Strade: Da Roma a Salonicco in 10 giorni

L’itinerario di questa settimana unisce due città accomunate da un passato illustre e per aver dato i natali a grandi Cesari del mondo classico: Roma su cui c’è poco da spiegare e Salonicco, città-natale, nonché punto di partenza nella sua folle avventura di conquista, di Alessandro Magno. La distanza percorsa tra i due capoversi del nostro viaggio sarà piuttosto esigua ma mi sono divertito a “ingarbugliarla” attraverso un percorso assai insolito e che somma tra loro luoghi estremamente diversi

 

Partenza: Roma (o altra località italiana)

Arrivo: Salonicco

Durata: 10 giorni

Budget: da 500 a 1.500 €

Paesi attraversati: Montenegro, Albania, Macedonia, Grecia,  Repubblica del Monte Athos

 

1° giorno: Sveti Stefan o Ulcinj (Montenegro)sveti stefan

Da Roma o altra località italiana prendete un volo alla volta della capitale del Montenegro Podgorica, in cui spendere al massimo il tempo di un caffè (è davvero una città bruttissima) o per lo scalo costiero di Tivat. Possibile ed anche consigliato è il viaggio in nave notturna da Bari alla volta della quasi omonima Bar, da cui tra l’altro sarete assai vicini a entrambe le mete proposte: Sveti Stefan o Ulcinj. Si tratta di due località costiere del piccolo Montenegro, entrambe dotate di un suo fascino. Sveti Stefan (Santo Stefano), un piccolo isolotto unito alla terra da una anoressica striscia di sabbia, si sta costruendo una solida fama come meta di turismo esclusivo, ma non faticherete a trovare sistemazioni accettabili a prezzi assolutamente ragionevoli nei paraggi. L’isolotto (quello ritratto in foto) è davvero bello, anche se un po troppo battuto da fanatici del lusso tra cui spiccano  parvenue russi in gran numero, davvero comici a volte nelle loro pacchiane ostentazioni tutte champagne & salame. ulcinj

Esteticamente meno bella ma per certi versi più affascinante è la vicina Ulcinj, con questa sua bella rocca a dominare una baia sabbiosa. Un tempo covo di pirati ottomani, ora è battuta da un turismo giovanile piuttosto chiassoso, composto in prevalenza da ragazzi provenienti dal vicino Kosovo. Il luogo recupera comunque un suo fascino intrinseco nella rocca medievale davvero ben conservata e per una storia, a metà con la leggenda, secondo la quale fu qui imprigionato dai pirati il celeberrimo scrittore Cervantes, poi liberato dopo la sconfitta degli Ottomani a Lepanto. Un forte indizio in tal senso è rappresentato dal fatto che la bella amata del Don Chisciotte provenga proprio da qui: Dulcinea o Dulcinea, insomma come dire da Ulcinj.

 

2° giorno: Scutari ( Albania)

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In bus da Ulcinj o dalla capitale Podgorica la frontiera con l’Albania è davvero vicina ed è in parte rappresentata da un confine liquido, quello costituito dal lago di Scutari. Si tratta di un bacino paludoso assai in voga tra gli insetti e le zanzare, per cui è vivamente consigliata una protezione repellente. Nondimeno è un posto bellissimo, dove è assai piacevole spendere qualche giorno osservando in barca la moltitudine di uccelli e degustando le famose anguille locali. Scegliete di alloggiare presso la sponda albanese, magari nei dintorni della città di Scutari, evitando il troppo soffocato centro. Un curiosità: questa bella ansa del lago prende il nome, tra la popolazione locale, di “Sofia Loren”, perché le protuberanze osservate da un punto prospettico diverso e più alto sono due….il resto lo lascio intuire a voi

 

3° giorno: Lago Koman-Valbona

koman 2

Questa giornata trova un senso, più che in una meta da raggiungere, nel viaggio per arrivarci: uno dei più belli che avrete mai vissuto, l’ultima avventura d’Europa come è stata definita dal Guardian. Si tratta davvero di una chicca per viaggiatori amanti dell’insolito, quindi prestate bene attenzione se siete interessati ed un giorno mi ringrazierete. Raggiungete in bus o taxi la località di Koman, a un 15 km di Scutari ma ubicata su un altro lago, quello appunto omonimo di Koman. Si tratta in realtà della gola di un fiume , la Drina, divenuta un lago dopo la costruzione di una diga. Da qui parte ogni mattina un battello che è un residuato del socialismo reale e risale questa gola assai impervia che non conosce altre vie di accesso oltre quota d’acqua.koman

Le comunità rurali infatti che si incontrano alle diverse fermate del battello sembrano fotografie di un tempo remoto, e lo stesso incedere del battello in quell’acqua verde smeraldo è un tuffo al cuore. Dopo 3 ore circa si arriva alla sponda settentrionale, in una località chiamata Fjerze ed a qui in bus fino ad una città intitolata ad un eroe locale, un certo Bajram Curry. Da qui una coincidenza in jeep vi condurrà nelle Alpi Dinariche, conosciute anche come le “Montagne maledette”, in una amena località chiamata Valbona, ove troverete gente splendida e molte guesthouse ad accogliervi con squisiti formaggi di capra e grigliate di agnello fino a scoppiare. E’ un luogo magnifico. Il viaggio può apparire complicato ma, a meno che non siete dei pantofolai, fatelo almeno una volta nella vita: è il primo viaggio che consiglio spesso di fare a chi mi chiede idee per un viaggio. Allego qui anche il link esplicativo per giungervi, curato dalla titolare di una pensione sita li a Valbona, una simpaticissima signora americana venuta a vivere qui.  

 

4°   giorno: Theth

thethi

Eccone un’altra di valle incantata, dove giungere non è semplice ma da cui non si vorrà più partire. Anche in questo caso il viaggio per arrivarci costituisce una fetta consistente dell’emozione che proverete. In questo caso, non un battello sgangherato ma il dorso di un mulo (!) che da Valbona vi condurrà su per le Montagne Maledette, fino a scollinare un altissimo passo in quota e poi ridiscendere dal lato opposto della montagna, nella incantata Theth o Thethi, un luogo isolato per molti mesi all’anno e dove la comunità locale vive secondo regole sociali (e giuridiche) antichissime, tra le quali il Kanun, una sorta di legge del taglione. Ma niente paura eh, la gente è davvero ma davvero affabile, e a voi, tra boschi e cascate, orsi e caprioli, sembrerà davvero di essere finiti in un eden sperduto e felice. Due giorni qui e poi mi dite se non avevo ragione. In tutta Europa, un posto così autentico e non contaminato come le Montagne Maledette dubito che possa esistere.

 

5° giorno: Tirana

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La capitale dell’Albania, una città estremamente singolare che unisce le evidenti brutture del socialismo reale, con la delirante architettura del “lire maximo” di questo piccolo paese Enver Hoxha, ad un animo vibrante, fatto di moschee e mercati, tra cui si insinua un po confusamente una movida con tanta voglia di Occidente. Un posto che tutto sommato piace. Bellissimo il museo della storia albanese, con l’eccellente sezione sugli Illiri, i primi abitanti della regione.

 

6° e 7° giorno: laghi di Ohrid e Prespa(Macedonia)

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Da Tirana prendete un “furgon” (un minivan collettivo) verso la città di confine di Pogradec. Giunti a destinazione sarete sulle sponde di uno splendido lago, nei pressi del bellissimo monastero di Naum, ubicato proprio sul confine con la Macedonia. Entrati in questo paese, la vostra metà sarà la magnifica Ohrid, la Ocrida dei Veneziani e la Lychidnos (città della luce) dei Greci. Si tratta davvero di un posto delizioso, colmo di storia in una cornice naturale preziosa. Il borgo antico è uno scrigno di stradine abbarbicate sulla costa del lago, in cui potrete anche nuotare e da cui provengono trote e anguille molto rare e prelibate. E quella luce, quella luce magica che inonda tutto….Senz’altri aggettivi, Ohrid è un posto magnifico. Il secondo giorno potrete pure spostarvi su un altro lago vicino, quello di Prespa, nel parco naturale della Galicica. Potrete arricchire la giornata con una visita ad un’isola lacustre dal nome estremamente affascinante: Golem Grad, la Grande Città

golem grad

Il luogo è noto anche come Isola dei Serpenti, perché sono questi rettili gli unici abitanti dell’isola. Si tratta di concordare una visita con i pescatori che abitano lungo le sponde, ma attenti agli imbroglioni: io ne trovai uno e caddi vittima del suo raggiro, quando mi affidò nelle mani di un suo amico pescatore, un fantomatico Vasco, di cui lungo le sponde del lago tutti ignoravano l’esistenza….

 

8° giorno: le Meteore (Grecia)

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Dalle sponde del lago di Prespa, il confine con la Grecia è davvero ad un tiro di schioppo (anzi parte del lago ricade proprio sotto la sovranità greca). Insomma si tratta di attraversare la frontiera e giungere alla prima città in territorio ellenico, Florina. Da qui in bus per Kalambata, verso un altro luogo magico: i monasteri delle Meteore. Non c’è bisogno di dilungarsi troppo in parole, guardate la che spettacolo. Si tratta di monasteri di religione ortodosso, protesi verso un ascetismo senza tempo. Bellino anche il borgo ove soggiornare appena sotto gli speroni rocciosi.

 

9° giorno: Monte Athos

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In bus fino a Salonicco  per proseguire poi oltre , verso un’altra frontiera, la più strana di tutte: quella del Monte Athos, il corrispettivo della Città del Vaticano nella religione ortodossa. Ma l’ascetismo e il senso di sacro che si propaga da questi promontori stesi sul mare (siamo ormai sul mare Egeo) è del tutto superiore al trambusto di piazza San Pietro. Un luogo ove regna il silenzio e la meditazione e dove non a tutti, anzi quasi a nessuno è concesso di entrare: innanzitutto non vi sono ammesse le donne, ed è proprio così per antichissima legge risalente a prima dell’anno Mille. Tra gli individui di sesso maschile vi sono ammessi solo 100 “laici” per giorno, tra cui solo 10 di religione non ortodossa. Bisogna prepararsi per tempo e fare una domanda che non è solo burocratica: verrà valutata anche la vostra motivazione a vivere per un giorno qui, dormendo in monastero con i monaci ortodossi, gli unici abitanti del promontorio, senza internet, tv e altri svaghi. Anche le fotografie sono vietate e la luce viene staccata molto presto la sera. Più che Città del Vaticano, la Repubblica del Monte Athos è il Tibet d’Europa.

 

10° giorno: Salonicco

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Ed eccoci a destinazione: la bellissima Salonicco, ricca di storia e di monumenti, città natale di Alessandro Magno, protesa sull’Egeo e verso i regni dell’Est, proprio come il suo condottiero che da qui partì alla conquista del mondo.

 

A me sembra proprio un bel viaggio

 

 

 

 

 

 

A come Atlante: Bretagna

Cosa ci incanta di una mareggiata? Cosa rapisce magneticamente la nostra attenzione e ci porta a contemplare per ore lo spettacolo, per nulla dolce o morbido, di una gigantesca onda che si infrange su uno scoglio o una falesia a picco? Non chiedetelo a me, non lo so e non saprei rispondere. O perlomeno, troverei 100 risposte, tutte da porre su un eguale piano di validità:un moto dell’animo, la forza della Natura, l’incontro o lo scontro tra gli elementi, e perché no, ci si riuscirebbe a vedere anche un amplesso, brusco e primordiale, tra gli elementi stessi. Boh, a ognuno ciò che piace o non piace.

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Ad ogni modo, se sono le mareggiate a rapirvi, la Bretagna è il posto più vicino e più denso di questo tipo di magia che troverete, almeno vivendo in Occidente. Non parliamo infatti di un luogo esotico e neanche sperduto a qualche latitudine semi-polare: la Bretagna è quella propaggine fallo-forme e oblunga a poche centinaia di km da Parigi, Risultati immagini per bretagna, protesa quel tanto che basta nel rude oceano Atlantico per assicurarvi presto lo spettacolo immacolato di un cavallone di decine di metri di altezza che si infrange contro una scogliera o un bastione. Sì, ci si arriva davvero facilmente in un paio di ore di TGV dalla “Ville Lumiere”, ma ovviamente la diversità rispetto a Parigi ci metterà assai poco ad appalesarsi. Risultati immagini per bretagna

La Bretagna, già, terra di scogliere e cale sferzate dagli elementi e levigate dalle maree, ma anche e soprattutto luogo a se, identificativo di un popolo, i Bretoni, che rivendica radici molto lontane e peculiari. Un’immagine abbastanza inflazionata e grossolana identifica i Bretoni Risultati immagini per bretagna asterix nel fiero popolo di Asterix e Obelix, indomiti guerrieri capaci di resistere a lungo agli invasori Romani. Beh, a ben vedere il quadro è meno stilizzato e sputtanato di quanto sembri a prima vista: ci sono i forti e pugnaci guerrieri, ultimi a chinare la testa ai colonizzatori (e se chiedi tutt’oggi ad un bretone sull’argomento, ti dirà che giammai si sono piegati all’invasore) e c’è il personaggio di Panoramix, che introduce ad un altro aspetto pregnante della Bretagna, la magia, quella dei Druidi, abili a decodificare segreti della natura e a porli dentro alambicchi in vetro e pentoloni da cui estrarre sieri e pozioni che donino forza o bellezza. Risultati immagini per bretagna druidi

Ogni bosco, ogni anfratto o cala appartata della Bretagna pare odorare di questa magia recondita e segreta, ed anche un breve viaggio permetterà un tuffo in questo mondo.

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I borghi in pietra di Dinan, Cancale, Quimper e tanti altri traboccano di magia, tra sidro e deliziose crepes al cioccolato (al mondo non esiste un posto dove sono più buone) e l’atmosfera da “bandes dessines” di Asterix  o la polverina magica di qualche pozione di Panoramix ci metterà poco a coprirvi la pelle.  Certo l’aspetto più immediato della Bretagna risiede però nelle sue scogliere frastagliate, nelle sue cale  Risultati immagini per bretagna su cui annicchiano borghi in pietra e le sue chilometriche spiaggie “ostaggio” delle maree, nel senso che si rivelano tali e infinite quando le maree sono basse, per poi venire fagocitate quando la foga del mare le ricopre. Il posto in tal senso più celebre agli occhi degli estranei è senz’altro l’isola di Mont Saint MichelRisultati immagini per bretagna mont saint michel

ma vi do un consiglio, che vi prego di tenere a mente: fermatevi a questa immagine o altre reperibili su internet di Mont Saint Michel: il posto non vale assolutamente niente, devastato da un turismo rozzo e fatto di una caterva irrisolvibile di negozietti di cianfrusaglie e souvenir. Bello in teoria ma impossibile a ormai a essere colto nella sua veste primigenia, tanto vale vederlo in cartolina o sul pc. Molto ma molto meglio avventurarsi o anche sperdersi in borghi pietrificati contro le moli d’acqua vomitate dall’oceano come Pontrieux Risultati immagini per bretagna borghi

o la Rance, o ancora Perros Guirec o Quimper, fino alla punta di Brest o del faro di Roscoff, una sorta di Mecca delle mareggiate, per tornare a quanto dicevamo poc’anzi.

 

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Ancora,  le infinite spiagge e le gigantesche maree sono sfruttate per prospere industrie di ostriche e addirittura per ottenere energia elettrica: unico caso al mondo la centrale di La Rance che ricava la sua energia dalle maree

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La Bretagna rimpiango di averla visitata quando forse ero troppo giovane, a 21 o 22 anni, con un animo ancora troppo incline al divertimento sfrenato e le feste a oltranza, quindi poco educato alla bellezza malinconica e suadente di queste calette grigie e poco soleggiate (la foto sovrastante è un unicum o un photoshop: il sole bagna poco queste coste e l’acqua è freddina per nuotarvi).Nondimeno vi conservo dei ricordi assai particolari con i miei due compagni di viaggio, Claudio e Michele, col nostro litigare molesto coi ristoratori che ci servivano ostriche e frutti di mare freschissimi, o il perderci continuo e seriale per queste strade in sella a biciclette o a bordo di un’auto. E di quella sera, in cui rimanemmo all’addiaccio perché in un posto sul mare (saint Brieuc? Painpol?) le due uniche taverne non ci accolsero per la ora tarda, ma per incanto finimmo ospiti a casa di certi stralunati musicisti, dopo aver assaggiato in un bar un bottiglia di un liquore entro cui era imbevuto un cobra venuto dal Vietnam. Belli quei giorni!  Risultati immagini per bretagna saint brieuc

 

 

Strade: dal mare Adriatico al mar Nero in due settimane

Comincio col dire che da oggi la rubrica “Strade”, dedicata ad itinerari di viaggio da tracciare da un capo all’altro, avrà cadenza settimanale: il mercoledì esattamente

Questa è la volta di un itinerario suggestivo che unisce due mari, uno vicino e un altro lontano ma non troppo, come vedremo. Il percorso ricalca grosso modo quello da me tenuto nel viaggio Transbalcanica Express. del 2012

Partenza: Dubrovnik (Croazia)

Arrivo: Sfantu Gheorghe, delta del Danubio (Romania)

Durata: 14 giorni

Budget: da 1.000 a 2.500 €

Paesi attraversati: Croazia, Montenegro, Serbia, Romania

 

1° giorno: Dubrovnik

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Da uno dei tanti scali italiani prendete un volo low cost alla volta di Dubrovnik oppure raggiungete il porto di Bari, da cui imbarcarvi per una romantica notte in nave (partenze giornaliere) per il porto croato, scelta consigliata: ho un debole per le navi che solcano il mare di notte. Al vostro arrivo vi si schiuderà un po per volta uno dei gioielli urbanistici della costa adriatica. Dubrovnik, la antica Ragusa alleata (e mai colonia) di Venezia, adagiata in fondo ad una baia costellata di verdi isolotti, è davvero un meta bellissima, con le sue mura a cingerla patrimonio dell’Unesco e il suo centro storico, piccolo e perfettamente conservato davvero mirabile. Tanti gli eidfici storici e ricca anche la parte museale ed espositiva.La posizione ve la farà anche preferire per le scappatelle al mare o nella natura: insomma a Dubrovnik o Ragusa che sia, la vita è davvero dolce. Unica pecca: l’eccessivo afflusso di gruppi organizzati di turisti nel periodo estivo, ma è un inevitabile dazio da pagare ormai per le città d’arte

 

2° giorno: Mlijet o Dubrovnik

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Una meta del fascino di Dubrovnik meriterebbe senz’altro due giorni. Tuttavia, se la ressa dei turisti vi snerva e avete bisogno di un po di silenzio per non dire ascetismo, un bel consiglio posso darvelo. Dal porto di Dubrovnik imbarcatevi sul popolare aliscafo “Nona Ana” (e badate bene ad anticiparvi perché i pochi biglietti finiscono in fretta): in un’oretta e mezzo siete nel paradiso di Mlijet, isola tra le più belle mai viste ( e se lo dice uno nato a Capri, c’è da fidarsi). Si tratta d un parco naturale, ove esistono pochissime abitazioni e ovuqque risplendono il verde e il celeste. E’ con ogni probabilità l’antica Ogigia, ove risiedeva la ninfa Calipso che sedusse Ulisse: un suggestivo anrtro dell’isola è tutt’ora intitolato all’eroe omerico. Se siete amanti del camping, questo è uno dei posti più belli dell’Adriatico per farlo, ma esistono anche soluzioni alberghiere convenzionali. Un incanto

 

3° giorno: Kotor

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Rientrati a Dubrovnik, salite su un bus per il vicino Montenegro e non dormite durante il percorso, vi perdereste uno spettacolo unico. Superato il confine la costa montenegrina assume una conformazione particolarissima, dando luogo ad un fiordo, del tutto simile a quelli norvegesi come morfologia, lungo se non erro 34 km ma largo solo poche centinaia di metri. Il bus lo costeggia tutto da Herceg Novi, pubblicizzata da molti operatori ma francamente insignificante, fino a giungere al fondo della gola, ove sta incastonata come una fortezzza sulla muraglia cinese la deliziosa Kotor, Cattaro in italiano, colonia veneziana e scrigno di bellezza. Anch’essa cinta da alte mura, è una cittadina davvero deliziosa, in una posizione davvero incredibile sovrastata da altissime montagne al’apparenza impossibili da scavalcare. Davvero bellissimo anche l’isolotto di San Giorgio di fronte, Risultati immagini per kotor islandda cui si ritiene che Bocklin abbia tratto ispirazione per il suo celebre dipinto “L’isola dei morti”. Un piccolo ulteriore consiglio: andateci piano con le cozze, io ci stavo per rimanere secco.

 

4°  e 5° giorno: Parco del Durmitor- Tara river

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Si cambia scenario e dal fondo del fiordo di Kotor si dice addio al mare Adriatico per addentrarsi nelle altissime montagne del Montenegro (il nome non è certo casuale), le Alpi Dinariche. Esistono diversi parchi di alta montagna, tra cui quelli del Monte Nero vro e proprio o quello della Biogradska ma il mio preferito è questo del Durmitor. Ci si arriva in bus o a bordo di un davvero suggestivo trenino a gasolio che sferragliando risale il canyon del Moraca fino ad un certo punto. Il parco è davvero stupendo, con possibilità di lunghe passeggiate e praticare spor come il rafting  e il canyoning in scenari davvero magnifici sul Tara river.

 

6° e 7° giorno: Guca

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Uno spostamento non proprio agevole a bordo di bus e del vecchio trenino per varcare il vicino confine serbo e raggiungere lo scalo ferroviario di Pozega. Da qui in taxi collettivi una trentina di km verso una località di aperta campagna denominata Guca, meta del tutto anonima per 350 giorni all’anno ma sede per due settimane in Agosto del più assurdo dei Festival musicali che potrete mai trovare in Europa. In una parola: un delirio. Si esibiscono ivi, senza soluzoni di continuità, giorno e notte, le orchestrine balcaniche, in prevalenza di etnia rom, di strumenti a fiato, trombe e tromboni, per dar luogo a quella musica balcanica nota agli appassionati di Kusturica e il cui artista di riferimento è Bregovic. Sono ritimi incalzanti e ossessivi, a cui la folla si abbandona in un crescendo alcolico senza rivali. Bottiglia di una fortissima grappa locale vengono trangugiate come acqua fresca mentre si balla e si mangia confondendo il giorno con le tenebre. Andateci se davvero avete voglia di qualcosa di pazzesco ed insolito, uno spaccato della follia balcanica, concetto declinato in una veste tutta sua a queste latitudini. Non mancano francamente i pericoli: uno dei leit motiv del mega-raduno è anche quello politicizzato del “revanchismo” serbo, e a migliaia fascisti e iper-nazionalisti serbi inneggiano ubriachi a criminali di guerra come Arkan o Karadzic, e la cosa francamente assai pittoresca non è. Comunque, un bel pezzo di questa incomprensibile cosa chiamata Balcani abita a Guca, la Woodstock serba.

 

8° giorno: Belgrado

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Dalla folle Guca arrivate in un capoluogo della Serbia meridionale chiamato Cacak, da ui in bus o treno per la capitale Belgrado. Ne ho già parlato in un altro itinerario, non è una città che amo particolarmente, anch se non priva di fascino con la sua fortezza alla confluenza del Danubio e della Sava, il suo elegante corso e il quartiere bohemien. La cosa che ve la farà maggiormente apprezzare è comunque la sua frenetica vita notturna

 

9° giorno: Timisoara

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In treno o con comodi ed economici taxi collettivi ci si sposta da Belgrado in Romania, ove la prima importante città che si incontra è la bella Timisoara. Una città d’arte di impronta asburgica, lontana ed alternativa a Bucarest. Qui a Timisoara ebbe inizio nell’89, per bocca di un coraggioso prete della minoranza ungherese, la rivolta contro il potere centrale del brutale dittatore Ceausescu. La città vanta delle piazze davvero bellissime ed adornate di palazzi variopinti, un’università antica e vitale ed una impronta cosmopolita che manca alla stessa Bucarest.Davvero un posto gradevole

 

10° giorno: Sibiu

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Esiste una definizione molto in voga, quella di città d’arte: ne fanno, a giusto titolo, parte Firenze e Praga, Varsavia e Siviglia, e tante altre città. Ma avete mai sentito parlare di Sibiu, in Romania? Beh questa come città d’arte tiene davvero botta a molte altre più titolate, eh! Innanzitutto precisiamo dove siamo ovvero in Transilvania, regione dal nome certo non inusuale per via del mito di Dracula. E’ una regione assai estesa della Romania e la più bella, piuttosto diversa dalla Valacchia pianeggiante oltre le altissime montagne dei Carpazi. Sibiu è una città principesca, dal passato florido testimoniato dalle vestigia dei suoi palazzi, abitata in prevalenza da una minoranza etnica tedesca. Un posto davvero romantico dove venire in coppia a mio avviso, da poco collegato anche con voli diretti dall’Italia. Ma qui a noi piace andare a piedi!

 

11° giorno: Sibiu o Sibiel

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A Sibiu potete starci benissimo due giorni ma, se avete voglia di un city break, beh allora fate una capatina nel villaggio di Sibiel, una decina di km da Sibiu, dal mio amico Sorian, ex professore di storia, ora vulcanico oste di questo posto singolare. La sua casa- fattoria sul fiume pare uscita dalla penna di Tennessee Williams, un posto dolcissimo e balordo dove adagiarsi a dormire nelle palafitte sopra il fiume e mangiare le trote da lui pescate. Oppure potete visitare le mille stranezze della casa, dal museo dell’era comunista alle mini-dighe dal proprietario costruite “per favorire il capitalismo in Transilvania”. Insomma una chicca nascosta, una hidden gem, che mi sento di raccomandarvi, davvero insolita, perché non la troverete facilmente su una guida.

 

12° giorno: Sighisoara

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Questa è la cittadina natale di Vlad Tepes, il conte Dracula per capirci…..e stando in Transilvania pare brutto non andarci. Tutto ovviamente è consacrato al mito del suo più illustre cittadino in questo posticino che pare un borgo della Toscana o dell’Umbria. Gradevole ma non imperdibile

 

13° giorno: Lago  Rosso o dell’ Assassino

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Assai più pregno di fascino nonchè di quel connubio di mistero e terrore che potrebbe alimentare il mito di Dracula, è invece il Lago Rosso o dell’ Assassino, un bacino lacustre che assume questa incredibile colorazione rossastra per via di un ruscello di argilla suo immissario. La dizione “lago dell’ Assassino” è dovuta, oltre che al colore rosso che rievoca ovviamente il sangue, ad una keggenda per cui qui avrebbe perso la vita un pastore con le sue pecore sotto una frana durante la costruzione di una diga. Da quel giorno l’acqua ha assunto quel colore (è vero, perchè prima quel ruscello sfociava altrove) e ne il corpo del pastore ne di alcuna delle sue mille pecore è mai stato trovato. Ovviamente vi apparirà di notte piuttosto incazzato, mentre siete in una splendida baita di montagna, qui nelle selvagge gole del Bicaz. Indimenticabile dormire qui.

 

14° giorno: Brasov

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La capitale amministrativa della Transilvania, città storica e piena d’arte, con una cattedrale davvero bellissima. Simile a Timisoara con queste sue larghe piazze, Brasov è anche sede di turismo invernale per via delle sue montagne dove praticare lo sci nei mesi invernali

 

15° giorno: Sfantu Gheorghe- Delta del Danubio

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Cominciare col premettere una cosa, anzi due. Sfanthu Georghe è il nome di due posti diversi in Romania (dopotutto significa semplicemente San Giorgio). Uno è ubicato proprio vicino Brasov su un lago ma non è quella la nostra destinazione. La nostra Sfantu Gheorghe si trova ove il Danubio, dopo un viaggio di migliaia di km, si getta nel mar Nero, una selvaggia regione di paludi pressochè disabitata, al confine con l’Ucraina. Seconda cosa: è un posto magico, che buca l’anima. Ho lasciato un pezzo di cuore in questa regione remota e difficile a raggiungersi, dopo uno spostamento in treno fino a Tulcea e uno in nave lungo i canali. Si vive sospesi in un limbo, tra vacche e cavalli che girano allo stato brado e uccelli che oscurano la luce del sole. Vi ritornerò, andateci anche voi prima che potete e rivivrete le sensazioni del poeta Ovidio, qui esiliato. Allego la emozionata descrizione fatta del posto nel mio diario originale Transbalcanica Express. :

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“Transbalcanica Express.
“Passammo l’estate su una spiaggia solitaria…e ci arrivava l’eco di un cinema all’aperto…” i versi di questa canzone, neanche troppo originali poi, di Battiato non so perchéo hanno sempre affascinato, al punto da spingermi a cercarla una spiaggia solitaria che si adattasse alla descrizione del testo. L’inizio della ricerca muoveva ovviamente da Capri, con le sue spiaggie di ineguagliata bellezza certo, ma il problema restava ahimè l’aggettivo “solitaria”, che a Capri, tra i bambini che scacazzano sul bagniasciuga, le perete che starnazzano per l’abbronzatura poco uniforme e i motoscafandri dei camorristi castelluonici che sfreccian a 5 metri dalla riva, resta chimerico…Ma alla fine l’ho trovata la spiaggia di “Summer on a solitary beach” di Battiato: si chiama Sfantu Gheorghe, nel delta del Danubio ( c’e un posto con un nome uguale anche in Transilvania). Incredibilmente ci sarebbe più o meno anche il cinema all’aperto, giacche’, qui, in uno degli angoli più remoti d’Europa, organizzano pure un Festival del cinema, dicevo incredibile perché a stento qui arriva l’elettricita. Ma Sfantu Gheorghe e’ anche molto altro, perché non e’ quasi nient’altro: non e’un paese, ma un aggregato di capanni poggiati sulla ghiaia del Danubio arrivata qui con la corrente chissà d dove, dalle Alpi Retiche, dai Carpazi, dalla Renania, le strade non ci sono, sono striscia di sabbia in cui ad ogni angolo compaiono vacche in libertà che sembrano divinita’ indiane, i cavalli corrono alla stato brado tra i gorghi d’acqua ove il Gtande Fiume ( lo chiamano così qui) si getta in mare. Sulla spiaggia si azzuffano serpenti e rane, stormi di oche selvatiche attraversano il cielo oscurandolo, pellicani e aquile arpionano lucci che sembrano coccodrilli nei canali laterali, zanzare fameliche che si avventano su corpi avvinazzati di improvvidi campeggiatori, mentre i pochi abitanti del luogo si muovono a cavallo col lazo come gauchos della Patagonia. Il posto in effetti comunica una remotezza del tutto sconosciuta all’Europa ormai. Sfantu Gheorghe e’ in effetti una sorta di buco del culo dell’Europa, da intendersi in un accezione non negativa: qui le acque di mezzo continente vengono evacuate nello sconfinato Mar Nero, che Nero non e’ se non nelle plumbee notti di pioggia. Tutto e’etereo, la Natura sembra riempirsi e ricomporsi di mille vuoti, che Carla prova a rinchiudere nella tela. Dire che il tempo si e’fermato qui e’ troppo generico: a Sfantu Gheorghe il tempo sembra essere da sempre sospeso, fluire a rovescio o forse in circolo, persino l’alternarsi del giorno e della notte e’diradato nella luce opaca dei canali e delle paludi, da queste parti passo la nave degli Argonauti e sembra che Medea da queste parti avesse gettato in mare le membra del fratello fatto a pezzi…magari i cormorani sono ancora li a mangiarle le carni del fratello….Sfantu Gheroge rappresenta un qualcosa del pensiero filosofico che, chissà perché, l’uomo occidentale ha smesso da tempo di considerare: la percezione del Nulla”

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Ed eccoci, al fine giunti a destinazione, sul Mar Nero. Visto che non era così lontano?

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A come Atlante: Amazzonia

Questa rubrica sarebbe concepita, a dire il vero, per proseguire in ordine alfabetico ed ora sarei arrivato già alla lettera B di Botswana. Ma chiacchierando l’altra sera con un amico, mi sono reso conto di aver “perpetrato” un’omissione inaccettabile con la lettera A, relativa al posto più bello e incredibile dove sia mai stato: l’Amazzonia.

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Oddio, forse il lapsus non è stato casuale, nel senso che è assai difficile riportare l’Amazzonia in una definizione da atlante, nel senso che è difficile darle una collocazione geografica precisa, è per me quasi un luogo dell’immaginario e questa sensazione, per quanto inesatta, è aumentata dopo esserci stato.  Diciamo che l’Amazzonia tende ad apparire come una sorta di mostro informe, una creatura mitologica cangiante e priva di un centro, una casa ove aperta una porta, ne segue un’altra da aprire e senza soluzione di continuità un’altra ancora. Ad ogni schiudersi di battenti, la percezione del luogo si manifesta in una sua immensità attorniante, un magma che pare inghiottirti e intorpidirti

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L’Amazzonia è un mondo a strati: in quello più esterno arriva il telefono, la televisione, poi v’è uno strato ove arrivano le strade e con esse le ruspe, il cemento, poi più dentro scompaiono le strade e con esse tutto l’occidente e persino la proprietà privata, fino ad arrivare quasi al cuore vergine ove regna una sorta di comunismo primitivo. Ancora più dentro, si è poco più di una foglia, una liana, una qualsiasi creatura soggetta al dominio incontrastato della Natura.

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Io l’Amazzonia l’ho visitata partendo dalla regione dell’Oriente ecuadoregno, dalla regione del Macas, non lontano dalle sorgenti del Rio delle Amazzoni, anzi dalle sorgenti dei mille fiumi che unendosi lo compongono. Uno di essi, il rio Macuma, costituiva il bacino principale dell’area in cui ci muovevamo,  sperduti in un ambiente che, con la sprovvedutezza folle che ci portavano dentro, non poteva che manifestarsi sulle prime ostile. In pratica ci avventurammo in due in una zona davvero impervia e fuori da ogni itinerario turistico, anche il più alternativo e coraggioso, una regione abitata dagli Shuar, il popolo indigeno noto ai più per l’usanza di lavorare e rimpicciolire i teschi dei nemici catturati in battaglia per ottenerne dei monili da esibire. Senza attrezzatura e con una cognizione del tutto vaga di cosa fosse l’Amazzonia, addentrarsi in una zona del genere: una follia pure, ma che ricorderò finché campo. Ci affidammo sulle prime ad una guida locale, rivelatosi poi un impostore che per una discreta somma ci mise in  contatto con un indigeno Shuar, un ragazzino di 11 anno che viveva in una missione di gesuiti e che teoricamente ci avrebbe dovuto scortare al campo dei nativi, ad almeno 4 ore di marcia da un cantiere edile, il punto- limite del “progresso” A quel punto ci saremmo dovuti spacciare per scienziati di un’università americana, dal momento che con cadenza annuale i nativi ospitano gli antropologi di questa università….Il ragazzino si dileguò dopo pochi km e arrivammo da soli in territorio Shuar in pomeriggio inoltrato. Se ci avesse colti la sera nel mezzo del cammino, in piena Amazzonia e senza equipaggiamento, saremmo durati come un gatto sul raccordo anulare, divorati da insetti o chissà quale altra fiera.

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Ho ritrovato proprio pochi giorni orsono il diario di quei giorni, un block notes fradicio di pioggia e ormai in gran parte illeggibile: ne sto pubblicando gli estratti un po per volta nella pagina Viaggio al centro della Terra. Ripropongo qui un passo non ancora pubblicato:

“Giorno 11-  25 Agosto. Giorno dell’anaconda.                                                                                         Ieri nel pomeriggio avevamo conosciuto quello che sembrava essere il capo-villaggio, Abel: L’abbiamo incontrato presso la sua tenda, a 20 minuti scendendo il fiume. Dentro la tenda polli, cani, l’inestinguibile focolare amazzonico di tronchi inceneriti e la moglie di lui, malata e sdraiata su di un’amaca che sembra un “Gauguin”. Dice di avere una spina nel piede, a mio avviso ha una gamba in cancrena e le regalo tutti i miei anti-infiammatori. Poi prende la parola Abel: lui, come anche Nancy al villaggio, non sa nulla della nostra venuta e nulla gli sarà mai comunicato (in che modo mai potrebbe essergli stato comunicato qualcosa??) ma accetta comunque sulla parola di farci da guida, scopriremo poi per pochi spiccioli. Ci condurrà ad una grotta entro la quale sta una cascata, un luogo sacro agli Shuar ove vive un anaconda, un serpente che può raggiungere i 7 metri di lunghezza. La notte amazzonica passa vicino al fuoco, circondati da mille rumori e milioni di stelle tra gli alberi. Risveglio con bagno nel fiume e si parte, machete in mano e stivali ai piedi verso la Cueva de los Tayos. Fanno parte della compagnia anche il figlio di Abel e Jimmy, il figlio di Nancy, entrambi deidti alla pesca di “sardinas” (piccoli pesci fluviali) col machete lungo il rio. Il rio, appunto: lo risaliamo fino ad arrivare a questa mitologica caverna abitata da uccelli e serpenti. E’ un’avventura degna di un film holywoodiano. risalendo il fiume, la vegetazione si fa via via più fitta. Alberi, bambù, felci, liane, orchidee e quella mariposa azul, la farfalla azzurra che sembra seguirci ed indicarci il cammino da quando siamo in Amazzonia. amazzonia6Incontriamo la prima cascata; Abel emette un grido che forse per la vibrazione fa cadere giù acqua. Ci addentriamo sempre più nella gola nel fiume. Al fondo, ecco la caverna, abitata da uccelli, los Tayos simili ad avvoltoi, che prendono a volteggiare, e un animale mitologico, così dice Abel. Entriamo. Ancora non riesco a credere di essere stato in un posto del genere. Dopo un centinaio di metri, con gli uccelli sempre più inferociti sopra le nostre teste e l’acqua fino alle ginocchia, arriviamo al fondo: C’è una cascata e dietro di essa la tana di un animale venerato dagli Shuar., un anaconda di 7 metri. Provo a scrivere di essere stato stato lì ma ancora non ci credo”

Ecco un video girato durante la salita del fiume 

Seguiranno una notte a caccia con Abel lo Shuar, la volta che ho avuto più paura, sperso nelle urla del silenzio della notte amazzonica, con serpenti sibilanti a pochi cm da noi e mille altre insidie, e giorni magici ormai accolti dalla fantastica comunità Shuar del villaggioamazzonia8

Prima di andar via, dopo averci onorato con un luculliano pranzo a base di un pollo appena scannato e cucinato con erbe indigene, ci rivelarono che ovviamente avevano perfettamente capito, sin dal primo istante, che non eravamo affatto due scienziati di quella fantomatica università americana per cui ci spacciavamo. Nondimeno ci avevano accolto perché eravamo sembrati persone buone. Eppoi perché altrimenti saremmo morti.

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No, non sono capace di descrivere a parole il vissuto di quei giorni magici; penso quasi ogni giorno a Nancy e la sua famiglia al villaggio Shuar, destinati come le lucciole di Pasolini a scomparire presto, sopraffatti dalla barbarie “civilizzatrice” di asfalto e cemento che avanzava a poche decine di km da loro. Sono tuttora convinto che, se per qualche bug della storia, quegli indios fossero messi di incanto a presiedere il Consiglio delle Nazioni Unite o qualche organo deputato a declinare gli alti destini del mondo, forse avremo qualche speranza di salvarci, ma ovviamente è un’utopia e quegli indios vagheranno a quest’ora in qualche periferia urbana alcolizzati o schiavizzati in qualche missione cattolica. L’Amazzonia è anche questo, un mostro mitologico si, ma l’unico che nuoce a se stesso invece che agli altri.  Ma proprio come lucciole, o meglio come stelle, la luce di quegli indios fantastici conosciuti quei giorni arriva ancora oggi a me in ritardo, proprio come quelle delle stelle di qualche galassia lontana, che forse oggi non esistono più, ma che irradiano a noi umani la loro luce, che viaggia attraverso distanze siderali ed è perciò percepita da noi dopo molto tempo.

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Dire che non dimenticherò mai l’Amazzonia è scontato, dire che qualcosa di quel mondo unico e transeunte rimarrà per sempre di me lo è ugualmente, ma parole più idonee purtroppo non ne conosco. E serberò finché campo una gratitudine ed un’ammirazione eterne per quegli indigeni Shuar, dovunque essi siano ora.

Strade: da Budapest a San Pietroburgo in 15 giorni

Dall’Italia prendete uno dei tanti voli low-cost alla volta di Budapest o seguite l’itinerario proposto la volta scorsa, quello di una settimana dal nostro paese fino proprio alla capitale ungherese, e poi iniziate questo affascinante percorso di 15 giorni alla volta di San Pietroburgo, tra città storiche e una natura insolita e cangiante. La distanza da percorrere appare notevole ma gli spostamenti sono concepiti in maniera non troppo impegnativa, non più di 2-3 ore al giorno

Partenza: Budapest

Arrivo: San Pietroburgo

Durata: 15 giorni

Budget: da 1.000 a 2.500 €

Paesi attraversati: Ungheria, Slovacchia, Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Russia.

 

1° giorno: Parco Nazionale di Hortobagy- Eger

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L’Hortobagy è molto più di un parco naturale: è un ecosistema a se stante. Qui vi troverete al centro della “puszta”, la versione ungherese (ed europea, giacché ne è l’unico esempio nel nostro continente) della steppa. Si tratta di un verde e arido territorio compreso tra le pianure alluvionali del Danubio e del Tibisco, da cui per motivi climatici assai particolari non riceve acqua, dando luogo a questo ecosistema tipico di altre latitudini. In questo territorio, peraltro piuttosto esteso vivono gli abilissimi csikos, la risposta magiara ai cowboy, capaci di questo numero incredibile ritratto in foto: cavalcare in piedi su due cavalli venendo trainati da una muta di altri cinque. I csikos sono allevatori del pregiato maiale lanoso (quello da cui si ricava il noto salame ungherese) e della pecora, anch’essa lanosa ovviamente, dalle corna ritorte. Dopo una giornata nella puszta, potete scegliere di soggiornare nel parco stesso e dirigervi nella vicina e graziosa Eger, città storica e sito di una famosa battaglia tra Magiari e Ottomani. Eger è nota anche per i pregiati vini, tra cui l’unico “Sangue delle belle donne”,  risalente proprio all’epoca della battaglia e che prende questo curioso nome per via di un boccaccesco malinteso, un misundertanding diciamo oggi, che sarà piacevole farvi raccontare dai vecchietti del paese. In estrema sintesi, il vino che colorava la barba dei guerrieri ungheresi posti sui nervi del castello veniva scambiato dagli assedianti turchi per mestruo femminile…

 

2° giorno: Grotte di Aggetelek-  Parco Nazionale del Paradiso Slovacco

aggtelek-national-park1Da Eger partite in bus attraverso la dolce regione dei monti Buck, fino a raggiungere la località di Aggtelek, proprio sul confine con la Slovacchia. Qui è situata una zona di vastissime cavità naturali, capaci di assumere conformazioni uniche e affascinanti. Le grotte tra l’altro corrono propio sotto il confine ed è l’unico caso al mondo in cui un confine statale può essere varcato sottoterra, dentro una grotta….ma preparatevi al freddo, perché la temperatura all’interno è vicina allo zero, tant’è che esiste un enorme lago ghiacciato sotterraneo dove, negli anni,70, si allenava un campione di pattinaggio cecoslovacco. in quegli stessi anni, quella della cortina di freddo, in molti provarono a varcare quel confine sotterraneo per sfuggire ai regimi dei propri paesi, ed alcuni non sono mai stati più ritrovati, tanto che si pensa che i loro fantasmi continuino a vagare in queste grotte sconfinate. Una volta varcato il confine, giunti in Slovacchia nella città di Roznava, fate subito tappa per uno dei graziosi villaggi dello dello Slovensky raj, il “paradiso slovacco”, in una bellissima natura tra laghi cascate e ancora grotte. Io raggiunsi un minuscolo borgo chiamato Dedinky, sulle rive di un lago bellissimo, un po inquietante perché pareva popolato anch’esso di fantasmi ma bellissimo.

 

3° giorno: Levoca- castello di Spis

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Proseguite in bus per un’oretta alla volta di Levoca, graziosissima cittadina medievale su suolo slovacco cinta da robuste mura. Pochi km a est sorge il simbolo nazionale della Slovacchia (oltre il calciatore Marek Hamsik, s’intende): il castello di Spis ritratto in foto, sede nel mese di Luglio anche di un bizzarro festival di stregoneria ed arti occulte

 

4° giorno: Zakopane

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Scavalcato un altro confine, questa volta non sottoterra ma molto più alto, giacché si tratta di attraversare gli aguzzi monti Tatra, sarete alfine nella “Cortina d’Ampezzo polacca”, Zakopane, rinomata località sciistica della Polonia, apprezzabile nella bella stagione anche per la possibilità di escursioni naturalistiche di pregio. Ma anche in estate, copritevi bene: ricordo di essere durato poche ore il loco per via della temperatura che in pieno agosto non superava i 5 gradi!

 

5° e 6° giorno: Cracovia

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Senza esitazioni, una delle città più belle d’Europa. Con la sua Piazza del Mercato che pare finta per quanto è bella, il castello del Wawel dove ammirare “La dama con l’ermellino” di Leonardo”, il ghetto ebraico del Kasimiert, la Florianska e i concerti di Chopin in una delle sue tante chiese, Cracovia è un gioiello assoluto, un luogo da visitare più di una volta nella vita. Parliamo di una città che ha vissuto il peggio del nazismo e del comunismo e che è saputa risorgere per tornare a far pulsare quel suo cuore intimamente europeo. Lasciatasi alle spalle i periodi bui, la città è tutto un fiorire di gallerie d’arte, eventi e una vita vibrante immersa nella bellezza. Da non perdere, la visita al vicino campo di concentramento di Auschwitz, altro luogo da visitare ahimè almeno una volta nella vita e circa il quale è meglio forse non dilungarsi in alcuna considerazione.

 

7° giorno: Varsavia

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Altra città segnata tragicamente dal conflitto mondiale e dai regimi che si sono succeduti, la capitale polacca sta rialzando anch’essa la testa dal grigiore di epoche buie. Il fardello di Varsavia è tuttavia più pesante di quello di Cracovia, nel senso che le distruzioni della guerra sono state più pesanti ed hanno investito nella sua pressoché totalità il centro cittadino :la celebre insurrezione del Ghetto di Varsavia culminata con la sopraffazione da parte delle truppe naziste lasciò solo macerie. Ma proprio da queste macerie la città è ripartita, nel senso che come tanti lego sono state rimesse insieme per ricreare il centro storico nella sua veste (quasi originaria”, tanto da meritare l’egida di sito Unesco come miglior sito ricostruito. Varsavia è una città estremamente vitale, ai limiti del caotico, con una parte di città ancora consegnata alle brutture del socialismo reale ed un’altra protesa verso un futuro fatto di mille luci ed insegne. Complessivamente, non una delle mie città preferite, ma comunque da visitare.

 

8° giorno: Augustow e i laghi Masuri

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Dalla capitale polacca fare rotta a est, verso il confine lituano: sorge qui una regione lacustre molto popolare tra i cittadini polacchi per il turismo estivo, pressoché sconosciuta agli stranieri. In effetti, nelle giornate di bel tempo, i laghi Masuri, tanti e tutti collegati tra loro, offrono possibilità di molteplici attività come vela, nuoto, mountain bike (tanti i km ciclabili a bordo lago, pesca e molto altro. Estremamente rilassante trascorrere qualche giorno qui, trascorrendo la sera dinanzi a fritture di pesce di lago e vodka fatta in casa (che i locali paiono buttare giù come acqua fresca). Graziosa anche la città storica di Augusto, per via delle posizione strategica sito di diverse cruente battaglie dai tempi di Napoleone alla Prima e Seconda guerra mondiale.

 

9° giorno: Vilnius

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Oggi si entra in Lituania e si giunge nella sua capitale, la bella Vilnius, una cittadina piuttosto piccola ma occupata quasi interamente da un bellissimo centro storico (tra i più grandi al mondo classificati come tali). Uno scrigno medievale di bellezza, disseminato di chiese gotiche e barocche. Ottima anche la cucina lituana, orgoglio nazionale insieme al basket. Da visitare anche i dintorni di Vilnius, in particolare il castello di Trakai, situato su un bellissimo lago e che sembra uscito da una fiaba.

 

10° giorno: Nida e la penisola curlandese

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Da Vilnius raggiungete la vicina Kaunas e da qui imbarcatevi su un aliscafo fluviale che, solcando il fiume Nemusas e una articolata rete di canali, in poche ore vi recapiterà sulle rive del mar Baltico, in un luogo magico e amato da grandi  poeti e filosofi, da Sartre a Kant (nato a pochi km da qua, a Konisberg, oggi Kaliningrad). Ecco un’altro ecosistema unico e fragile, quelle delle dune di sabbia della penisola curlandese, col suo capoluogo Nida, case sparse su una striscia di granelli dorati che il vento o le onde paiono poter portar via da un momento all’altro. Un posto stupendo davvero, tutto da scoprire. E’ questa la “hidden gem” di questo itinerario, la gemma nascosta in questo viaggio.

 

11°  e 12° giorno: Riga

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Dalla Lituania ci si sposta in un’altra repubblica baltica, la confinante Lettonia e si dedicano due giorni alla visita della sua capitale, la bellissima Riga, una sorta di Amburgo con più fascino. Città molto vitale anche essa, Riga è da tempo divenuta una delle mete preferite del turismo europeo, anche forse in maniera troppo massiccia tanto da comprometterne parte della originaria autenticità.

 

13° giorno: Soomaa National Park

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Ancora laghi e acqua, tanta acqua ma per un ecosistema ancora diverso: questa volta è la tundra, taiga se preferite, a fare capolino. Il parco della Soomaa, in Estonia, a metà tra Riga e Tallinn, è un mondo semi-scoperto di paludi e abeti siberiani che saltano fuori come asparagi giganti dal suolo. E’ possibile anche aggirarsi in barca in questo bellissimo parco, fuori dai sentieri più battuti. Alloggiate in qualche eco-logge nei pressi del capoluogo della regione, la cittadina che porta il curioso nome di Sandra, e abbandonatevi alla desolata bellezza dei luoghi.

 

14° Tallinn:

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Siamo come già detto ormai in Estonia, ed ecco apparire anche la terza delle capitali delle repubbliche baltiche, la piccola Tallinn, probabilmente la più belle delle tre. Dentro quelle altissime mure sorge davvero un gioiello di cittadina dal passato glorioso, sede sin da tempi remoti di traffici commerciali importantissimi: passa infatti da qui la “via dell’ambra”, percorsa da mercanti della Lega Anseatica e di mezza Europa.

 

15° giorno: San Pietroburgo

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Un treno notturno oppure un bus per uno spostamento finale un po più lungo dei precedenti, ed eccoci di fronte all’Hermitage di San Pietroburgo. Naturalmente ci sarebbero anche il palazzo d’Inverno, il teatro e altre mille bellezze da scoprire qui ma lascio farlo a voi: a me interessava solo condurvi a destinazione evitando la banalità di un aereo

 

 

 

A come Atlante: Botswana

Già, il Botswana:

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questo paese dal nome assai esotico e che al solo pronunciarsi rimanda a luoghi lontani ed inospitali, tanto che sovente lo si usa come iperbole per indicare una provenienza improbabile o balorda- “ma da dove vieni? Dal Botswana??”. In realtà difficilmente vi capiterà di incontrare qualcuno che da li in effetti provenga, giacchè i suoi abitanti sono molto scarsi, poco più di un milione e mezzo , meno della proncincia di Napoli pr intenderci, su una superficie estesa quanto Germania e Francia messe insieme.  Il Botswana vanta infatti il primato di paese al mondo con la densità di abitanti per km/q più bassa la mondo: 2,3  (per fare un raffronto, basti pensare che la stessa zona di Napoli ha una densità di circa 4.000 persone per km quadrato!). Rischierete di soffrire di solitudine insomma in Botswana oppure troverete la libertà che avete sempre agognato, a voi la scelta.

 Kalahari Desert - Image credit: kerdowney.com

La ragione di tanta “solitudine” risiede ovviamente nel clima, decisamente arido ed inospitale, occupato per un buon 90% dal Kalahari, in lingua boscimane “Kalahagdar”, Terra della Sete: un deserto di dimensioni sconfinate e condizioni pressochè proibitive per la gran parte degli esseri umani. Distinguevo “la gran parte” dalla “totalità” degli uomini perché, invero, qualcuno della nostra razza in grado di abitare in luoghi così ostili ci sta ancora: si tratta dei cd Boscimani, traduzione dell’inglese “bushmen”, uomini del bush insomma, la vegetazione di rovi e cespugli tipica del Kalahari (che infatti solo in una piccola zona centrale assume la conformazione tipica del deserto sabbioso con le classiche dune). Risultati immagini per bushmen

Incontrare questo popolo, tra i primi ad apparire sulla Terra, è stata una delle esperienze che più mi ha colmato il cuore di gioia ed anche di tristezza, se ripenso alle condizioni sofferenti e di assoluta marginalità in cui vivono. Ecco un estratto del mio diario di viaggio “Tropico del Capricorno”, redatto a caldo durante la avventurosa visita ad una comunità di Boscimani: ”

L'immagine può contenere: 2 persone, persone che sorridono

“Lasciamo la civiltà moderna in uno dei suoi esempi deteriori, un postaccio fatto di baracche che poi sarebbe la terza città del Botswana ed è chiamato Ghanzi, parola che in lingua indigena significa “mosche”, chissà come mai. Segue per una settantina di km una pista di sabbia, nella quale però qualcosa va storto: si rompe l’asse del rimorchio che abbiamo dietro la jeep e dobbiamo lasciarlo li con una delle due guide indigene a sorvegliarlo. Resterà lì tutta la notte.L’altro ci accompagna fino al villaggio dei boscimani, da raggiungere necessariamente prima de tramonto, poi torna indietro con l’idea di recuperare il rimorchio e il collega, ma anche lui non farà ritorno. Siamo soli tra i boscimani, senza zaini, tende, sacchi a pelo e provviste, tutte cose rimaste nel rimorchio impantanato. In poco più di mezz’ora l’intero nostro bagaglio di tecnologia e conoscenza occidentale fatto di macchine fotografiche, carte di credito, transazioni e ammennicoli vari si azzera di fronte alla millenaria sapienza boscimane. Basta che il sole tramonti e la temperatura precipiti come uno Stuka a gradi vicini allo zero per metterci completamente in ginocchio dinanzi a loro a supplicarli di accoglierci e accendere il fuoco con la pietra focaia. Io in bermuda ed espadrillas sono il primo a crollare, ne seguirà una notte molto difficile in una tenda di fortuna con solo una bellissima stuoia di vimini datami dai nativi ma in cambio della quale avrei preferito un piumone di merda della Standa.
Ma queste sono le cose brutte, poi ci stanno quelle belle, cioè loro, the People of the Sun. Il nome di Bush- men, da cui l’italianizzazione “boscimani” ha infatti una valenza dispregiativa e razzista per loro. Sono bellissimi, hanno tratti somatici che sembrano avere levigata in viso tutta la storia dell’umanità, e in effetti l’etnia San (questa volta scritto con la a) e’ una delle più antiche di cui sii ha traccia . Come gli indiani d’America hanno nomi mutuati dagli animali circostanti, così che il vecchio capovillaggio si chiama Tartaruga, il suo apprendista Struzzo che fugge , la moglie Antilope e così via. Li ascoltiamo estasiati dinanzi al fuoco, dipendiamo da loro come bambini dalla madre, come scaldare l’acqua, ove posizionare le tende in un posto pieno di serpenti velenosi. La saggezza di Capo Tartarugs si appalesa ad ogni sillaba, Struzzo che fugge, l’unico a parlare inglese, ci ripete che tutto quello che loro hanno proviene solo dal Bush circostante: il Bush e’ la loro casa, la loro sorgente, la loro riserva di caccia, il loro ospedale, la loro culla e la loro tomba.
Gli storici e i sociologi collocano intorno a seimila anni fa il passaggio di quasi tutte le culture dallo schema cacciatore -raccoglitore a quello allevatore- coltivatore: anche il testo sacro della Bibbia, databile a quella epoca, riprende secondo alcuni nella metafora di Caino e Abele la lotta tra l’uomo cacciatore e quello allevatore – coltivatore , con la vittoria del secondo impersonato da Abele. I Boscimani sono invece rimasti cacciatori- raccoglitori: non rinchiudono gli animali ne coltivano la terra ma cacciano e usano bacche e radici per curarsi. Ma solo una lettura miope e monocorde della storia può vedere in ciò una mancata evoluzione. Struzzo che fugge riesce a capire dallo sterco di un animale dove esso è localizzato, se ha già bevuto o è diretto alla pozza per abbeverarsi. Il Capo Tartaruga si congeda da me che gli facevo mille domande con una frase che ricorderò finché campo: “nel mio mondo io so che solo il leone e il serpente possono farmi del male ma io non li temo, perché li conosco. Nel vostro mondo invece ci sono invece migliaia di cose che
possono farmi del male, ma sono cose che purtroppo io non conosco. Ma il problema , amico mio, e’ che neanche voi stessi le conoscete.”

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Ecco anche un link ad un video che ritrae La Gente del Sole ballare intorno al fuoco

La danza dello struzzo

Ad ogni modo, il Botswana è sì tanto deserto ma riesce ad essere anche molto altro e qualcosa di molto diverso: nella regione settentrionale, a confine con Namibia e Zimbawne, esiste uno dei luoghi più incredibili e singolari al mondo, il Delta dell’Okawango.

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Come potete facilmente constatare, di deserto qu se ne intravede poco e l’elemento predominante è un altro, l’acqua come in ogni delta. Ma i delta solitamente si trovano laddove il fiume sfocia nel mare, e il Botswana non ha sbocchi sul mare. E allora? e allora succede che questo gigantesco fuoco, che nasce in Angola e attraversa la Namibia, muore nel bel mezzo del Nullla del Kalahari, a migliaia di km dal mare, dando luogo ad uno degli ecosistemi più irripetibili che esistano al mondo: una sorta di palude estesa quanto il Belgio ove prolifera una vita impossibile a pensarsi solo pochi km oltre, ove regna il Kalahari.

Sognavo sin da bambino di recarmi un giorno nel Delta dell’Okawango, un bel giorno ci sono riuscito

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Anche in questo caso preferisco affidare al ricordo alle pagine del diario redatte in quei giorni magicid i acqua e fuoco

“Giorno 11
I vascelli inglesi che solcavano gli oceani nel diciassettesimo e diciottesimo secolo alla ricerca di nuove terre da esplorare annoveravano a bordo un’eterogenea composizione di uomini e figure professionali: vi erano ovviamente marinai ufficiali e ciurma, vi erano poi soldati ed emissari diplomatici incaricati di trattare coi dignitari nativi per conto di Sua Maestà, e vi era poi, caso peculiare delle navi inglesi, una vera e propria equipe di scienziati al seguito: biologi chiamati a censire le nuove specie animali, antropologi incaricati di studiare le nuove popolazioni incontrate, geologi, ingegneri minerari e altri. Ma una figura assolutamente peculiare e irripetibile era quella rappresentata dagli assaggiatori: si, assaggiatori ma non di vino o dello scadente rhum di bordo bensì di acqua: l’acqua del mare, che dovevano bere non appena la nave gettava l’ancora su una terra sconosciuta, al fine di stabilirne il livello di salinità o meglio di dolcezza e riuscire più o meno a stabilire la vicinanza o meno di un fiume d’acqua dolce e quindi potabile.
Dubito che tale affascinante figura professionale abbia mai potuto prosperare in Botswana ai tempi in cui David Livingstone la esploro’ per primo battezzando la Beciuania: la presenza di “assaggiatori” e’ da escludere perché in Botswana il mare non c’è ma in generale e’ proprio l’acqua ad essere assente, il maestoso Kalahari occupa circa il 90% del territorio. Vi è tuttavia una robusta e vibrante eccezione alla Terra della Sete: dalla vicina Angola un possente fiume ivi chiamato Kubango scende a sud tagliando il Caprivi Strip namibiano ove prede il nome di Kavango, raccoglie a se le acque di molti fiumi circostanti fino a entrare in Beciuania e sfidare il gigante Kalahari. Acqua azzurra contro sabbia rovente, una sfida tra elementi primordiali che ammette un solo vincitore, ed è il Kalahari: il pur possente fiume non riuscirà’ mai a raggiungere il mare e a liberarsi delle spire di sabbia del gigantesco deserto, nel quale va a prosciugarsi e morire. Ma prima di soccombere, il fiume ora detto dai locali Okavango esala un ultimo rantolo, come un titano omerico morente che scaglia il suo ultimo masso: la mole d’acqua prima di prosciugarsi da origine ad un ecosistema paludoso unico al mondo, il più grande delta interno (ovvero lontano dal mare esistente), una inestricabile giungla di papiri, mangrovie bambù, coccodrilli, ippopotami e uccelli di ogni sorta: il delta dell’Okawango.
E’ un posto che sogno di vedere da quando sono bambino ed eccomi diretto li, quasi non ci credo! Ci separano da esso ancora altri 400km di “green Kalahari”, che percorriamo in jeep e dove l’unica presenza umana e’ data da due posti di blocco della zelante polizia dello Botswana, che ci perquisisce entrambe le volte da capo a piedi. Ma non sono insospettiti dalla presenza di armi, droga o preziosi, no: cercano carne. Si, la carne bovina, di cui il Botswana e’ un grosso esportatore mondiale. Tale vendita ai mercati europei di ane costituisce la voce pressoché unica del Pil locale (insieme ai diamanti, la cui estrazione però è gestita unicamente da olandesi) ed è quindi spasmodica l’attenzione dei governanti locali per le mandrie e gli allevatori. Ma dai tempi della mucca pazza in poi l’Europa esige la tracciabilita’ e una vasta garanzia sanitaria sulla carne, cosicché 5 anni fa un’epidemia di peste bovina incenerì’ l’economia del paese: i politici locali, una giunta di militari di estrema destra, attribuirono la colpa agli stranieri untori della peste, ed ecco spiegati i controlli a tappeto sulla nostra jeep alla ricerca della eventuale carne appestata. Ci aprono e sezionano i sandwich con le dita, li analizzano, poi, appreso che si tratta solo di pollo, veniamo scagionati e ci vengono reincartati e restituiti i panini……ci mancava solo che dicessero “buon appetito ragazzi!”: dopo averli aperti e ispezionati con le mani, che se li mangiassero loro sti panini di merda!
La vivisezione dei panini non è cmq l’unica ne la peggiore anomalia ingenerata dalla sfruttamento intensivo dei pascoli. Gli allevatori boeri sottraggono la terra ai nativi per destinarla ai pascoli. Da sempre a ben vedere gli allevatori sono il braccio armato e sporco dei pionieri: pensate al far west e ai cowboy, nella iconografia cinematografica non erano loro forse a cacciare indietro gli indiani? Lo schema di conquista dei nuovi spazi e’ proprio quello di cui parla il filosofo Karl Schmitt: occupare/ ripartire/ recintare. Qui il recintare ingenera un disastro del tutto peculiare : se e’ vero che dal recinto non scappano le vacche, poi e’ altrettanto vero che così restano bloccati anche leoni, antilopi, bufali e gnu che dovrebbero migrare per migliaia di km.
Cmq dove andiamo noi, non ci arriva l’Uomo Bianco coi suoi allevamenti: in quella selva inestricabile di giunchi e papiri e liane ci abitano solo i Kavango, i river- people.
Li raggiungiamo a tarda sera, con le stelle che si specchiano una ad una nella laguna, ma siamo ancora del tutto ignari dello spettacolo incredibile che la luce del giuro ci riserverà l’indomani.”

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Una volta nella vita, forse due, capita ai più fortunati tra gli uomini di andare in Botswana: io sono stato tra quelli

 

Strade: da Roma a Budapest in una settimana

Ecco un itinerario semplice ed estremamente gradevole per arrivare dall’Italia alla non troppo lontana Budapest, prescindendo dalla banalità di un volo low cost ed viaggiando ad un’altra velocità in posti bellissimi e non ancora troppo inflazionati, con spostamenti tutti di breve durata ed estremamente agevoli

Partenza: Italia

Arrivo: Bupest

Durata: una settimana

Budget: da 500 a 1.500 €

1° giorno: Trieste

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Da Roma o dal vostro punto di partenza in Italia raggiungete l’elegante Trieste, città di frontiera protesa a Est e con questa bellissima piazza protesa verso il mare, la chiave d’ingresso per la Mitteleuropa

 

2° giorno:  Caporetto

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Il nome del luogo evoca uno dei passaggi cruciali della nostra storia recente, e una visita appare imprenscindibile Arrivarci da Trieste è semplice quanto affascinante: varcata la frontiera con la Slovenia (a pochi passi praticamente), dall’abitato di Nova Gorica salite su un romantico trenino di inizio Novecento, costruito appunto ai tempi della Prima Guerra Mondiale. Con esso risalite tutta la bellissima valle dell’Isonzo, dove si consumò la tragica epopea dei soldati italiani impegnati su questo fronte nella Grande Guerra. Capoluogo della regione è infatti proprio la nota Caporetto, oggi Kobarid in Sloveno, dove sorge un bellissimo museo della battaglia e dove è possibile percorrere le trincee e i camminamenti dei soldati italiani. Per i più sportivi anche la possibilità di fare rafting nelle acque gelate del verde Isonzo (Soca in sloveno) nonché di risalire fino a questa bellissima gola con annessa cascata, detta del Kozjak

 

3° giorno: Lago di Bled

Assumption of Mary Pilgrimage Church, Lake Bled, Slovenia
Assumption of Mary Pilgrimage Church, Lake Bled, Slovenia

Scommetto che vi piaccia molto la foto qui sopra: in effetti il lago di Bled è davvero bellissimo ed è uno dei simboli della Slovenia, paese piccolo e verdissimo. Al lago di Bled ci si arriva da Caporetto dopo aver completato la risalita della valle dell’Isonzo ed esseri poi inerpicati sull’altissimo monte Triglav (monte Tricorno), altro simbolo nazionale, dalle caratteristiche tre cime aguzze da cui il nome. La strada che conduce in alto riporta ad un altro drammatico passaggio passaggio della Grande Guerra, prendendo il nome di “Strada dei Russi”, dalla nazionalità dei prigionieri che la edificarono per rifornire il fronte dell’Isonzo dalla parte austriaca. Scavalcato il Monte Tricorno e superata la dimenticabile Granisca Gora, sorge questo bellissimo lago con l’isoletta al centro. Consiglio gastronomico: le trote arrosto!

 

4° giorno: Lubiana

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La capitale della Slovenia è una città tutto sommato piccola ma estremamente vitale e dall’impronta cosmopolita, assai poco “jugoslava” e molto più proiettata verso la Mitteleuropa. La sua stessa architettura, di epoca prevalentemente asburgica, la colloca nel solco di una tradizione più centro-europea che balcanica. Davvero una meta estremamente piacevole

 

5° giorno: Ptuj

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Con questo nome che pare uno starnuto, forse Ptuj potrebbe non dire molto a parecchi di voi: Eppure si tratta davvero di una “hidden gem”, uno scrigno di bellezza tutto da scoprire, piccolissimo quanto prezioso. Collocata ad un centinaio di km forse meno ad est di Lubiana, Ptuj sorge in effetti appena oltre le Alpi, quando i monti lasciano ormai spazio alla pianura alluvionale dei grandi fiumi della Pannonia, Danubio, Sava e Drava. Da qui fino a Budapest non vedrete una montagna più alta di un cavalcavia ed il paesaggio sarà piatto come quello di una frittella: a proposito, qui a Ptuj ne fanno di buonissime ripiene di albicocche. La cittadina è davvero deliziosa con le case rosse e la piazza abbarbicata sotto la rocca, ove si tiene anche un bizzarro festival dal binomio irresistibile: vino & scrittura. Completate l’idillio con un luccioperca (il nome in lingua slava suona meglio per questo bel pesciolone della Sava) alla griglia, proprio in riva al fiume.

 

6° giorno:  Lago Balaton

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“Il mare di Ungheria” sorge poco oltre il confine sloveno e un po prima della capitale Budapest, in una verde regione quasi disabitata. Un comodo treno da Ptuj vi permetterà una sosta qui, prima di raggiungere la capitale Budapest. Il Balaton è un lago piuttosto esteso e con diversi siti interessanti, dalla storica Keszthely alla moderna Siofok , “la Ibiza” del Balaton, capitale dei divertimenti e dei balli sfrenati, a voi la scelta

 

7° Budapest:

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Un’oretta ancora di treno ed eccoci a destinazione nella bella Budapest, di cui forse saprete già tutto o molto perlomeno. Mi limito a qualche minuscolo consiglio, neanche troppo ricercato: le terme Gellert davvero bellissime e, per la notte, i cd “locali in rovina”, pub e locali notturni ricavati dentro palazzi fatiscenti riattati a luoghi cool d’incontro. Ma forse ormai saranno superati da chissà quale nuova tendenza, vista la velocità a cui si viaggia in questo settore modaiolo. Altro consiglio il mercato delle pulcidi Ecseri, qualche km fuori città

 

 

Strade: da Venezia a Istanbul in 15 giorni

Start: Venezia

End: Istanbul

Durata: da 12 a 15 giorni                                                                                                                         Budget: da 1.000 a 2.000 €

Il primo itinerario da proporvi è tanto semplice quanto suggestivo: unisce due località dall’immenso fascino, storiche città secolarmente nemiche tra loro, chiamate a gareggiare per il primato sui mari e sulla terra, e forse anche in bellezza: Venezia e Bisanzio, le flotte col vessillo di San Marco e di Costantinopoli che si scontrano come a Lepanto o altrove. Oggi proviamo a unirle, passando un po dal mare e un po dalla terra, scoprendo un mondo ricco di sorprese-

1° giorno: Venezia- Pola

Da Piazza San Marco dirigetevi al vicino molo a prendere un traghetto o anche un aliscafo della Venezia Lines in partenza per l’Istria: tra le varie mete proposte, fate rotta su Pola

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capoluogo della penisola d’Istria e collocata proprio sulla punta di essa, in posizione così strategica sul golfo del Quarnaro da non poter essere trascurata sin dai tempi antichi. Qui infatti hanno sede vestigia stupende dell’antica Roma, tra cui un anfiteatro che gareggia col Colosseo in grandezza. Siamo in Croazia ma tutto rimanda ancora oggi all’Italia, a cominciare dalla nutrita comunità locale fatta anche vittime di persecuzioni razziali negli anni del dopoguerra. La città è un proscenio a cielo aperto di bellezza oltre che un importante porto sull’Adriatico.

2° giorno: Parenzo e Rovigno

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Percorrete in bus la costa settentronale dell’Istria in bus o ancora in traghetto, la distanza è assolutamente esigua, e approdate prima a Rovigno e poi a Parenzo. Sono i nomi (italiani) di due borghi istriani talmente ben conservati da avere paura di poter rovinarne il selciato coi vostri passi. L’architettura é prettamente veneziana, come la loro storia. Da queste parti, negli anni delle guerre contro Costantinopoli, avevano il loro covo gli Uscocchi, la risposta cristiana ai predoni saraceni: si trattava di pirati che assaltavano le navi turche con coraggio e spirito di predoneria, al soldo di Venezia e anche del Papato, con cui facevano buoni affari uniti dal comune Nemico, i Saraceni. Scegliete per pernottare quello dei due borghi che vi sia risultato di maggiore gradimento, magari alloggiando in una “sobe”, economiche stanze di privati messe a disposizione dei turisti. Prima, però una mangiata di cozze e pescato locale è un must imperdibile.

3° giorno: Laghi di Plivice:

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Partenza di buon ora da Rovigno (o Parenzo) in bus alla volta di Fiume (Rijeka in croato), da qui un nuovo bus alla volta di Karlovac,  nell’interno della Croazia. Qui un nuovo cambio alla volta del parco naturale di Plivice. Partenza per le 7 di mattina, dovreste essere qui non più tardi delle 11. Appena fuori dal bus, capirete che ne è valsa la pena: si tratta di un parco naturale magnifico e spettacolare, con decine di cascate ravvicinate come le gimcane di una montagna russa d’acqua e vapore acqueo; camminerete su passerella in legno che paiono sospese nel nulla, ad accrescere la sensazione di trovarvi in un luogo della fantasia. E’ considerato uno dei parchi naturali più belli d’Europa, unico inconveniente è che lo sanno già in tanti ed è spesso affollatissimo. La sera potrete alloggiare in uno dei tanti eco-lodge che sorgono nei pressi.

4°  e 5° giorno: Zagabria

Un paio di ora di bus e sarete nella dinamica ed elegante capitale della Croazia, pregna di uno stile asburgico in ossequio alla lunga dominazione della casa d’Austria.tnx-9222-zagabria La città vanta begli edifici, sontuose chiese gotiche e una bellissima piazza. Si tratta di una capitale giovane ed allegra, dove spendere volentieri qualche serata di baldoria. Ricco il calendario degli eventi, a partire dalla scena musicale che spazia dalla tradizione della musica classica alle serate di tendenza con dj e locali alla moda. Potrete anche arricchire il programma con una gita giornaliera nella vicina Varadzin, prima capitale croata, un trionfo di barocco in una campagna che degrada verso l’Ungheria.

6° e 7° giorno: Vukovar- Osijek- parco del Kopacki Rit

In bus o treno verso il sud interno della Croazia, la fertile regione della Slavonia, per questo motivo contesa sin dai tempi antichi dai tanti popoli passati da qui. Gli ultimi in ordine di tempo sono stati proprio i Croati e i Serbi, che vivono poco più a sud: la zona fu intererssata dal ’91 al ’93 da aspri combattimenti, specie intorno alla città di Vukovar, che eroicamente resistette per oltre un anno agli attacchi serbi. La città, un tempo un gioielo barocco, porta ancor visibili gli scempi della guerra ed è un luogo della memoria senz’altro da visitare. Ma le meraviglie della regione giacciono altrove: a tavola, con la eccellente cucina della Slavonia fatta di cacciagione e altre prelibatezze, e nella natura, che soggiace bellissima e come dormiente. La regione sorge in prossimità del più grande bacino idrografico europeo, alla confluenza della Sava e della Drina, che poco più in basso confluiscono nel Danubio, dando luogo ad enormi pianure alluvionali. Ovunque volano uccelli in un paesaggio incantato quanto sonnolento, e quando parllo di uccelli parlo di anche di aquile pescatrici che ghermiscono con gli artigli giganteschi lucci dalle acque,e il tempo pare scorrere ad un’altra velocità.croatia_slavonia_nature_park_kopacki_rit_001-1 Fate base nella bella cittadina di Osjiek oppure in una delle tante fattorie- guest house. Qui sorge il parco del Kopacki Rit, il Parco della Pace, quella tra Serbi e Croati che abitano le due sponde dei fiumi posti proprio a confine. Nella lentezza e dolcezza del vivere dei luoghi, le mostruosità della guerra paiono un ricordo lontano. Non dimenticate una buona tonnellata di repellente per le zanzare, se non vorrete uscire alleggeriti di un paio di litri di sangue.

8° giorno: Novi Sad

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Si entra in Serbia, e più precisamente nella regione della Vojovodina che-azzardo un pronostico- potrebbe essere la prossima regione a dare luogo ad uno staterello indipendente, secondo lo schema canonico della “balcanizzazione”: ovunque è percepibile il risentimento verso il potere centrale di Belgrado e l’afflato di indipendenza. Qui sorge l’eclettica Novi Sad, davvero una piacevole sorpresa sulla via per Belgrado. E’ una gran bella cittadina, anch’essa assai vitale ed energica, e, a differenza della capitale, portatrice di una multiculturalità merce rara in Serbia a dirla tutta. Qui ha sede il cosmopolita Exit Festival in Luglio, con kermesse musicali e artistiche di livello mondiali. Il nome “Exit” dato alla rassegna pare corroborare il mio pronostico circa la futura indipendenza…

9° e 10° giorno: Belgrado

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Capitale della Serbia assai fiera di esserlo quanto nostalgica di non esserlo più di quella che fu la ex-Jugoslavia, a queste latitudini coniugata molto come un’estensione geografica del mito della Grande Serbia. In effetti tutto rimanda ad un nazionalismo tanginile e ad una grandeur mancata o perlomeno interrotta, chissà fino a quando. La città sorge in una posizione davvero magica, alla confluenza tra Danubio e Sava, e l’incrocio delle acque è dominato dalla fortezza del Kalimantan. Bella anche la parte settecentesca e il quartiere bohemien, ma come tutte le capitali risente dello stile imposto dall’ideologia dominante: nel caso di specie, il socialismo nella accezione jugoslava, che ha disseminato la città di grigi casermoni. Nel complesso una città che non amo ma che non fa mancare i suoi punti a favore, primo fra tutti una convulsa vita notturna, con bellezze locali di prim’ordine. Se questa può essere una molla a spingervi qui, la possibilità di rimorchiare intendo, tenete presente tuttavia che quasi nessuno, maschi e femmine, da queste parti scende sotto il metro e 80 di statura. Belgrado è comunque anche molto altro. Un paio di giorni ce li vale tutti.

11° giorno: Belogradchik

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Questa è davvero una “hidden gem”, una gemma nascosta di cui dubito abbiate sentito parlare. Per intenderci siamo in Bulgaria ormai, ove arriviamo attraversando tutta la Serbia del Sud, a confine anche con la Romania, in quella zona ove il Danubio entra in una stretta gola chiamata “le porte di ferro” dai condottieri romani che la attraversarono per invadere la Dacia (oggi Romania appunto). Noi invece facciamo una svolta ulteriore a sud-est verso il massiccio montuoso del Pirin, dove tra queste rocce rosse ed enigmatiche sorge questa città-fantasma dal nome difficile a pronunciarsi. Si tratta di un ex insediamento romano o probabilmente tracio, un sito dalla suggestione assoluta dove pare di gallegiare nell’aria, una sorta di Machu Picchu balcanica o forse un sito di atterraggio di qualche nave aliena. Bello e sconosciuto. La sera alloggiate in qualche tradizionale “mehana” bulgara, gustando zuppa di coniglio a prezzi irrisori, il contesto potrà sembrarvi un po’ impressionate per quanto retrogrado e desolato, ma siete nel cuore di tenebra dei Balcani ormai e non potete più tornare indietro: il punto di non ritorno è oltrepassato e non vi resta che fare rotta su Istanbul

12° giorno: Sofia

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La Bulgaria è un paese molto esteso ma scarsamente popolato, coi suoi soli 4 milioni di abitanti su un territorio di poco inferiore alla Spagna: ve ne accorgerete scendendo dai monti del Pirin e attraversando verdi pianure disabitate fino alla capitale Sofia, dove si concentra la buona metà di quei 4 milioni. E’ una città che ancora non conosco in verità ( e conto di colmare la lacuna a breve): la credo una città bella e interessante nela parte museale, soffocata da un enorme problema di traffico. Le dimensioni sono abnormi e i lunghi viali di edilizia razionalista amplificano la sensazione. Dicono sia sensazionale la visita alla basilica, altro per ora non so dirvi.

13° giorno: I sette laghi di Rila- Montagne d’acqua

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Qui invece ci sono stato e me lo ricorderò finché campo: i 7 laghi di Rila, immersi in uno scenario di alta montagna a poche ore da Sofia, sono uno scenario magico e segreto. Vi sembrerà di entrare in altro mondo, e la tortuosa strada per arrivarvi contribuisce a ciò. Alla zona viene dato il suggestivo nome di “Montagne d’acqua”, e quest’elemento è in effetti ovunque, a cominciare dai sette laghi di un verde acquamarina in cui si specchiano i ghiacciai sovrstanti. Una setta, i Bogomili, crede che in quei laghi riposino le anime dei loro progenitori, eretici sterminati intorno all’anno mille dal Vaticano, e una volta l’anno tengono qui questo raduno detto “Paneuritmia”, dove si balla in cerchio evocando la forza della Madrenatura. Con molta fortuna e un pizzico di incoscienza riuscì ad “imbucarmi” al Paneuritmia, la ricorderò tutta la vita la mia esperienza tra i Bogomili danzanti. Vale un viaggio.

14° giorno: Plovdiv

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Ecco un altro posto stupendo: la piccola Plovdiv, abbarbicata su 7 colli come Roma, rispetto alla quale è persino più antica come dicono i suoi abitanti. Ma andiamo con ordine: scendiamo dalle altissime Montagne d’acqua fino a Samokov e poi ancora in bus fino a Plovdiv, non lontano dalla Valle delle Rose. Siamo ormai nella Tracia bulgara,  sud del paese, non lontani dal Mar Nero e dalla meta finale. Plovid è un gioiello di architettura ottomana, con queste case del periodo della Rinascita bulgara che si inerpicano sui colli, e al centro, ancora una volta, un magnifico anfiteatro ottomano. E’ una città affascinante e dove viene la tentazione di trasferirsi, una sorta di Firenze (piuttosto che Roma) in stile ottomano.

15° giorno: Istanbul

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Beh, qui le presentazioni non servono proprio. Ci si arriva in 4-5 ore di comodo bus da Plovdiv, varcando il confine nei pressi della turca Edirne. Mi limito a darvi un consiglio: se vi è avanzato un giorno, vale una sosta anche questa Edirne con le sue moschee che competono in bellezza con Istanbul e la sensazionale gara di lotta che ivi si tiene, con gli uomini più forti della Turchia che combattono cosparsi di olio di oliva. Quanto poi a Istanbul, o Costantinopoli o Bisanzio, beh delle città più belle del pianeta, che dire? Potrete festeggiare la fine del viaggio con un tuffo nelle acque del Corno d’oro, e ovviamente spendere qualche giorno extra qui.

Siamo giunti a destinazione dunque.

Forse strada facendo avete perso il filo e quindi vi aiuto con una mappa che indichi le tappe del percorso, anche se la foto fa un po schifo ma pazienza, è un po naif come il viaggio d’altra partemappa

Secondo me, è proprio un bel viaggio!

 

 

A come Atlante: Bosnia

Premettiamo una cosa: il mio punto di vista sulla Bosnia-Erzegovina non è per nulla oggettivo e ben potrebbe essere tacciato di essere parziale, perché io  questo paese lo adoro. Se accettate questa mia “faziosità” in partenza, allora pigliate per buono pure il consiglio che sto per darvi: la prossima vacanza o anche solo il prossimo week-end all’estero che avrete programmato, non andatevelo a fare nelle solite Londra o Copenaghen, Praga o Dublino, che, per quanto bellissime, si somigliano irrimediabilmente tutte nell’essere ormai così ovvi segmenti dell’Occidente. Pensate ad andare in Bosnia, è un tiro di schioppo dall’Italia, più vicina a Napoli ad esempio di quanto non lo sia Milano, eppure è qualcosa di incredibilmente diverso e unico, piccolo, magico economico e a portata di mano. E vi assicuro, che al di la del nome che evoca nel nostro immaginario scenari cupi di guerre e persecuzioni certo incancellabili e assai visibili, non esiste alcun pericolo attuale di sorta circa la vostra sicurezza. Fate così: cominciate da Mostar che è collegata con aerei low cost gionalieri dall’Italia per via della vicinanza alla nuova Mecca del turismo religioso Medjugorie ( ma sto ultimo posto saltatelo a piè pari, uno dei luoghi più brutti e tristi mai visti in assoluto per quanto vi abbia speso una mezz’orett di passaggio, una sorta di ectopia fuori le mura del profondo sud italiano, ma lasciamo perdere proprio). Dicevo di Mostar, si, col suo unico ponte ricurvo in pietra sulle verde Neretva, distrutto durante la guerra e poi ricostruitoMostar--1365x768.jpg

Per quel che mi riguarda, provo un’affezione unica e singolare a questa cittadina, che per me fu la porta dei Balcani, un mondo di sensazioni e odori che ho rovistato su e giù per anni sulla scorta della mia Musa Paolo Rumiz e dello scrittore Ivo Andrijc, nato non lontano da qui. Successe tutto per caso, come una cotta per una bella ragazza incontrata per caso dopo una sbronza: partivo da Dubrovnik, bellissima città veneziana sulla costa croata ma ormai piegata agli standard assai invasivi del turismo occidentale, ed ero diretto verso un’altra località di mare della costa croata, piatta e monocorde come tutte le stazioni balneari. Poi, alla stazione dei bus, vedo questo cartello con scritto sopra “Mostar- Sarajevo”, ci salgo ed entro nei Balcani, da cui fatico con la mente ad uscire ogni giorno della mia vita. E’ un mondo della diversità confuso e vitale, che sprizza ad ogni angolo la caratteristica che mi fa amare per sempre un luogo: l’originalità. Mostar in particolare è la città simbolo del martirio della guerra della ex-Jugoslavia, imperversata dal ’91 al ’95 a pochi km dalle nostre città, mentre noi, in un immaginario distorto del tutto irrispettoso della geografia e della storia, pensavamo che i massacri e le atrocità avvenissero chissà dove. Ma vi dico: ho viaggiato in lungo e in largo per la ex-Jugoslavia e ad ogni centimetro della guerra ivi consumata ci ho capito di meno, per cui ometto di parlarne, e vi assicuro che è qualcosa di assolutamente incomprensibile solo a voler capire quelle che siano stati le fazioni in lotta, che cambiano ad ogni villaggio e ad ogni ponte. A proposito di ponti: lo avete mai letto “il ponte sulla Driina” di Ivo Andrijc? Beh, fatelo subito. I fiumi e l’orografia segnano irrimediabilmente questa terra montuosa e aspra: vi dicevo della dolce Neretva che solca Mostar, po sta la storta Driina impossibile a raddrizzarsi come recita un proverbio locale. Tutto per la verità in Bosnia pare corrugato e intrecciato dalla georafia come dalla storia, in una matassa inestricabile e bellissima. Ottomani e Latini, Slavi ed Ebrei erranti, Zingari e Asburgici. La summa di tutto ciò è la capitale Sarajevo: da Mostar ci si arriva in un 3-4 pre scavalcando bellissime montagne e infilandosi in gole profonde a bordo di un lentissimo trenobosbia ed il peggior errore che potrete fare è farvi cogliere da un’occidentale fretta di arrivare, perdendovi il paesaggio disegnato da qualche divinità ubriaca. Moschee irte su verdi gole, cascate, ponti in pietre e ponti in ferro ahime ponte-b bombardati. Alla fine sta Sarajevo, forse una delle mie città preferite al mondo, dove non vedo l’ora di tornare per la quarta, forse quinta volta. E’ innegabile la presenza della guerra e ciò che è stato, ed è immancabile la visita al museo sulla strage di Sebrenica (luogo a confine con la Serbia anch’esso visitato nel suo orrore) ma poi sta tanto e tanto altro. Il quartiere di epoca asburgica con il ponte ove fu assassinato l’Arciduca d’Austria dando fuoco alle polveri del carnaio della prima guerra mondiale, il quartiere ebraico e quello ottomano, così vicini come non so in quanti altri posti al mondo, la biblioteca costruita dagli Ebrei Sefarditi in fuga dalla Spagna, che custodisce il libro sacro più antico al mondo dopo la Bibbia. Lo splendido edificio fu a sfregio bombardato dai Serbibiblio con conseguente rogo di oltre due milioni di volumi, purtroppo è irrimediabile parlare anche della guerra a queste latitudini.

Ad ogni modo, Sarajevo è stata ed è tutt’ora, in una veste difficile a comprendersi per chi non vi è mai stato, un modello di multi-culturalità e integrazione unico e irripetibile, diverso dai nostri parametri in materia ma certo da considerare. Non mi soffermo troppo sull’argomento, lasciando a voi il piacere di una scoperta, magari con una visita nella Bascarsjabascasj, il quartiere ottomano di Sarajevo, più autentico persino dei bazar di Istanbul.

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C’è poi ancora molto altro in Bosnia, dalla città natale di Ivo Andrjc, Travnik alla splendida natura con fiumi rigonfi di trote, passando per moschee dove viene predicato un Islam spirituale e filosofico, e dove potrete essere accolti da un’ospitalità da Mille e una notte in una cornice scenografica che ricordereste finchè siete in vitamoschea, ma non voglio sconfinare nel retorico.

Ah, poi c’è quest posto non brutto, si chiama Pocitelj bosni, dove se per caso siete artisti, di qualunque sorta o credo, verrete ospitati gratuitamente per un mese, quello di maggio, sfamati con miele dolcissimo e carne di qualità inimmaginabile per noi europei, all’unica condizione che, alla fine del vostro soggiorno, lascerete una vostra opera alla fruizione della comunità locale.

Se siete amanti della diversità, visitate la Bosnia-Erzegovina

 

 

A come Atlante: Belize

Il giorno del Giudizio Universale, se dovesse mai presentarsi, sarà per gli abitanti del Belize un giorno come tutti gli altri, perchè il Paradiso loro lo hanno già conosciuto in Terra.

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Sì, vi sarà capitato spesso di pensare ad un paradiso tropicale fatto di dolci spiagge ammantate che degradano verso l’orizzonte, amache che ciondolano da palme  e mangrovie su cui stare appollaiati disperdendo ben presto ola nozione del tempo, pesci colorati che sguazzano tra la barriera corallina come in un mondo alieno, e ovunque rilassatezza, evasione. E’ uno scenario della nostra immagine piuttosto usuale e contrabbandato su decine di brochure turistiche. Maldive, Thailandia, Messico, Caraibi….Ma il Belize li straccia tutti: se questa è la vostra immagine del paradiso, allora cercate sulla mappa dove è il Belize e prenotate il primo aereo. Anzi vi aiuto io a trovarlo sulla cartina, così fate prima:

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prendete lo Yucatan ma lasciate perdere la parte più nota di esso, quella occupata dal Messico e ormai più inflazionata di una lattina di Coca-cola, coi suoi grattacieli e i suoi resort di plastica, il suo turismo dozzinale e rumoroso. Qui l’unico rumore percepibile è quello delle fregate e degli aironi che si librano nel cielo fino a oscurare il sole. Il paese prendeva il nome di Honduras britannico fino a pochi decenni orsono ed era infatti una colonia del Regno Unito: una certa impronta è ancora assai visibile nella parte continentale, con i cottage in legno e altri dettagli dall’aria molto british. Poi ci sono le isole del Belize, i cosiddetti caye: striscie di sabbia tenute su dalle radici di mangrovie che sembrano pedane galleggianti disegnate da qualche divinità in un giorno di buonumore. A proteggerle la barriera corallina, seconda per dimensioni solo a quella australiana e a detta di molti assai più bella, un trionfo della natura con pesci, squali, razze e manati,  grossi mammiferi simili a trichechi ma paciosi e sereni come il resto degli esseri viventi qui.

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Questo che vedete qui è il monumento naturale più famoso del Belize, il Blue Hole, un misterioso “buco” che si apre a un certo punto dell’Oceano Atlantico e sprofonda giù per km negli abissi. Ci si può immergere e nuotare dentro, se non si ha troppa paura degli squali.

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No shoes, no shirt…..no problem” e’ lo slogan che campeggia un po ovunque in Belize ma dovrà essere stato pensato proprio qui a Caye Caulker. Si perché su questa esile striscia di sabbia strappata all’oceano la vita scorre davvero a ritmi dolci. Si registra innanzitutto l’assenza dei due componenti che personalmente più detesto ovvero il cemento e l’asfalto: le strade sono di sabbia e non vi sono automobili, quanto alle case sono per la gran parte in legno, e abitate da gente con un perenne sorriso che ti avverte che finirai come desco per gli squali se solo ti azzarderai a trasportare qui le tue preoccupazioni della città.
Tutta questa zona del Belize, come già detto trova la presenza di queste minute striscie di sabbia ricoperte di palme e mangrovie a fungere anche da collante, chiamate Cayes. Solo alcuni di essi sono abitabili e ciò è possibile solo grazie alla presenza del reef, la barriera corallina che funge da flangiflutti per le gigantesche onde oceaniche le quali altrimenti spazzerebbero via in un battito di ciglia questi isolotti passando da parte a parte. Si tratta cmq di ecosistemi molto delicati ed e’ probabile che l’innalazamento del livello dei mari dovuto allo scioglimento dei ghiacci finirà per colpire proprio qui, dopo che già ha reso praticamente impossibile la vita in diverse aree del Pacifico.
Caye Caulker fu fondata da pirati inglesi nel 18esimo secolo, i quali si nascondevano tra questi banchi assai insidiosi alla navigazione per poi colpire i galeoni spagnoli carichi d’oro che salpavano dalle coste del vicino Messico. L’atmosfera picaresca e’ in effetti tangibile ancora oggi e ad un certo punto della storia sono sbarcati da galeoni naufragati sul reef anche schiavi africani, che, restituiti ad una inattesa libertà, hanno colonizzato l’isola. I loro discendenti, ragazzoni robusti in ottima salute e per lo più rasta, sono oggi l’oggetto del desiderio di disinibite turiste nord-americane, che la sera un po’ alticce, anzi parecchio più di un po, si fiondano su sti tronchi d’albero come api sul miele. Una volta questa fetta diciamo di mercato era appannaggio del maschio italiano o per lo meno latino, poi con sta sfaccimma di globalizzazione sono emersi nuovi scenari; vabbuo, se lo piangono i ventenni di oggi insomma.

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Un altro famoso Caye beliziano è San Pedro, quello della hit “la isla bonita” di Madonna, probabile decana e pionera delle torme di tardone americane di cui parlavo poc’anzi: ma è presumibile che la popolarità del tormentone pop abbia portato nocumento al post, che in effetti risolta troppo cementificato e rumoroso, almeno a confronto con altri paradisi come Half Moon Bay, Turneffe Atoll e la stess Caye Caulker

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Al di la della fotografia, avevo ben altro da rinvenire come desco laggiù: aragoste e granchi appena recapitti sulla spiaggia la mattina da un tizio con la barca che solevo chiamare il “pusher, visto l’effetto dopante che quel cibo afrodisiaco aveva su di me, che finì ben presto col trangugiare aragoste pure a colazione.

Sì, il Belize è un paradiso