli Argonauti ma questa e’ storia passata dell anno scorso : ora il protagonista del mio viaggio chiamava ai suoi tempi questa regione Zorzania e si tratterà di risalire fino alla città natia di Stalin, che si chiama come l’acquedotto Gori. Da qui devo rintracciare un tizio conosciuto l’anno scorso, una guida di montagna che giura che in 5 giorni e’ in grado di portare una persona in buona salute a scalare una montagna tra le più alte d’Europa, il Kazbegi, coi suoi 5.100 metri, sulla cui sommità sorge una grotta ove si crede che sia stato incatenato Prometeo venuto a rubare il Fuoco. E il fuoco sarà l’elemento infatti dominante del paese che si aprirà oltre questa montagna, la Terra del Fuoco, ovvero l’Azerbajan, dove tra Caravanserragli e campi di papavero scenderò giù verso i vulcani che eruttano fango del Gobustan e la scintillante capitale Baku. Da qui mi aspetta un’impresa tra le più affascinanti che conosca: esiste questa nave cargo che percorre il mare che si apre di fronte Baku, il Mar Caspio. Parte ad orari non regolari e quando è piena, solca questo mare strano e lattiginoso che il mio predecessore chiamo “il Mar di Accatu'” alla volta di uno dei posti più strani del pianeta, il Turkmenistan. E’ uno dei posti meno visitati del pianeta, occupato per gran parte del territorio dal terribile deserto del Karakorum, ove il mio predecessore si perse per 40 giorni prima di cambiare rotta. Ultimo rifugio della peste bubbonica, il Turkmenistan e’ governato da un dittatore psicopatici definitosi l’ultimo satrapo persiano e che ha ribattezzato tutte le città coi nomi dei suoi cari. La capitale appunto intitolata alla madre e’ una allucinante Las Vegas che sorge nel bel mezzo del nulla e quasi disabitata. Per mesi ho provato a rintracciare sui forum dei viaggiatori gente reduce dal Turkmenistan, alla fine ho trovato solo un tizio di Belluno che anni fa aveva provato ad aprire una coltura di bachi da seta, investimento andato a male. Mi ha lapidariamente risposto che nessuna persona sana di mente visiterebbe mai il Turkmenistan e che lui non vuole neanche più nominarlo. Tra l’altro ci sono enormi problemi di visto giacché devo indicare prima i giorni di entrata e di uscita, i luoghi precisi e mi sono concesse non più di 72 ore . In questo lasso di tempo dovrò recarmi in questo luogo che costituisce l’epicentro ideale del viaggio, la bocca di Lucifero intorno alla quale ho cominciato poi a fantasticare disegnando l’itinerario: si tratta di un cratere posto nel bel mezzo del deserto detto Darwazaa. Erutta gas e un giorno per sbaglio dell uomo ha cominciato a bruciare e non è stato più possibile spegnerlo. Viene chiamato dai locali the Gâte of Hell, la Porta dell’ Inferno. Da questo posto mostruoso dovrò raggiungere alla spicciolata una località dove sono ancora visibile nella sabbia i resto del l’accampamento di Alessandro Magno, detta Konye Urgench. La non lontana frontiera mi farà entrare in quello che è l’antico e magico regno di Corasmia, che oggi prende il nome di repubblica del Karapalkastan ed e’ uno dei posti più sfigati della terra: qui sorgeva il lago più grande del mondo tanto da sembrare un mare, il lago d’Aral, estremamente pescoso e ricco. Ma i dominatori sovietico di allora pensarono bene di deviare il corso dei fiumi suoi affluenti, cosicché il lago si prosciugo’ completamente lasciando la gente di questi luoghi senza cibo ne acqua. E’ considerato il più grande disastro ecologico mai perpetrato, ove sorgeva il lago esiste ora un deserto tossico su cui sono adagiati centinaia di navi arrugginite . Sogno da anni di trovarmi in questo deserto pieno di irreali navi arrugginite. Da questo luogo desolato scenderò verso l’uzbekistan con le sue steppe , e incontrerò le bellissime Boukhara e Khiva, delle cui vestigia rimase affascinato anche Gengis Khan, e poi le oasi di Nuratau dove pastori nomadi insegnano la millenaria tecnica di caccia con l’aquila . Poi, oltre la cd Steppa della Fame, vedrò apparire le bianche e azzurre cupole e i dorati minareti della Bianca Regina, città simbolo eterno di bellezza e meta finale del mio viaggio, Samarcanda.
Montagne,deserti, mari sconosciuti e mari scomparsi, non manca nulla. Vediamo quanta della mia fantasia riesco a mettermi sotto i miei sandali. Ma quanti chilometri devo percorrere qui, un milione? Beh così tanti forse no, però il Milione e’ il nome del libro dove in un carcere un certo Rustichello da Pisa raccolse le memorie e le peripezie di colui che circa 800 anni fa percorse questo stesso viaggio, un uomo partito da Venezia e noto ai posteri col nome di Marco Polo. Vai!

Il continente perduto: Azzorre, l’ultima Atlantide


Immaginiamola così: pensate di ricevere in omaggio dai Mastri Fabbri della Terra della lava fresca in regalo e immaginate di poterla modellare come il Das con cui giocavamo da bambini. Allora, un pezzo lo scolpite come un’isola tropicale, caraibica; un’altro pezzo invece lo modellate come un’isola delle Ebridi scozzesi o le Shetland, avvolte tra nebbie perenni e pioggia, e ce lo attaccate vicino. Sopra ci mettete omini che sono navigatori in cerca di nuovi mondi da esplorare, balenieri in stile Moby Dick, coloni quaccheri fiamminghi in cerca di terre in cui pascere le mandrie, cercatori d’oro squattrinati irlandesi, predicatori ortodossi, esuli,telegrafisti, marinai e velisti giramondo. Un collage di tutte queste cose opposte e sincretiche sono le Azzorre, un ossimoro geografico investito dalla calda Corrente del Golfo che alla prima sua “fermata” recapita qui orchidee e palme da cocco (e pensate che sono coltivate le banane e d e’ l’unico posto in Europa dove si produce il the; ma poi sta la componente fredda, con brume, boschi di conifere e pascoli che pare la Svizzera. Vi è pure una minoranza etnica fiamminga, gentef sbarcata qui un tempo qui al seguito di un tizio che li convinse della presenza di immensi giacimenti di oro sulle isole. L’oro non fu mai trovato e il tipo fu passato per le armi, ma gli altri dovettero reinventarsi allevatori e ancora oggi producono un burro famoso nel mondo; a discapito delle loro origini ammutinate, prendono l’elegante nome di “gentlemen farmers” e abitano in un villaggio chiamato Flamengo (che in spagnolo vuol dire appunto fiammingo): in effetti nei loro tratti mi e’ sembrato di scorgere i volti corrucciati e deformi dei dipinti di Brueghel il Vecchio o dei “Mangiatori di patate ” di Van Gogh. E sopra tutto stanno i vulcani, e adire il vero anche sotto, giacché anche in tempi recentissimi sono emersi schegge di isole di lava simili a schiene di balene, per secoli la principale risorsa dell’isola. Alle Azzorre, in questa così composita civiltà ,vige più che altrove, la percezione talvolta drammatica che a decidere cosa donare e cosa togliere agli uomini sia solo la Natura

Il continente perduto – Azzorre, atterraggi per cuori intrepidi

Giorno 3
Le Azzorre. Alla fine di questa avventura di sicuro saprò dirvi molte cose magnifiche sulle Azzorre e sapere a chi consigliarle e per quale motivo. Per ora invece posso senz’altro dire a chi sconsigliare tassativamente: a chi ha paura dell’aereo. Intendo dire non solo a quelli fobici che hanno paura a prescindere ma anche a chi non si sente vagamente a suo agio su un aeroplano. Ne ho presi di aerei scrausi e trabiccoli tra Nepal, Africa, Cambogia , Ecuador e altro. Proprio in Cambogia mi capito’ una volta di viaggiare con dei polli a bordo, mentre in Nepal atterrai su una pista che finiva su un pendio in salita per far rallentare il veicolo, stile Willy il Coyote.Ma una roba come quella vissuta per atterrare qua, no non l’avevo ancora vista. Diciamo che tra la posizione geografica al centro dell’Atlantico, l’immancabile vento, le nebbie improvvise e pure le eruzioni vulcaniche, ste mezze striscie di bitume squagliato a terra a fungere da piste di atterraggio non verranno mai annoverate tra le più sicure al mondo; se poi va pure storto qualcosa, si mette male proprio. Il piano di volo in pratica contempla basicamente, per via dei salti di vento, una picchiata degna di uno Stuka della Luftwaffe durante la battaglia delle Ardenne, o forse il paragone più calzante e’ quello con gli Zero giapponesi sopra Pearl Harbour, dal momento che le Azzorre possono essere un po considerate le Hawaii dell’Atlantico. Segue una botta sulla pista che pare il tuffo a panzata di un ubriaco e una roba alla Chuck Norris con l’aereo che si intraversa sulla pista dove avanza di sguenzo, al fine di rallentare. Alla fine del parto, il capitano saluta uno a uno la platea terrorizzata con l’espressione di chi dice “hai visto come sono bucchinaro?” Ma all’anema i chi te suon’ e campane !!!!!!
Detto questo e baciato terra, si apre un mondo a se stante e che pare aver rubato un pezzo ad ogni continente: palme e orchidee tropicali in mezzo a conifere nord-europee, prati verdissimi che non rispettano le stagioni. Mentre attraversiamo un vasto altopiano che separa l’aeroporto dalla città, si alza dal mare una coltre di nebbia che la Padania a confronto pare un bel luogo per ammirare le stelle, vacche e pappagalli ai lati delle strade . E poi arriva la città, anzi la cittadella , dal nome già incantato, Angra de Heroismo, ma non c’entrano le spacconate del pilota: fu la prima capitale delle Azzorre al tempo della scoperta, nel 1470, ed è ferma nel tempo ad un Rinascimento architettonico mirabile. In fondo ad un’insenatura caraibica sta una cittadella che è un dedalo di viuzze acciottolate, chiese e case colorate, patrimonio UNESCO, un gioiello fuori dal tempo in cui prendo a girare come rapito fino all’alba. Ad un tale splendore umanista degli edifici non fa però da contraltare un grosso umanesimo degli abitanti, belli ruspantelli: ne becco un torma di giovinastri intenta a celebrare un addio al celibato e con loro faccio alba. Tutti dei gran simpaticoni tranne il nubendo a cui capisco subito di stare sul cazzo e che sta iper- nervoso. Ma quando la mattina avviene l’incontro con la futura Moglie Sofia e le amiche che festeggiano la medesima ricorrenza, appare tutto sommato comprensibile il nervosismo di lui.
Mi resterà sempre nel cuore Angra do Heroismo con le sue chiese cinquecentesche avvolte in una perenne nebbia in fondo ad una baia tropicale, un coacervo di componenti insolite come nelle ricette di uno chef stellato, ma senza quella presunzione che solitamente accompagna questi ultimi

Il continente perduto – Risalendo il magico Douro

Giorno 2
Il portoghese e’ una lingua bellissima, fortemente musicale e con una scelta lessicale che definirei creativa, già anche solo con questo singolare modo di dire grazie, “obrigado”. Talvolta ha un suono e una cadenza che ricordano un po proprio il napoletano, ma questa e’ una scoperta, un po triste direi che feci già una quindicina di anni fa, allorquando col mio amico Sergino per via di un misunderstanding fummo allontanati con veemenza dal bellissimo acquario di Lisbona, l’Oceanarium. A dirla tutta misunderstanding e’ l’impreciso neologismo inidoneo a identificare la ricca figura di merda che apparammo nel mentre che una gentilissima e preparatissima hostess mi illustrava le meraviglie dell’oceanarium e le migliori modalità di visita, e Sergino in napoletano appunto continuava a suggerirmi di fuggire alla svelta perché,a sua modesta opinione, la forte puzza di sterco che distintamente si odorava non sarebbe stata dovuta alla vicina vasca dei pinguini bensì alla scarsa igiene della maleodorante vagina della suddetta hostess……eravamo giovani e smidollati.
Oggi a Oporto una bruma umida risalita dall’oceano ha portato la pioggia, così decido di risalire in treno il corso del Douro e visitare le dolci colline ove si produce l’ancora più dolce vino Porto. Sono sempre stato appassionato di treni e trenini, questo e’ uno dei più belli mai presi. Risale lentamente senza mai allontanarvisi il corso del Douro, che dapprima è’ di una tinta verdino, poi più a monte cangia in un verde bottiglia più scuro. Non cambiano invece mai le dolci colline, tutte intagliate ad appezzamenti di vite, ed è così da duemila anni: il Porto e’ uno dei vitigni più antichi ad essere coltivato. Risalgo il fiume fino alla capitale di questa antica coltura, tale cittadina chiamata Pinhao, che a conferma della vetusta’ dei suoi vigneti, annovera anche resti romani. Vicino ad un bel ponte romano in pietra appunto mangio deliziosamente in una casa-ristorante, mentre poco lontano le imbarcazioni simili a gondole privilegiano il trasporto fluviale per portare a valle le botti. Un’attrattiva del posto sono le degustazioni di vino nelle cantine produttrici, che qui chiamano “quinte”. In una di queste nientedimeno cosa vado a beccare come ulteriore attrattiva??? La caccia al tesoro!!!!! Ne organizzano ogni giorno una, piuttosto semplice in verità e più simile a quella roba dei pokemon, solo che qui invece di quei mamozzi stronzi bisogna localizzare le casse di Porto tra i vigneti. Quel giorno vince un gruppo di tedeschi armati di computer e sistemi di geocatching sofisticatissimi, e che fanno durare la cassa di Porto vinta il tempo di una doccia o un bidet, entrambe cose che non fanno da molto tempo attesa la puzza di suramma che pare manco il concerto del primo maggio.
Oh comunque, vino & caccia al tesoro, ora me vengo qua a vivere

Il continente perduto – Sostiene Pereira

Giorno 1


“Sostiene Pereira che da principio si mise a leggere distrattamente l’articolo, che non aveva titolo, poi macchinalmente torno’ indietro e ne ricopio’ un pezzo. Perché lo fece? Questo Pereira non è in grado di dirlo. Forse perché quella rivista di avanguardia cattolica gli dava fastidio, forse perché quel giorno era stufe di avanguardie e di cattolicismi, o forse perché in quel momento, in quella estate sfavillante su Lisbona, con tutta quella mole che gli pesava addosso detestava l’idea della resurrezione della carne” (cit. “Sostiene Pereira”, Antonio Tabucchi)
Il Portogallo lo conosco un po per esserci già stato, una quindicina di anni da, ma la gran parte delle cose che su esso so o immagino (ma l’immaginario è’ a mio avviso una forma di conoscenza) e’ per via di romanzi letti e ivi ambientati. Mi viene in mente Saramago, che di questi posti e’ natio, ma soprattutto è’ un grande scrittore italiano ad avermi fatto conoscete e sognare tante volte questa terra : Antonio Tabucchi. La lettura dei suoi romanzi mi rimanda con la mente ad un tempo ormai passato (ma il Portogallo rimanda sempre ad un tempo passato), quello in cui studiavo all’università e il Portogallo di cui parlava Tabucchi costituiva una enorme evasione ad altri libri scritti da un suo quasi omonimo ma con una R in più, tale Trabucchi autore di certi mattoni di volumi sul diritto civile di un’amenità paragonabile ad una messa celebrata in sanscrito. Sarà forse allora che è nata la mia passione per i giochi di parole Tabucchi- Trabucchi, come dire “Medina” e pensi ad una bella cittadella araba, poi aggiungi una R ed esce…
Vabbe, cmq sempre a proposito di cose che mi piacciono più o meno, nella seconda categoria ci metto sicuramente gli aeroporti. Non li amo perché sono la sintesi opposta di ciò che amo fare quando viaggio: richiedono organizzazione preventiva, orari tassativi, necessità di doversi anticipare e tempi morti. Così, quando ci devo per forza di cose passare, maturo un atteggiamento da scolaretto discolo che si mette di proposito a disturbare la prof. A sto giro mi sono prodotto in un pezzo niente male: il volo era al mattino presto, così ero dovuto essere li nel bel mezzo della notte. Fatto accomodare, attraverso una serie di dritte e cortesie, nella comoda sala di attesa riservata alla prima classe e dotata di morbidi triclini post-moderni, mi sono subito sbivaccato a 4 di bastoni e ho preso a ronfare forte ma tanto forte da svuotare la sala, piena quando sono entrato e vuota al mattino, quando sono stato svegliato,a pochi minuti dalla partenza per fortuna, dai rudi commenti in romano strettissimo di un addetto alle pulizie, unico coraggioso rimasto ad affrontare il ciclone, il quale si chiedeva se avessero spostato il motore dell’aereo in quella sala o fosse la Fiat Panda ingolfata di suo suocero.
E poi il Portogallo, dove tutto rimanda al passato o per lo meno ad un tempo diverso. Il segno tangibile di questa sua alterita’ temporale si intuisce già dal fatto che e’ l’unica nazione dell’Europa continentale ad aver adottato un fuso orario a se. Ho scelto di partire da Oporto, città che desidero vedere da tempo eppoi il nome si presta ad essere punto iniziale di una “spedizione” oceanica. La città non tradisce le attese, struggentemente romantica come un gentiluomo d’altri tempi. Tutto è’ ammantato di un fascino retro’ ma che non definirei nostalgico: ai portoghesi piace il presente, ma il loro presente fatto di caffè rilassati e conversazioni. La città e’ tutta proiettata sul lungofiume della Ribeira; i lunghissimi viali ripidi in stile “San Francisco”,dopo serpentine tra chiese e monumenti, sbucano sempre tutti li sul fiume. Andrebbero percorsi sempre con scarpe comode, circostanza che dimentico troppo presto. Ma in fondo ad uno di questi carrugi, a tarda notte, ho il sentire che vi sia ancora aperto uno scalcinato bistro’ ,di quelli che impanano le francesinhe, con le sedie di legno e la tappezzeria ingiallita. Ne parlava Tabucchi di posti del genere e infatti gira e rigira la trovo proprio come e dove me la aspettavo. D’altra parte e’ forse vero che la filosofia sembra si occupi della verità, ma forse dice solo fantasie, e la letteratura sembra che si occupi di fantasia, forse dice la verità. Ma questa non è una mia idea: e’ appunto ciò che sostiene Pereira.

Il continente perduto- prologo

Prologo


Avevo passato molto tempo a pianificare un viaggio dall’idea ispiratrice estremamente ambiziosa e affascinante, forse anche troppo: si sarebbe trattato di partire alla volta della Macedonia, dalle parti di Salonicco identificata come casella di partenza di un folle Monopoly. La corsa sarebbe dovuta poi proseguire nella vicina repubblica del Monte Athos, il vaticano della religione ortodossa dove non sono ammesse le donne, poi l’isola di Samotracia da cui viene la Nike esposta al Louvre e poi il confine sullo Strimone dove combattevano i peltasti, per addivenire poi a Costantinopoli. E poi Mileto e Sardi che resistettero vanamente per essere poi punite; Gordio ove stava il nodo inestricabile che lui recise col ferro. Eppoi Isso e Gaugamela dove a centinaia di migliaia i fanti e gli arcieri di Persia furono travolti dalle sue falangi. E quindi Susa e il deserto fino alla tana del fiero rivale Dario, la lussuriosa Persepolis da distruggere e cospargere di sale affinché qui non cresca mai più il fiore di una civiltà nemica. Poi magari, con le forze residue attraversare il Caspio verso gli ozi di Samarcanda e Merv e risalire fino alle Montagne Celesti, da cui si vede in lontananza l’India. Insomma avevo progettato di ripercorrere il cammino di Alessandro Magno. Tutto studiato nel dettaglio, su mappe e toponomastica dell’epoca. C’era solo un piccolo problema: il tempo moderno. Nella geopolitica attuale i posti in questione si chiamano Turchia, Iran, Turkmenistan, Kyrghizistan etc. Diciamo che fra ste teste di cazzo di terroristi, dittatori in ascesa, pseudo-golpi falliti e sospensioni dei diritti civili, non tirava proprio una bella aria e il clima era ancora peggiore che ai tempo delle guerre di Alessandro Magno. Inoltre, due belle sfogliatelle recapitatemi a inizio estate dal duo hard Cassa forense& Equitalia hanno spento gli entusiasmi residui.
Ad ogni modo, su con la vita, non me me sto certo a “godermi” l’Agosto nostrano con spiagge che brulicano come termitai e con la consueta profondità lacerante di pseudo-drammi umani di chiattilli rimbalzati sulle porte dei locali, un mondo intero di convenzioni che si incenerisce sui bicipiti di un buttafuori.
Insomma se a Est non si può andare, si può sempre andare a Ovest. Ma se Occidente deve essere, voglio che lo sia fino alle sue conseguenze estreme,intese da un punto di vista geografico: me ne vado nell’ultimo spicchio di terra che possa essere considerato Europa, migliaia di km oltre le Colonne d’Ercole, nel bel mezzo dell’Atlantico ove sta un arcipelago di scogli anneriti e lembi di lava vulcanica miracolosamente emersi dagli abissi oceanici, le Azzorre. Furono scoperte poco prima dell’America e lo stesso Cristoforo Colombo vi fece scalo sulla via del ritorno ma pare che fu accolto malissimo.
Pare che la natura laggiù sia bellissima e incontaminata tra vulcani, orchidee e balene. Abbinerò il viaggio ad una visita del Portogallo, paese che si lascia amare, tra città medievali e vigne di vino Porto nel nord, prima di volare in mezzo all’Oceano. Le isole sono nove, alcune sprovviste di aeroporto, come il minuscolo isolotto di Corvo, limite estremo dell’Europa da cui dista quasi quanto dalle coste americane, identificato come meta finale del viaggio.
Ma c’è un altro motivo, assolutamente irrinunciabile, che mi spinge fin qui: e’ quella storia di cui parla Platone nei suoi Dialoghi;anzi, di cui ha cominciato a parlare Platone , perché poi lo hanno seguito in tanti fino ai giorni nostri. La storia e’ quella che narra di quel popolo di costruttori di piramidi venuto da una terra lontanissima posta oltre le Colonne d’Ercole. Una terra poi scomparsa, come sprofondata portando con se a fondo la florida Civilta’ che la abitava, tanto tempo prima degli Egiziani e dei Sumeri.
Si, perché, nella ridda di ipotesi e attribuzioni varie, la tesi meglio accreditata e’ quella che identifica proprio nelle Azzorre la mitica terra di Atlantide, il Continente Perduto.

Due loti sottozero – cap. 3 : i miei 5 consigli per visitare l’Islanda

1) IL FREDDO E’ UN PROBLEMA SOPRAVVALUTATO: varcherete l’uscita dell’aeroporto con lo spirito di chi sta uscendo da un modulo aerospaziale su un pianeta dalle proibitive condizioni per la razza umana, tipo “Interstellar” al cinema. Farete ritorno a quello stesso luogo vestiti come in una normale giornata invernale italiana. In realtà la regione costiera (quasi la sola abitata), mitigata dalla corrente del golfo e in generale dal mare, non ha mai temperature di molto sotto lo zero. Non siamo ovviamente in costiera amalfitana ma, per capirci, l’Europa centrale ha temperature più basse d’inverno: a Praga o Cracovia, dove il mare non c’è, fa più freddo.
2) NOLEGGIATE UN’AUTO: è il modo di gran lunga migliore e pressoché l’unico per apprezzare a pieno la natura incredibile di questo paese, che si dipana ad ogni km, ogni metro in un coacervo di vulcani, lava, spiagge, ghiacciai, cascate, getti d’acqua e tempeste, come se qualche gigante della mitologia norrena dall’alto si divertisse di continuo a mescolare in un pentolone tutti insieme gli elementi della Madre Natura.
3) SCEGLIETE LA VOSTRA CASCATA: nel guazzabuglio di elementi naturali di cui sopra, la parte principale la gioca l’acqua, che qui sgorga dal terreno ovunque, talvolta con violenza,per poi accucciarsi in alvei di fiumi prima placidi e poi impetuosi, costretti a continui salti tra le balze infernali create dalla lava nella sua corsa verso il mare. Conterete talmente tante cascate che potrete scegliere la vostra, quella più intimamente vicina al vostro spirito.
4) EVITATE DI FARE TROPPO GLI SPLENDIDI APPRESSO ALLE FEMMINE: la considerazione non nasce certo da motivi di pericolosità sociale o da ostacoli di natura culturale, anzi il clima è super easy e open mind mille volte più che alle nostre bigotte latitudini. Il consiglio nasce da una semplice analisi economica: a meno che di cognome non fate Agnelli, Rotschild o Zuckenberg, avventurarsi a fare i chiachielli con robe tipo: “Ragazze, ordinate quello che volete da bere” fa sanguinare tanto ma tanto il portafogli. Fidatevi
5)NON PRENOTATE UN CAZZO IN ANTICIPO: ma questo lo ripeterò sempre dovunque andiate.

Napoli violenta – part. 3 : un bilinguismo difficile

Trovo che se Eugene Ionesco stamattina fosse entrato nello stesso bar di via dei Mille dove ha fatto colazione il sottoscritto, la drammaturgia mondiale si sarebbe arricchita di una nuova pietra miliare dell’Arte dell’incomunicabilità: l’intero personale di un bar, dal cameriere alla cassiera al gestore, ai agita visibilmente contrariato perchè nessuno riesce a capire cosa diavolo mai voglia ordinare una coppia di origine asiatica seduta ad un tavolino, che parla “un’altra lingua”. I camerieri indispettiti e increduli ne riferiscono al gestore che appare il piu’ insofferente di tutti e che, con aria da buon padre di famiglia, rassicura i dipendenti sgomenti di non preoccuparsi più di tanto, perchè, inalberatosi con aria cattedratica, “qua stiamo in Italia e si deve parlare italiano!!”, buscando il plauso e i cenni di approvazione di una claquè compiacente di clienti, qualcuno dei quali a conforto della sua tesi è pronto a giurare, addirittura sulla vita della sua prole, di essere stato vittima all’estero di terribili angherie di altri camerieri in bar locali che dileggiavano la sua grossolana pronuncia italiana…Forse perchè mosso dal mio buonismo alla Cristina D’avena, forse per rompere l’impasse, mi offro volontario per provare a dirimere la spinosa questione e svelare l’arcano, in cuor mio in verità piuttosto scettico di poter fornire un concreto contributo, giacchè la lingua parlata dalla coppia di sicuro avrebbe esulato dalle mie conoscenze. Giunto a un di presso del tavolino e invitato i due a proferir parola, apprendo con un certo disappunto che l’incomprensibile “altra lingua” che aveva reso sgomento tutto il personale del bar e scatenato discussioni sullo scarso peso dell’Italia e degli italiani nello scacchiere geo-politico mondiale, non era qualche sotto-idioma hurdu delle valli dello Hindokush pakistano o uno dei 10.000 dialetti quechua delle popolazioni precolombiane dell’Amazzonia, ma trattavasi in realtà di un banalissimo inglese, lingua nella quale i due non stavano declamando un sonetto di Shakespeare o un testo arcaico ma facendo una banalissima ordinazione..oddio proprio banalissima no. “Bacon and eggs..o forse “scrambled egg”- ripetuto con insofferenza con un accento di provincia che cominciava ad insospettirmi e del tutto increduli che questa pietanza fosse irreperibile sulla piazza napoletana…Sempre in uno dei miei slanci di buonismo alla Paolo Limiti mi accingevo quasi a suggerire ai fratelli europei della terra d’Albione qualche tipica pietanza napoletana, una sfogliatella, un babbà, che avrebbe fatto di sicuro spegnere la nostalgia delle britanniche uova strapazzate….quando comincio a notare degli strani monili azzurri, di uno strano azzurro, e quotidiani sportivi inglesi con inequivocabili foto di beniamini locali, tipo quell’italiano di colore emigrato all’estero non certo per la cosiddetta fuga di cervelli (parte anatomica fuggita sì, ma dal suo corpo)….di colpo mi si eclissa tutto il buonismo alla Mariotto Segni, di colpo quel che mi erano sembrati due malcapitati viaggiatori vittime del provincialismo e dell’arretratezza culturale del Meridione mi si trasformano in due odiosi e saccenti plutocrati che nel tempo libero se ne vanno girando per l’Europa per sostenere una finta squadra di calcio creata dal nulla a suon di miliardi di sterline da uno sceicco che non sapeva che cazzo fare nella vita, e sbraitano e irridono poveri camerieri pagati in nero perchè non trovano le loro uova strapazzate buone come nel loro merdoso bistrò sotto casa a Manchester?!?!? Con un movimento lento della testa e sguardo che avrebbe voluto essere ispirato al John Sean H. Mallory di “Giù la testa” di Sergio Leone, mi rivolgo al cameriere e comunico la mia scoperta: “sono tifosi del Manchester….vogliono delle uova strapazzate”….mi allontano sempre imitando il passo di Sean H. Mallory dopo che ha piazzato la dinamite alla banca di Mesa Verde e immaginando alle mie spalle urla ed esplosioni