Alexander- giorno 9: Costantinopoli, gigante polimorfo

Proviamo a fare un giochino : descrivere Istanbul in soli tre aggettivi . Voglio dire , potete provare anche se non ci siete stati: vi ci sono posti del mondo che riescono a dare una proiezione o anche solo un immaginario di se pur non essendoci stati. Istanbul è senz’altro uno di quelli. Anzi, io preferisco chiamarla col suo nome storico, Bisanzio o meglio ancora Costantinopoli, come si è sempre chiamata fino ad un secolo fa. Ecco ed è proprio questo suo ultimo aspetto della mutevolezza della denominazione e non solo a fornirmi il primo aggettivo per descriverla : effimera, Costantinopoli è effimera. Gli altri due che spenderò per descriverla saranno liquida e mostruosa . Ma partiamo dal suo essere effimera, da una capacità o forse un suo destino congenito ad apparire e scomparire dal nostro pensiero, dal nostro immaginario e farlo ogni volta in maniera diversa. Per un momento Costantinopoli ci appare un ponte proteso tra due mondi diversi , un fusione a caldo di essi, un’alchimia indovinata tra leghe metalliche non propriamente omogenee. In un altro ci appare la reggia di un sultano ostile, l’avamposto dell’Altro chiamato ad annullarci. In un altro momento ancora può apparirci una tessera del mosaico occidentale schizzata un po’ più a est, un frammento di antichità divenuto ormai metropoli secondo canoni occidentali ed acquisito ad essi . Istanbul o meglio Costantinopoli è a mio avviso tutte queste cose e nessuna al tempo stesso , perché è effimera . Costantinopoli è poi liquida come liquida è la sua geografia assurda, che la tiene in ostaggio su due o forse più sponde di tre mari, che si stringono, poi si allargano e si restringono di nuovo come solo un mare sa fare. Ma sa farlo anche Costantinopoli, che si allarga e restringe sia nella realtà materiale che in quella virtuale. In questa fase storica ha raggiunto un’estensione sconfinata e indefinita, non si conosce che approssimativamente il numero dei suoi abitanti, che continua ad aumentare sopratutto sulla sponda asiatica ove a milioni affluiscono da gli angoli più remoti della Turchia orientale e non solo . Ma Costantinopoli proietta una percezione di se anche da quest’altro lato del mare e della terra. Il gonfalone di Costantinopoli arrivato più volte a lambire le sponde del Mediterraneo occidentale e la Mela d’oro ovvero Vienna , oggi è quanto mai forte e visibile appena oltre Otranto che un giorno drammatico del quindicesimo secolo pure cadde sotto il suo dominio, quando la liquida Constantinopoli tracimò sulle sponde italiche . L’Albania è tutta una processione di banche e aziende turche, così anche la Macedonia e quella parte di Balcani, la presa di dominio oggi si è trasferita principalmente sul piano economico e Costantinopoli domina si quel pezzo di mondo , come anche su parte di quello caucasico e dell’Asia centrale. Costantinopoli è infine mostruosa, ove il termine ha un’ accezione omerica, di qualcosa che si manifesta in maniera improvvisa e incontrollata e suscita uno stupore incontenibile . È mostruosa come un gigante omerico dalla mille forme e dalle mille vulgate, tante lingue che si intrecciano come in una Babele post- ‘moderna, lasciando sempre senza parole me

Alexander – giorno 8: Tempesta sul Bosforo

Mi piacciono le frontiere, mi piacciono da morire . Mi piace localizzarle, attraversarle con le mie gambe sentirne il respiro, capirne il limes che vi è racchiuso, il confine di cui sono espressione . Che sarà di volta in volta un fiume, una montagna un mare, una barriera naturale che disegnano un “di qua e di la” tra due popoli, due culture, due entità. La società contemporanea ha travolto fino quasi ad azzerarlo questo concetto: le frontiere sono trasferite negli aeroporti, con una fictio burocratica che ad un certo punto scontorna un valico di frontiera oltre la gabbiola del controllo passaporti di un’aerostazione. È il classico “non- luogo” di cui parla il grande Marc Augè . È inoltre un concetto a cui non mi rassegno così facilmente: se posso le frontiere le passo via terra. Quella tra Grecia e Turchia è una vera frontiera, una frontiera tra tante cose: lo è dai tempi del nostro Alessandro, che qui mise il campo del suo esercito e respinse gli invasori; è la frontiera tra due mondi secolarmente in lotta a contendersi uno spazio e un modo di vivere; è la frontiera tra un Noi ed un Loro che dir si voglia . Di qua c’è l’Occidente, di li comincia l’Oriente ed il mondo islamico . La cosa davvero singolare quando attraversiamo questa frontiera è che mi rendo conto, proprio mentre percorriamo a piedi l’intercapedine sul fiume Evros, è che sta per abbattersi una terrible tempesta, una tromba d’aria. Vedo il gorgo nero salire e montare su nella pianura tracia, appena oltre la guardiola delle zelanti e giovanissime guardie turche, che un tempo avrebbero preso il nome di Mammalucchi , gli schiavi catturati dall’Impero Ottomano e riconvertii a ruoli dell’esercito o di natura burocratica . Ad ogni modo trobbea is coming e sta davvero poco tempo da perdere coi Mammalucchi e risalire al bordo del bus, che viene infatti investito dal fortunale pochissimi metri appena dopo passato il confine, in una terra di nessuno spazzata da vento, pioggia e fulmini tali da rendere davvero problematica l’avanzata. Ad ogni modo, pur a fatica, il camino riprende e comincia tra la nebbia ad apparire il Bosforo sterzato dai venti alla nostra sinistra . In queste condizioni meteo non appare proprio fattibile la deviazione per Troia, passando per lo stretto dei Dardanelli e Gallipoli, non quella della Puglia ma questa turca dove un giovane Winston Churchill mandó l’impero britannico incontro ad una delle sconfitte più brucianti e impensate (parliamo della prima e non della seconda guerra mondiale ). Sarà per un’altra volta . Davanti a noi comincia a disegnarsi come un serpente millenario dalle tante spire Costantinopoli, o se preferite Istanbul. Non è certo la prima volta che arrivo qui ma ha sempre un fascino irresistibile. Succede pure che non appena entriamo in città la bufera lascia spazio ad un gigantesco arcobaleno che si irradia sopra le rive delle due sponde , ove Europa e Asia arrivano a sfiorarsi. E tra i tanti richiami e sirene che un posto del genere offre, scegliamo quello più incline ai viaggiatori di inizio Novecento, quando si arrivava fin qui sull’Oriente Express e si finiva il viaggio ammirando il Bosforo ed il tanto cammino fatto dalle finestre a bifora del Pera hotel . E la andiamo pure noi, perché come diceva mio nonno : “se devi sparare una botta, sparala bbuon!”

Alexander- giorno 5 : La lama balcanica

Una lama affilata, o meglio due lame diverse, una concettuale e l’altra vera e propria di credo metallo: questa può essere la chiave interpretativa della affascinante giornata odierna. Si, perché dovremo attraversare un bel pezzo di Balcani, dei Balcani quelli veri, fino ad esserne estratti fuori sul mare Egeo. Entrare nei Balcani ed uscirne è un po’ coke essere fagocitati da un gigante di roccia e polvere per venire poi sputati fuori, come in qualche leggenda della cosmogonia greca o norrena. Ecco perché dovremo agire come una lama dentro di esso, squarciare il gigante da nord e sud lungo una pista che si dipana sopra le alture della Pelagonia, il selvaggio Pelister, per poi calare sulla piana di Bitola, la città dei consoli fondata da Filippo il macedone e da lì raggiungere un valico di frontiera con la Grecia da cui immetterci nella Macedonia ma quella greca (vi è persino una querelle legale tra le due Macedonie, vinta per ora dalla fazione greca che ha ottenuto il “copyright”). Dal confine dovremo raggiungere la via Egnatia e con una deviazione raggiungere poi la “capitale ancestrale “ del Regno macedone , Ege, dove in una vicenda davvero shakespereana comparirà la seconda lama: quella che li trafisse Filippo II di Macedonia durante il banchetto nuziale della figlia Cleopatra dandogli la morte. La sua incedibile tomba giace in quel posto e voglio a tutti i costi vederla prima di proseguire per Thessalonica. Ah, avrei pensato anche ad una prima sosta prima del confine sul sito di una città uh tempo gloriosa chiamata Heraclea Lyncestis, in onore ad Ercole suo fondatore ed alla lince che vive acquattata nei boschi circostanti . Insomma un programmone bello serrato. E per renderlo possibile , trovo un gigante buono disposto a farci da driver: si chiama Vedat ed è un uomo buonissimo che si mette subito alla guida sotto un diluvio di acqua da cielo che Dio la manda . Ci lasciamo alle spalle il lago di Ohrid e ci inerpichiamo su per le alture del Pelister, lasciandoci alle spalle anche l’altro lago gemello di Prespa e la sua isola dei serpenti, Golem Grad, che manco stavolta riesco a vedere . Giunti alla volta di Heraclea Lyncestis dobbiamo prendere atto che almeno per oggi piuttosto che la lince, gli unici animali reperibili sono i cani , i cosiddetti famosi “cani morti” che piovono da cielo . Insomma sotto un diluvio non risulta visitabile un sito archeologico dotato di bellissimi mosaici e templi ma tutto all’aperto . Peccato, perché ci tenevo a visitare sta gemma nascosta legata alla storia di Filippp e Alessandro in quanto che costituiva la loro roccaforte per le incursioni dei nemici Illiri da nord nonché la base sulla via di commercio con Roma . Così ripieghiamo per una breve sosta a Bitola, città storica anche essa poco prima del confine, con un’impronta a metà ottomana e metà asburgica, un po come Sarajevo . Bitola rappresentava a sua volta il limes estremo dell’impero asburgico con l’impero ottomano: ecco spiegata la presenza di palazzi in chiaro stile viennese frammistati a bazar e moschee chiaramente ottomane . Poco dopo finiscono le montagne e troviamo il confine nel bel mezzo del nulla . La sensazione di Nulla proseguirà per un bel po anche nella Macedonia greca che si presenta come un gigantesco e disabitato pianoro declinante verso l’Egeo, interrotto solo dai monti delle Meteore ad un tratto . Con una deviazione dall via Egnatia ci mettiamo alla ricerca della antica capitale macedone Ege, che troviamo in mezzo ad un mare di ulivi , in un sito museale davvero ma davvero stupendo che sorge come una piramide in mezzo ad una verde campagna . Qui sorgeva il palazzo reale di Filippo (magnificamente ricostruito !!!!) e qui egli trovó la morte, il giorno del banchetto nuziale di sua figlia , la secondogenita dopo Alessandro, avuta dalla prima moglie Olimpiade. Ah, Olimpiade proprio lei , la moglie bella e giovane ripudiata da Filippo per Euridice figlia del generale Attalo…..Ad assestare la lama nella schiena del re è un certo Pausania di Orestide , sua fidata guardia del corpo nonché si vocifera anche suo amante segreto. Ma nessuno vuole credere a ciò. Non si è ancora rappreso il sangue che sgorga dal corpo morente di Filippo che tutti cominciano a gridare a palazzo il suo nome, quello di Olimpiade, la empia regina decisa a vendicare il suo orgoglio ferito ……A tutt’oggi questo noir d’epoca non ha trovato ancora soluzione ma di certo sarà una dei motivi che spingerà Alessandro a intraprendere il suo cammino di conquista verso Oriente ma questo avremo modo di vederlo nel prosieguo del nostro fantastico cammino..

Alexander – Day 3: Furbi contrabbandieri macedoni


Qualche tempo fa, diciamo un paio di anni, si giocó un singolare mondiale di calcio dedicato alle “nazioni cd.non riconosciute”. Quel del riconoscimento internazionale è in effetti un concetto del diritto internazionale piuttosto vacuo e suscettibile di troppe interpretazioni, sul quale adesso certo non voglio tediarvi, limitandovi piuttosto a dire che a sta bizzarra edizione del mondiale prendevano parte nazioni come la Palestina o i Paesi Baschi, le cui rivendicazioni sono universalmente note, frammenti di zone di mondo dimenticate dove sorprendemente sono stato quali Ablhazia e Nagorno Karabakh e altre ancora. Dalle parti nostre pure prese parte una delegazione sportiva di quei cazzi allerti della Padania, che come nazione ha lo stesso fondamento storico-giuridico e la stessa credibilità di quella madonna che fa apparire gli gnocchi la domenica ai fedeli in una pezza di terreno chiamata se non erro Trevignano ma non voglio dedicare una parola del mio diario di viaggio a simili nullità. Piuttosto destava la mia attenzione ed il mio tifo una squadra, che forse si sarà allenata al Damecuta, perché si chiamava Ciamuria. Si, proprio così, e anche questa è una zona di mondo dove sono già stato anzi quella dove sono tornato adesso . La Ciamuria, abitata dai Ciamuri, è una zona a cavallo tra Albania, Grecia e Macedonia, che prende il nome dal fiume Ciam e corrispondente all’antico Epiro, quello da cui sbarcó un giorno in Italia PIrro, il re che perdeva le battaglie pur vincendole perché ogni vittoria aveva un costo altissimo tanto da far divenire proverbiale la “vittoria di Pirro” come affermazione inutile . Da questa terra veniva la madre di Alessandro , Olimpiade che qui si ritirerà nei momenti più difficili della sua “carriera” di regina, quelli seguiti all’uccisione del marito Filippo, padre di Alessandro Magno. Non è del tutto inesatto dunque dire che in Alessandro Magno scorresse sangue ciammurro ed in effetti qualche similitudine ad esser maliziosi ce la si potrebbe vedere ma andiamo oltre. Si, perche di questa terra è originario pure il fenomeno che ho beccato su internet per portarci in macchina alla prossima destinazione, tutt’altro che facile a raggiungersi. Lui si chiama Mozi e deve condurci oltre il mitico passo di Qafe Thani in Macedonia. Anche qui qualche similitudine coi miei concittadini ciammurri appare subito evidente, specie nell’accentazione delle parole con quella sorta di dieresi che rende la vocale A più simile ad una O. Mozi denota inoltre una sua particolare vena a fare battute del cazzo, che si rivelerà particolarmente fuori luogo qualche ora più avanti, dalle parti del tenuto passo dei contrabbandieri del Qafe Thani. Per ora si limita a dire “tu non potere venire Macedonia, perché tu perso tuo passaporto” ……”ma come perso mio passaporto , Mozi ? Lo tengo nella giacca nel bagaglaio, mica niente eh ?????” E lui : “io scherzaaaaaaaa ahahahah”. Poi comincia a sfrecciare col sul bolide e con una abilità alla guida davvero notevole per le verdi colline della Ciamuria fino ad una città dalla bruttezza davvero ragguardevole chiamata Elbasan, una specie di sintesi del Degrado urbano irrobustita pure dalla presenza di una gigantesca fabbrica di cromo e metalli pesanti come nella città dei Simpson. Da molti km ammiriamo una densa pira di fumo nero come catrame che si alza in vari pinnacoli e pensiamo alle esalazioni da qualche ciminiera ; quando arriviamo nei pressi scopriamo che va ancora peggio ovvero che hanno deciso di accendere una sorta di gigantesca grigliata dei rifiuti tossici nel bel mezzo della fabbrica, a pochi metri dal centro abitato e dalla nostra strada . Dopo la “città- gioiello” di Elbasan, la strada invece piega in una profonda valle di montagna scavata dal dirompente fiume Shkumbini, che in effetti ti scombina un bel po ad arrivare fino al valico di frontiera con la Macedonia, dove il nostro driver mette per la seconda volta in scena la sua ironia devastante . Lo vedo confabulare animatamente nel gabbiotto delle guardie doganali albanesi- macedoni di sto posto sperduto e poi tutti insieme guardare sul retro della macchina dove siamo seduti noi e prender a ridere. . Al suo rientro a bordo , con il rilascio finalmente dei documenti necessari a passare la frontiera (per i quali si era già necessaria pure una deviazione fino ad un curioso bugigattolo nel bel mezzo del nulla che rilasciava non so quale autorizzazione sul veicolo), mi fa: “ sai cosa detto loro che mi domandavano di te ? “ “No, cosa hai detto scusa “ . “ io detto che tu importante politico di mafia italiana che trasporta un kg di cocaina, così loro lasciare subito passare….”
“ Ma tu veramente fai ?????”
“Ma nooooo, io scherzaaaaaa ahahahaha”.
In effetti sta ironia stralunata delle guardie di frontiera balcanica l’avevo già sperimentata anni prima, quando passando proprio da qua fui fermato da uno d loro che uscì dalla guardiola, fece fermare il bus prendendo a gridare il mio nome “Espositooo Andreaaa…” ed a me spaventato che chiedevo che mai fosse successo , lui “Esposito , Capri????”
“Si, Capri……”
“Fiction Capriiiiiiiii!!!! Mia moglie vedere tutte le puntate !”
Quando gli dissi poi che una parte era girata al Gatto Bianco credeva lo volessi perculare e rientró tutto intofato nel gabbiotto .
Insomma un avamposto del teatro dell’ assurdo sto valico di frontiera del Qafe Thani, dove in effetti una rappresentazione dell “aspettando Godot” di Beckett non stonerebbe . Mi sa che si è fatta ora di salutare il simpaticone di autista . Poco dopo il passo siamo in Macedonia, in quella che al tempo di Alessandro si chiamava Pelagonia ed era detto “Regno della Luce”, ma per quella bisognerà aspettare domani perché ormai è notte.
Samarcanda ora è un po’ più vicina

Alexander – Day 2: la Città delle mille finestre


“In questo preciso istante almeno 40 occhi vi stanno scrutando”
Questa la simpatica frase con cui un vitale professore di mia conoscenza accoglieva ospiti e amici al loro sbarco sull’isola di Capri, con riferimento alla diceria locale che vuole le persone del zona del porto a Marina grande (e tra loro in particolare le attempate signore di una certa età) sempre assai intente a scrutare dalle finestre di casa il viavai sottostante, arrivando con questa ben calibrata scelta prospettica ad avere un quadro dettagliato di chi parte e di chi arriva, di chi traffica e guadagna e quanto guadagna nonché ovviamente di chi si ama e con chi si ama.. Va da se che una tale attività appare endemica di ogni piccolo paese ma, ad ogni modo, dando per buona la leggenda paesana, sta da dire che le attente vecchiette della Marina davvero eleggerebbero a loro archistar preferito il tizio che ha concepito e realizzato la struttura urbana e più nel dettaglio le finestre delle case di questo posto in Albania chiamato Berat ! L’artefice o probabilmente gli artefici andrebbero ad ogni modo ricercati in un passato piuttosto lontano, di quando questa fetta di mondo apparteneva ancora all’Impero ottomano e sulle rive dell’irruento fiume Osumi sventolava il gonfalone di Costantinopoli. Si, perché questo incantevole paesino, abbarbicato su una collina alla cui sommità si erge la Rocca di ali Pasha, vanta un numero esponenziale di bellissime case in legno ottomane, ognuna delle quali dotata di 8 forse anche dieci finestre, in modo da offrire sempre una panoramica estesa sulla piazza ad anfiteatro e sul lungofiume, ove le giovani coppiette si baciano sul traballante ponte ben sapendo che certo il loro amore non potrà passare sotto silenzio . In effetti il privilegio dell’anonimato nella magnetica Berat non pare riconosciuto ad alcuna categoria sociale, se è vero che esiste ancora oggi una attivissima e frequentatissima “ Moschea degli scapoli”, dove appunto i giovanotti di fede islamica non ancora saliti all’altare vanno a rivolgere la loro supplica ad Allah al fine di fargli trovare una bella mugliera . A dirla tutta non sarei poi sicuro che non lo supplichino invece del contrario , l’arabo- albanese lo mastico poco; Resta comunque da dire, facendosi un giro la fuori e vedendo le facce, che, a prescindere delle volontà estrinsecate ad Allah di matrimonio o celibato eterno , in parecchi se non nella totalità dei casi la scelta pare proprio forzata nel senso che può scendere pure il Profeta da cielo, a quei catorci non se li piglia nessuna. Lasciata alle spalle dunque la Moschea dei cessi a pedale, la visita della magnifica Berat prosegue nello splendido quartiere Mangalemi o in quello oltre il fiume, ove sta un bel ristorante intitolato ad Antigone, la donna murata viva per amore dal cainat’ di cui ci parla Sofocle, ed ecco che ancora una volta ci catapultiamo in una sfera sentimentale chiacchierata e sbirciata . Ma l’agnello stufato con le melenzane mentre inquadrettato in una delle mille finestre sotto scorre l’impetuoso Osumi e si alza il muezzin, è il modo più bello per cominciare e perlomeno entrare nel vivo di un viaggio che so già sarà fantastico.
A Samarcanda mancano ora 5.355 km. Ma chi m’accir a me ?

Alexander – Prologo

PROLOGO
Quello per il quale sto per partire e a cui ho pensato in maniera incessante e finanche ossessiva nelle ultime setttimane,forse mesi, è un viaggio che definirei con un aggettivo meglio di altri : abnorme . È un viaggio abnorme, come espressione di una grandezza irregolare e fuori norma, non funzionale; è abnorme come un rumore che si deflagra da un sottosuolo magmatico; è abnorme come abnorme il mostro che lo ha generato, la mia Fantasia . Quest’ultima è una considerazione assai meno auto-lusinghiera e compiaciuta di quanto possa sembrare, perché io ritengo davvero la mia Fantasia come una sorta di Leviatano, una creatura mostruosa che mi alberga dentro d qualche parte e che si presenta talvolta a reclamare la sua libbra di carne, da esaudire con un viaggio, una caccia al tesoro o robe del genere, altrimenti mi consuma e fa sentire come un bambino con la paura di un vicoletto buio. E così per farla contenta e darle sazietà anche stavolta, mi sono inventato sto viaggio, dove a dirla tutta ho un po’ bluffato, nel senso che questo viaggio lo ha già fatto qualcun’altro prima di me , qualcuno di assai più noto ovviamente. Ma dopotutto faccio sempre un po’ così, si tratta di mettere su un asse cartesiano uno spostamento tra un A e B usando come ascisse la Geografia e come ordinate la Storia. E dunque se A è casa mia a Capri , il B lo collochiamo da qualche parte in quello che oggi si chiama Uzbekistan, ed in mezzo ci mettiamo una parte di mondo da attraversare che oggi si chiama come si chiama ma che al’ epoca dell’impresa del mio illustre predecessore era occupato da luoghi che andavano col nome di Epiro, Pelagonia, Tesprotia, Macedonia, Tracia, Troia, Bitinia, Cilicia, Cimmeria, Regno di Urartu, Corasmia e tanti ancora . Le strade possibili sono un bel po come tanti i bivi da scegliersi. Diciamo che in linea di massima dovrei salpare da Bari per raggiungere quello che un tempo si chiamava Epiro e oggi Albania meridionale, dove la madre del mio eroe ebbe i natali e anche Egli si rifugió dopo l’assassinio del Padre, poi non saprei se andare subito a Est verso la terra ove questa leggenda ebbe origine, la Macedonia ed il “regno di luce” della Pelagonia o svoltare a sud verso le sorgenti del fiume Acheronte (che esiste davvero , si) in modo da evocare il mio eroe, i villaggi di pietra della Zagohoria e le Meteore. Diciamo che per certo le due strade si ricongiungono a Thessalonika, da cui marciare attraverso la Tracia e il fiume ove Egli visse la prima vittoria. Verrà poi l’Asia Minore, ove Egli sbarcó ove un tempo stava Troia, accolto da una pioggia di frecce persiane, una delle quali stava per ucciderlo prima che lui si ergesse sul Bucefalo a sbaragliare i nemici. E poi la dotta Efeso, la Licia e la Bitinia fino a Isso dove il suo alter ego persiano Dario disponeva di un esercito 9 volte più numeroso ma ruppe in fuga sgomento di terrore di fronte alle sua falangi . Verrà poi la Mesopotamia col Tigri e l’Eufrate, e nuove truppe persiane a sbarrargli il passo inutilmente , per una strada che da qui si dipana oltre Babilonia ed un regno dell’ignoto, forse ancora oggi . Terre grandi come l’Europa ricoperte da steppe sconfinate, che oggi si chiamano Kazakistan o Uzbekistan, ove esistevano laghi or divenuti deserti e buchi nel terreno che bruciano come fossero porte dell’inferno . Ed alla fine, oltre i deserti bianchi e le montagne rosa, sta lei, la Città blu che diede in sposa la bella Oxane al Nostro. Li sta Samarcanda, in Uzbekistan, mia meta di arrivo . E questo che sto per compiere, se non lo avete ancora capito , è il viaggio che su per giù duemila e cinquanta anni fa compi Alessandro di Macedonia, figlio di Filippo ed Olimpiade, a tutti noto come Alessandro Magno.
Terrò un diario di viaggio qui come sul mio blog che chiamerò “Alexander”. Ad accordar fiducia a Google maps la via più breve fino a Samarcanda consta di quasi seimila km, 5.926 per l’esattezza . Ma se sto già in Puglia vuo dire che ne ho percorsi circa duecento, quindi ne mancano 5.700 e sto già a buon punto ! E forza, allora, partiamo risoluti ed indomiti per la nostra impresa come Alessandro Magno !