Bobbio, utopia del Minuscolo

“Nel dormiveglia della corriera lascio l’infanzia contadina” recita il verso di una canzone, per la verità assai più simile ad una poesia, di De Andrè. Per salire a Bobbio, il percorso da farsi procede all’esatto inverso: la corriera si lascia alle spalle la realtà industrializzata e aggredita dall’urbanizzazione della pianura per addentrarsi in un mondo antico e lento, quello dei Colli piacentini arroccati intorno alla Trebbia. Già, la Trebbia, unico fiume italiano declinato al femminile, sede di un’epica battaglia tra i Romani ed Annibale ai tempi delle guerre puniche. Il secondo ne uscì come sempre o quasi sempre da trionfatore col suo genio militare e la sua straordinaria capacità di lettura del territorio, delle sue asperità e dei suoi anfratti. Ammirare i luoghi di quella battaglia da vicino è uno dei due motiv che mi spinge fin quassù. L’altro ve lo racconto dopo . Prima val la pena di soffermarsi a guardare questo angolo remoto di Italia, uno spaccato di un’epoca dimenticata e rurale, organizzata intorno a regole antiche e severe come severo puó esserlo qui l’inverno, al quale or sì si prepara dopo i raccolti della legna e la Trebbiatura, nome che guarda un po’ ritorna. Il tutto in un paesaggio che pare un quadro rinascimentale, e forse lo è : già, perché pare proprio che Leonardo Da Vinci nel dipingerla e scolpirla nella Memoria dell’Uomo per l’eternità, abbia deciso di circondare la Gioconda dello sfondo di queste valli . Potere accorgervene anche voi, se spostate lo sguardo dal volto e riconoscete tra le colline retrostanti dipinte un ponte, un ponte gobbo e ricurvo che non che essere quello bello e lunghissimo sulla Trebbia, una sorta di dragone che si diparte da Bobbio e arriva dall’altra parte, nell’incantp dei colli e lo scrosciare del fiume .
Bobbio è una sorta di utopia, un luogo dell’immaginario.

La Saga dei Chiattilli – ep. V

I CHIATTILLI E LA SPESONA PER IL WEEK-END

Non ci crederete facilmente ma un momento assolutamente fondativo nella giornata di un chiattillo è quello della spesa. Oddio, ci sono poi spese e spese, a seconda delle fasi della vita e dei gradini sociali scalati. Per capirci, una volta convolate a giuste nozze col cavaliere-bancomat giusto e conseguito lo status di Signora Zizzy e Signora Cessy, la spesa è la migliore epifania di un rango sociale, da orchestrare con maestria come la coreografia del San Carlo. Ed eccole infatti le nostre varcare le porte del suoermercato rigorosamente con domestica skrilankese o moldava al seguito e con aria da nobildonna inglese del Kentshire in visita alle piantagioni di cacao del Kilimangiaro, anche se siamo solo alla Deco; o ancora impartire esecrabili ordini al cell con il verbo magnificamente declinato all’infinito, a rimarcare ad ogni sillaba lo iatus sociale con la colf dall’altra capo del telefono: “Natashaaaa, comperare uova, latte lunga conservazione pane poi subito portare casa senza fermare perdere tempo!, Signora Cessy dovere cucinare per dottor Tubettony” Naturalmente poi il rigore e l’inflessibilità sono acqua idonea a far girare più velocemente la ruota del mulino della gerarchia sociale “Signora Commuogly avere detto comprare gamberi sgusciati, questi sembrare sgusciati??? Ora chi aiutare pulire Signora Commuogly???!” Ma anche la tecnica del bastone e della carota, alternare cazziate a caritatevoli gesti di umanità contribuisce a dipingere l’aggresco di Sua Principessa del Dodecà : “ dai, ora portare buste in macchina di Signora Zizzy poi parlare telefono Skry Lanka” .
Ma tutto ciò è solo uno scenario futuro, un miraggio lontano a realizzarsi . Le nostre Zizzy, Cessy e Commuogly per ora sono ancora tre sgallettate lontane dal fatidico Sì e sono costrette a barcamenarsi in spese approssimative ed ingenti per le libagioni del week-end estivo, quando, attesa la alta concorrenza di pronte a tutto, non è poi così scontato di riuscire a rimediare l’invito al ristorantone dal Tubettony o Fuffy di turno. Anzi, si offuscano nuvole nere sull’orizzonte del “più uno”, atteso che Risvoltiny, Tubettony e Catetery stanno organizzando questa bellissima festa alla Villa di Purpy ma la sera prima in taverna hanno conosciuto tre bellissime zoccolone americane, che per ora sono le prime destinatarie di tutti le attenzioni e la scontistica- omaggio, e sono arrivati all cafoneria di dire alle povere Zizzy, Cessy & Commuogly che se vogliono venire alla festa, devono pure fare loro la spesa .
Così, alle nostre non resta che varcare, sole come Maddalene penintenti, la soglia del Dodeca e avventurarsi tra ripiani di scaffali ad esaudire le voglie dei loro fedifraghi e ribelli Cavalieri Bancomat . E fanno:
“Cessyyy ma Catetery ha detto che dobbiamo prendere le pesche per fare questa cosa che si è bevuto in Spagna che si chiama sangria. Ma che cos’èèè???”
“Zizzyyy, come non lo sai? Ci sono stato in viaggio con Tubettony, madonna che impressioneeee, stanno mille scale e manco un’ascensoreeee, sta a Barcellona, la Sangria Familia si chiama “
Al che Commuogly, l’unica donna più di mondo: “scemaaaaa ma quella è una chiesaaaaa non un driiiiink!!” . Segue risata isterica all’unisono ma i problemi, quelli veri, sono sempre dietro l’angolo …
“ Zizzyyyy, ma i bicchieri di carta quanti ne dobbiamo prendere?? “
“Cessy, e che ne so, il pacco da 100 è sprecato, non possiamo scrivere con l’Uni posca il nome, così ognuno si tiene il suooo? “
“eh si, Cessy, e poi sul bicchiere delle americane che nome ci scriviamo?”
Si guardano negli occhi smarrite ma la saggia del gruppo Commuogly chiude la disputa: “ci scriviamo il loro vero nome ovvero….”
E le tre , all’unisono come in quel cartone animato Occhi di Gatto, gridano: “Zoccolyyyyy!!!”
Roma locuta, causa finita

Della Follia di Israele

Io credo che l’errore più comune e grossolano che si tenda genericamente a compiere, quando si parla di “follia”, sia quello di immaginarlo e disegnarlo come un gesto meramente ed esclusivamente individuale, come condizione mentale malata e distorta di un singolo quindi fautrice di gesti sconsiderati e inusuali . A volte è senz’altro così ma ahimè non sempre . E la frequenza di questa seconda ipotesi non consente di ritenerla una isolata eccezione
Il comune e grossolano errore circa la solitudine del “pazzo” , quando prestato alla politica produce un effetto bugiardo e mistificatorio, decuplicato nella sua importanza e nei sui risultati.
Molti degli orrori della Storia, il cui campionario è purtroppo lunghissimo, vengono ascritti, in una percezione generalizzata e mistificatoria, all’agire di un Pazzo o tutt’al più all’agire di quel Pazzo e della sua stretta strettissima congrega di consociati, uniti a Lui da una consorteria folle e criminale o in minor misura legata a lui da condivisione di interessi economici ristretti, ma con una sostanziale narrazione di fondo che tende a escludere e giustificare la massa dei suoi consociati, dei suoi concittadini che dinanzi a quegli orrori e quella individuale Follia sarebbero ignari, inermi, impotenti .
Nella mia vita ho visitato campi di sterminio o meglio luoghi della memoria dove in un passato più o meno lontano si erano messi in piedi campi di sterminio, a varie latitudini geografiche e politiche del globo. Non ha fatto eccezione il campo di sterminio più tristemente celebre della Storia, Auschwitz- Birkenau: è difficile descrivere la galleria di orrori che vengono a porsi dinanzi agli occhi del visitatore, tantomeno farne una scala di disgusto e gravità, non ne sarei capace mai io ne conosco nessuno che possa farlo . Voglio però citare una cosa vista, pescata nel mazzo degli orrori e che viene proposta al termine della visita, : ebbene all’uscita da quella gigantesca macchina di morte. In uno spazio esterno al campo di sterminio di Auschwitz, come al di fuori di tutti i campi di sterminio nazisti, esisteva uno spazio dove la domenica mattina veniva allestito un mercato, una sorta di mercatino dell’usato analogo a quelli che si tengono tutt’ora nelle nostre città. Vi era una differenza precipua e infernale qui: gli oggetti usati erano parti dei corpi delle persone sterminate nelle camere a gas di Auschwitz . La gente si recava in quel luogo ad acquistare e contrattare per un prezzo più vantaggioso sedie fatte con i femori di persone sterminate nei forni crematori, materassi imbottiti con capelli di vittime dell’Olocausto. Venivano venduti a miglior prezzo quelli con i capelli dei bambini perché ritenuti più soffici . E altre cose di questo tenore .
Il discorso vale a ricondurmi al punto di partenza : quale persona sana di mente si recherebbe ad un mercatino della Domenica ad acquistare oggetti fatti con parti umane, quale persona con un solo briciolo di facoltà mentali funzionanti sceglierebbe di arredare il salotto di casa con sedie fatte con femori di persone assassinate ed altri monili simili ??
La Follia era solo di Hitler e della sua stretta cerchia di consociati criminali o più in generale era estesa ad un intero popolo in quel momento della sua storia?
È una domanda senza una risposta univoca ma di certo si scorgono dei terribili paralleli nella Societa israeliana di oggi. Basta fare un giro sul web ed è un succedersi di video e testimonianze una più raccapricciante delle altre . Ci sono rabbini religiosi che inneggiano alla Fame e alla morte per fame dei bambini palestinesi per prevenire e scongiurare la crescita di nuovi potenziali terroristi come si trattasse della disinfestazione di larve di zanzare; gli youtuber israeliani che giocano a sparare su civili inermi con la frivolezza di una Chiara Ferragni che indossa un paio di orecchini e con il plauso di migliaia di follower; i rotocalchi e i talk show degli ebrei israeliani così come di quelli sparsi nel mondo mostrano raccapriccianti discussioni di sedicenti giornalisti e visi del piccolo schermo che irridono i bambini Palestinesi che muoiono di fame, analizzando la loro magrezza reputata falsa o attribuibile alle loro madri che gli avrebbero sottratto il cibo per ingordigia . Le poche isolate, isolatissime voci di condanna di questa mostruosità ,che si alzano timide e flebili in quel mondo, vengono sistemanticante offese, minacciate, accusate di tradimento della Patria. Una galleria di orrori infinita e composita che conosce un solo mostruoso precedente nella storia.
Limito questa lunga riflessione alla sola considerazione di partenza: lo sterminio in corso e la Follia assoluta e cieca che lo nutre non è ascrivibile solo al gigantesco criminale Netanyahu ed ai suoi infernali ministri e stretti collaboratori, alle potentissime lobby economiche che supportano Israele o cose affini ad esse . La mia impressione è che tutta o quasi tutta la società israeliana dopo il 7 ottobre sia ostaggio completo di una Follia di massa, che ottunde la vista e plaude o trova le giustificazioni più facili e comode a qualsiasi mostruosità.

Giorno 11- Lo Stretto di Cook

Il sole splende sulla baia di Wellington colorando le sue case vittoriane di un riverbero dato dal mare, finalmente placido e non increspato di bianche spume. Soprattuto il vento sembra aver dato pace o perlomeno concesso un breve armistizio, quello Zefiro selvaggio che spira catapultato qui dal buio degli oceani o forse direttamente dall’Antartide. Si, lo chiamo Zefiro selvaggio perché la nomenclatura a queste latitudini va un po’ aggiornata col poco materiale a disposizione: la rosa dei venti è stata coniata da noi occidentali ed ha come epicentro l’isola di Malta, tanto è che ad esempio il Grecale o Greco soffia da nord- est perché rispetto a Malta la Grecia si trova in effetti in quella posizione . Analogamente il Libeccio proviene dalla Libia, che è a sud- ovest rispetto a Malta e così via . Ma qui ? Questo fiera infernale che spira a 100 all’ora quando è calma, che ha folate gelide improvvise aguzze come i denti di un predatore e che soffia da sud- est, potrei mai chiamarla Scirocco? Sarebbe come battezzare con un nomignolo tipo Fuffy un Cerbero infernale. Ecco perché lo chiamo lo Zefiro selvaggio, suona più idoneo e poi dà luogo a mulinelli e trombe d’aria, le famose “cor e Zefore, code di Zefiro appunto . Oddio mi piaceva pure Leviathan come nome e pure mi pareva rispondente. Ad ogni modo Leviathan o Zefiro che sia, ci ha concesso una tregua in cui infilarci nello Stretto per balzare nell’ isola Sud , come fece il mitico Capitano Cook circa 4 secoli or sono .
All’imbarco una torna festante di backpackers assale il gigantesco piroscafo, gente con camper , biciclette, sacchi a pelo. Per due o tre settimane all’anno mi piace sentirmi ancora uno di loro, non ci posso fare niente . La parte Sud della Nuova Zelanda, poco abitata, poco fornita di strutture e con una natura selvaggia e predominante, resta ancora una meta abbastanza per viaggiatori all’avventura, anche se certo forniti di una certa disponibilità perché arrivare quaggiù in un posto così lontano dal resto, è tutto tranne che economico.
Salpiamo. Il nitore del mare diventa accecante e quasi rende difficile la vista di Wellington che si eclissa in fondo al fiordo. Con la sua forma curiosa la costa si stringe in un collo di bottiglia verso la sua uscita, dalle parti di un capo chiamato Tongue Point dove la corrente si fa fortissima spingendo la nave a virare verso l’ultima propaggine di costa prima del mare aperto . Tutto qua,, Capitano Cook? Macché: appena lasciato Tongue Point le acque paiono come ribollire e confondersi in almeno due correnti diverse, dando luogo a mille gorghi e spruzzi, lo Zefiro portante con onde di almeno tre metri si mescola a qualche brezza del Mar di Tasman in un fragore sonoro da tregenda mentre le nuvole corrono sopra le nostre teste a velocità impressionante . Scilla e Cariddi, nella loro foggia australe. Non è più tempo per foto e contemplazioni , l’equipaggio ci ordina di stare ai nostri posti . Dopo qualche ora il mare ammacca e la Terra del Sud si scorge nitida e verdissima . Entriamo in un fiordo dalla bellezza poco incline agli aggettivi . Anzi è tutta una regione di fiordi e canali , detta i Malborough sounds, da cui proviene anche un dolcissimo vino. Alla fine del fiordo ci sta il nostro porto di arrivo, Picton. L’Odissea è ambientata nel Mediterraneo ma anche qui non sarebbe stata inappropriata e Ulisse tra questi scenari si sarebbe divertito . Oddio, forse qualcuno venuto dall’Inghilterra in tempi moderni, a rileggerne tutta la storia, ha disegnato a suo modo una sua Odiasea in questi luoghi che infatti portano anche il suo nome . E già . Still watching you, Captain Cook !

Giorno 10- Kapiti Island, cose che kapitano

Vi è mai capitato di uscire dall’hotel la mattina ruggendo come leoni e con lo spirito di un esploratore di tempi mitici, pronto ad lanciarsi a rotta di collo tra le onde in tempesta dello Stretto di Cook….e ritrovarsi invece in una piscinetta di provincia per famigliole, con un’acquetta da mezzo metro di profondità resa più tiepida e giallognola dalle incontrollate minzioni dei tanti pargoli assiepati lungo i bordi, e dove attempate otarie provano a rincorrere la forma degli anni migliori andati con il corso di Acquagymn delle 16:00? Non vi è mai capitato . Beh, a me si. E che vuoi fare, d’altra parte è, come dire, il bello della diretta, una certa percentuale di inconvenienti da mettere in conto durante un viaggio on the road, con una pianificazione giorno per giorno ed un certo tasso di imprevedibilità . Ma questo mi è ormai un aspetto irrinunciabile, sennò non è manco un viaggio secondo me e anzi sennò non partirei proprio, quindi accetto con serenità il dazio di una giornata su 15 che va storta. Ed è questa. Diciamo che tutte le cose da dover andar storte si sono concentrate in questa giornata e la lista è lunga, dunque se volete sentirne la narrazione, mettetevi pure comodi.
Dunque torniamo al momento in cui esco la mattina che è ancora buio diretto al porto di Wellington, caricato a pallettoni per balzare su un piroscafo per attraversare il mitico Stretto di Cook. Nella giornata precedente le condizioni meteo sono state proibitive e hanno interrotto le corse, tuttavia sul corrispettivo australe di “Info collegamenti marittimi” apprendo di un previsto miglioramento e resto fiducioso . Dal sito web non è possibile più prenotare, risultando tutto sold out, circostanza piuttosto improbabile attese le dimensioni ciclopiche di sti traghetti. Attribuisco la circostanza alle cancellazioni del giorno prima ed alla necessità di dover “rischedulare” ad oggi le partenze previste per ieri . Giunto al porto, apprendo che è proprio così: devono dare precedenza a quelli di ieri e solo dopo possono aprire la bigliettazione per quelli odierni. A sto punto confido di incontrare di fronte un tipo flessibile che riesca ad inserirmi in tempo utile sul traghetto in partenza, uno smart che risolva la querelle in pochi click mentali. L’esatto contrario: mi si para dinanzi al desk un bel giovanotto sorridente che è la classica tipologia di persone che più temo in generale, quelli che compensano con la meticolosità e il rispetto ortodosso di norme, regolette e regoline a ciò che la Madre Natura gli ha negato, l’Intelletto. Comincia a dirmi che è tutto sold out, gli faccio notare che su quella nave viste le dimensioni ci sarebbe spazio per far salire pure Annibale con tutto il suo esercito e gli elefanti al seguito, non solo noi pochi passeggeri in lista di attesa e che forse vale la pena di aspettare l’imbarco di quelli di ieri, anche se il sistema al computer, che queste variabili non puo considerarle, dice diversamente. Ci mette tutto il suo tempo a capirlo ma poi si convince, e infatti dopo una ventina di minuti annuncia che si, c’è ampiamente posto e la Blue Ridge Ship Company è lieta di accoglierci a bordo. Bene, andiamo. Niente, dal fondo del fiordo si alza una coda di Zefiro che alzerebbe i succitati elefanti da terra . Fermi tutti, non si parte, corsa sospesa nuovamente. Sullo Stretto di Cook come sul Beverello d’inverno, che vuoi fare. Ormai rasserenato alla causa di forza maggiore mi metto a contemplare un piano B. Ma ad un tratto vedo degli spagnoli affettarsi a rotta di collo verso un altro piroscafo in fondo alla baia.
“scusa ma cosa è quel piroscafo là in fondo”
“Si, la compagnia Interislander, ormai in dismissione, effettua talvolta corse sostitutive alle nostre disponendo di un natante più grande”
“ E quando cazzo ce lo vuoi dire???”
“La pubblicizzazione di altre compagnie non rientra nella nostra policy aziendale”
“ ma vafancuuuuuul stu maroonnn i sceeem”
Facciamo un cazzo di scatto, io e altri 3-4 disperati, ma niente: l Interislander ci salpa davanti.
Paese che vai , Aponte che trovi!
Insomma piano B: giungendo qui avevo notato dal bus una bella regione costiera, con in fondo un’isola, poco o nulla considerata dalla guida e poco conosciuta in genere. Avevo preso informazioni e si tratta pare in effetti di un posto ancora tutto da scoprire, a poche miglia da quel tratto di costa e con una natura pressoché intatta dove vivono in natura i rarissimi kiwi (gli uccelli non i frutti). Si chiama Kapiti Island ed è perfetta a mio avviso per una gita di un giorno. Prendo un trenino metropolitano per raggiungere la località di imbarco, dal nome bizzarro assai di Paraparaimu, da cui partono barche private alla volta di Kapiti Island . In poco tempo ci sono ma la stazione si trova nel bel mezzo del nulla a 5-6 km dal punto di imbarco. Noto un taxi in lontananza e mi ci fiondo, al suo interno un uomo che dorme , poco dopo apprenderò il perché . È un simpatico signore delle vicine Isole Figi, una cui nutrita comunità vive qui in Nuiva Zelanda e spesso si dedica probabilmente al lavoro di tassista, atteso che è il terzo tassista che incontro che viene dalle Figi. Lui è un gran chiacchierone ed è patito del calcio italiano, ma di quello d’antan dei tempi gloriosi dei Cannavaro, Del Piero….Totti. Mi dice poi di esser l’unico tassista attivo in tutta questa regione della cd Kapiti Coast, frequentata per lo più da locali. Gli dico allora di lasciarmi un contatto per il ritorno o altre evenienze. Niente , sta per staccare il servizio per tornare a casa da moglie e figli dopo vari giorni e la cosa è sovraccaricata da fattori particolari:
“ si, perché io fatto come Francesco Totti”
“Ma cosa scusa? Il tiro a cucchiaio? Il rigore all’Australia forse? “
“No, come Francesco Totti con Ilary Blasi, io andato con young lady very very pretty very very young” e mi apre un sorriso con i 4-5 denti rimasti”
“Ah e Ilary Blasi che ha detto?”
“Eh mi ha fatto trovare i vestiti fuori la porta, oggi forse forse facciamo pace perché figli piangono che vogliono papà a casa “
“Ah perciò dormivi in macchina, Francesco Totti?”
Vabbè mi congedo dal Capitano giallorosso e fedifrago e apprendo di una nuova fregatura : il motoscafo per Kapiti Island è già salpato , in anticipo rispetto all’orario previsto non so perché . Sto su sta spiaggia non delle migliori , deserta mentre di fronte si staglia Kapiti Island solitaria e verdeggiante. Fa caldo, molto molto più che a Wellington e mi risolvo a fare un bagno . Sento un fischio assordante di un baywatch, che mi chiede con tono sostenuto se so leggere . Sta un cartello che avevo visto che parlava di un’alga australiana, tossica e urticante che aveva preso a proliferare qua .
“E vabbè, ho le scarpe, mica me la mangio sta alga ?”
“Ma ci tieni proprio a fare da colazioni agli squali allora tu?”
Ma allora perché non scrivete che stanno gli squali , quale alga ???? Come non detto .
Il paesino retrostante la spiaggia delle alghe tossiche è una triste meta per pensionati neozelandesi, con isolati esercizi commerciali di protesi dentarie, cinti erniari. E insomma, dove devo andare a morire oggi ? Ultima chance: tengo in tasca una brochure di una riserva naturale, tale Nga Manu Reserve , da qualche parte qua vicino, dove osservare sto benedetto Kiwi e altre specie . Dai, ci vado….Ma come? Francesco Totti sta da Ilary a farsi perdonare la scappatella e altri taxi nada. Autobus ! Ne passa uno con al volante un donnone ciclopico : mi dice di non preoccuparmi, mi porta lei alla Natural reserve. E niente. Come si suol dire, she exchange the dick for the water bank e per qualche amabile incomprensione linguistica, dopo avermi scarrozzato per un’oretta col bus, mi scarica alle piscinette comunali di un paesino chiamato Waikanae, che in lingua Maori vuol dire “colui che guarda”.
Infatti sto a guardare i bambini che fanno i tuffi e le tardone che fanno Acquagymn, mentre vi scrivo sto diario.
Oh però venendo qua , un kiwi l’ho visto !

Giorno 13 – Abel Tasman Park

Raccontare i miei viaggi, lo avrete abbondantemente capito, mi piace; mi viene naturale e non mi costa alcuna fatica . Mi risulta invece stranamente faticoso raccontare il posto dove mi trovo ora ma non lo potrei definire certo un classico “blocco dello scrittore”. È che davvero, per usarne una già sentita, non ci sono parole. Mancano. Ma cosa cazzo è sto Abel Tasman Park? La casa di quale divinità regalata agli uomini per scherzo o per errore?
Mah, cominciamo da cose semplici: lo scelgo preferendolo ad altri posti della Nuova Zelanda perché mi suggerisce con il nome un bel think palillians, un enigma insomma, da schiaffare dentro alla prossima caccia al tesoro e la scelta comporta subito una deviazione decisiva rispetto all’idea iniziale di percorso che mi ero fatto. I rimpianti finiranno molto presto. Arrivo in un agglomerato di casette dal nome assai grazioso chiamato Kaiteriteri, appoggiato su una spiaggia dorata incantata che è solo un piccolo preludio al tutto. ITrovo col mio solito culo l’ultimo alloggio disponibile nel raggio di 50km in un modesto ostello che ha anche camere private, tutto molto basic ma l’unica cosa che mi importa è la finestra per guardare fuori e quasi rimpiango che non affittino amache per dormire sotto le stelle. Il posto è gestito da una simpatica coppia di gay australiani che paiono aver lasciato alle spalle ogni preoccupazione del mondo al di fuori da questo luogo. Per la prima volta da non so quanti anni mi preoccupo di bloccare la stanza per almeno tre giorni, che saranno anche pochi.
Ora veniamo alle cose serie: l’Abel Tasman Park, intitolato all’esploratore olandese che diede nome alla Nuova Zelanda ed a cui è intitolata la vicina Tasmania, è il paradiso. Ne ho visti di posti belli ma qua siamo davvero nell’Olimpo. Kaiteriteri è l’ultimo avamposto della civiltà umana prima del Regno degli Dei. Dalla sua spiaggia ci si muove in barca, kayak o a piedi verso il parco che inizia appena qualche km più a nord, risalendo un promontorio adornato di spiagge e calette deserte una più sensazionale dell’altra. Percorrerle attraverso sentieri o in canoa è un’esperienza che lascia sbalorditi. Tutto quello di cui si ha bisogno è una borraccia con dell’acqua e magari un po’ di miele manuka, per ritemprarsi durante il cammino che può essere lungo tra un pezzo di paradiso e l’altro. Ma lo stesso insieme di sentieri tra ponti sospesi e una natura lussureggiante è di suo un incanto. Bisogna sapersi anche regolare col flusso delle maree, qui molto alte e che coprono pezzi di sentiero costringendo poi ad allungare di diversi km ,come mi è successo il primo giorno , quando dopo oltre dieci km già percorsi me ne sono dovuti accollare altri 5.4 a tempo di record , perché la alta marea aveva reso intransitabile un luogo chiamato “Cleopatra’s pool”, incantevole e cangiante come la regina d’Egitto, e se perdevo l’ultimo battello per rientrare al paese, sarei dovuto rimanere a dormire sotto le stelle. Non sono sicuro che mi sarebbe dispiaciuto. Dopotutto gli unici animali visti qui sono simpatiche foche, delfini, tartarughe e impertinenti kiwi che frugano nella tua borsa se ti distrai a contemplare tutto intorno. Nessuna traccia insomma di zanzare e bestiacce fastidiose, manco quello a rovinare un pizzichino qualcosa. Niente. Che altro dire? Questa è la pagina del diario più banale e scontata che abbia mai potuto scrivere, avrò ripetuto venti volte la parola “paradiso” e altrettant aggettivi come “divino” o “sensazionale”. La concludo con un ancor più semplice invito a provare a venire almeno una volta nella vita all’Abel Tasman Park.

Giorno 11- Lo Stretto di Cook

Il sole splende sulla baia di Wellington colorando le sue case vittoriane di un riverbero dato dal mare, finalmente placido e non increspato di bianche spume. Soprattuto il vento sembra aver dato pace o perlomeno concesso un breve armistizio, quello Zefiro selvaggio che spira catapultato qui dal buio degli oceani o forse direttamente dall’Antartide. Si, lo chiamo Zefiro selvaggio perché la nomenclatura a queste latitudini va un po’ aggiornata col poco materiale a disposizione: la rosa dei venti è stata coniata da noi occidentali ed ha come epicentro l’isola di Malta, tanto è che ad esempio il Grecale o Greco soffia da nord- est perché rispetto a Malta la Grecia si trova in effetti in quella posizione . Analogamente il Libeccio proviene dalla Libia, che è a sud- ovest rispetto a Malta e così via . Ma qui ? Questo fiera infernale che spira a 100 all’ora quando è calma, che ha folate gelide improvvise aguzze come i denti di un predatore e che soffia da sud- est, potrei mai chiamarla Scirocco? Sarebbe come battezzare con un nomignolo tipo Fuffy un Cerbero infernale. Ecco perché lo chiamo lo Zefiro selvaggio, suona più idoneo e poi dà luogo a mulinelli e trombe d’aria, le famose “cor e Zefore, code di Zefiro appunto . Oddio mi piaceva pure Leviathan come nome e pure mi pareva rispondente. Ad ogni modo Leviathan o Zefiro che sia, ci ha concesso una tregua in cui infilarci nello Stretto per balzare nell’ isola Sud , come fece il mitico Capitano Cook circa 4 secoli or sono .
All’imbarco una torna festante di backpackers assale il gigantesco piroscafo, gente con camper , biciclette, sacchi a pelo. Per due o tre settimane all’anno mi piace sentirmi ancora uno di loro, non ci posso fare niente . La parte Sud della Nuova Zelanda, poco abitata, poco fornita di strutture e con una natura selvaggia e predominante, resta ancora una meta abbastanza per viaggiatori all’avventura, anche se certo forniti di una certa disponibilità perché arrivare quaggiù in un posto così lontano dal resto, è tutto tranne che economico.
Salpiamo. Il nitore del mare diventa accecante e quasi rende difficile la vista di Wellington che si eclissa in fondo al fiordo. Con la sua forma curiosa la costa si stringe in un collo di bottiglia verso la sua uscita, dalle parti di un capo chiamato Tongue Point dove la corrente si fa fortissima spingendo la nave a virare verso l’ultima propaggine di costa prima del mare aperto . Tutto qua,, Capitano Cook? Macché: appena lasciato Tongue Point le acque paiono come ribollire e confondersi in almeno due correnti diverse, dando luogo a mille gorghi e spruzzi, lo Zefiro portante con onde di almeno tre metri si mescola a qualche brezza del Mar di Tasman in un fragore sonoro da tregenda mentre le nuvole corrono sopra le nostre teste a velocità impressionante . Scilla e Cariddi, nella loro foggia australe. Non è più tempo per foto e contemplazioni , l’equipaggio ci ordina di stare ai nostri posti . Dopo qualche ora il mare ammacca e la Terra del Sud si scorge nitida e verdissima . Entriamo in un fiordo dalla bellezza poco incline agli aggettivi . Anzi è tutta una regione di fiordi e canali , detta i Malborough sounds, da cui proviene anche un dolcissimo vino. Alla fine del fiordo ci sta il nostro porto di arrivo, Picton. L’Odissea è ambientata nel Mediterraneo ma anche qui non sarebbe stata inappropriata e Ulisse tra questi scenari si sarebbe divertito . Oddio, forse qualcuno venuto dall’Inghilterra in tempi moderni, a rileggerne tutta la storia, ha disegnato a suo modo una sua Odiasea in questi luoghi che infatti portano anche il suo nome . E già . Still watching you, Captain Cook !

Giorno 12- Fuck Trump

La bellezza senza aggettivi idonei della Nuova Zelanda un dazio da pagare lo esige, almeno questo mi è sembrato di capire . Visitarla è un po’ come corteggiare una donna bellissima: è normale che un po’ il sangue te lo fa gettare. Analogamente credo che il susseguirsi di curve sinuose tra verdi colline, struggenti montagne a picco su spiagge mozzafiato, insomma tutte queste ondulazioni del terreno, tutti questi continui saliscendi finiscano per usurare assai presto la resistenza delle macchine . Sulle aspre salite si fondono i motori, sulle ripide discese si bruciano i freni. Lo dico perché mi parebbe altrimenti una casualità troppo forte quella che per ben tre volte in dieci giorni il veicolo su cui viaggio rompa il motore. Stavolta a dirla tutta, abbiamo rischiato pure di fare il botto ma quello serio e credo sia meglio ometterne la descrizione.’Vabbè a sto punto che si fa? I Neozelandesi con ste cose la fanno sempre facile, come con quasi tutti gli aspetti della vita devo dire . In questo campo in particolare affermano con fierezza di essere un popolo di meccanici e costruttori: “ e per forza”- poi affermano- “così lontani da tutto dovevamo per forza imparare a costruircele e ripararcele da noi le cose!” Stavolta però la situazione non si può apparare al momento e così deve venire a prenderci un pulmino migliore di quello su cui viaggiamo. Singolare poi che la compagnia si chiama proprio “A better bus”. Ma il better better bus non arriva e così passiamo un tempo considerevole vicino ad una di queste amabili edicolette neozelandesi che adoro sin dal primo giorno, quelle dove la gente mette in vendita cose varie, lasciando poi una cassetta simile a quella della posta dove lasciare i soldi in una fiducia assoluta verso il prossimo. Di solito con questa formula mettono in vendita il miele, qui ci sono delle belle pere e delle ancor più belle mele tanto al chilo. Ma il pezzo pregiato viene ora, con un’altra edicola che mette in vendita addirittura merda di cavallo : lascia li due dollaroni e te ne porti a casa un bel sacco. Che farsene poi non saprei, forse per concimare i campi,’forse per qualche pratica sadomaso estrema non saprei. O forse vi si può cospargere l’ingresso di un teatro, che sia di buona auspicio all’impresario e la sua compagnia teatrale! Di certo non porta tanta fortuna a me e gli altri occupanti del “Better bus”, atteso che cala il buio e non possiamo più raggoungere la meta finale bensì trovare un alloggio di fortuna in una città intermedia lungo il cammino . Da ste parti gli inglesi hanno ribattezzato parecchie città coi nomi dei loro eroi di epoca napoleonica, anzi dell’epoca di quelli che a Napoleone hanno fatto il culo alla fine. Ci sta Wellington che lo sconfisse via terra a Waterloo e pure un posto intitolato a Nelson che prevalse su di lui Trafalgar. Ma mentre al primo hanno intitolato una bellissima città che è anche la capitale, al povero Horacio hanno dedicato una città che fa dell’anonimato la sua caratteristica principe, con sti stradoni persi nel nulla e giusto qualche palazzo gradevole in centro stile anni venti . A voler trovare un termine di paragone per descrivere questa città chiamata Nelson, direi che esso termine cambia molto a secondo degli stati di umore: a giudicarla positivamente mi ricorda un po’ certe ambientazioni della pittura di Hopper, l’artista capace di raccontare l’America di provincia tra motel e bistró con bellissime tonalità cromatiche . A essere più cattivelli e grossolani, direi che mi pare la città dei Simpson, caricaturale e dispotica . In entrambi i termini di paragone dunque tornano gli Stati Uniti d’America e in effetti qualcosa finiscono per centrarci anche nel capitolo conclusivo della giornata . Trovo infatti proprio un bell’albergo e lì mi trattengo anche a cena. A fianco una tavolata chiassosa di americani, molto simili a quelli che vedo a frotte l’estate a capri, benestanti, allegri e un po’ tamarri. Già immagino che prima o poi arriverà il momento in cui mi chiameranno a bere con loro e, atteso il mio umore non ottimale per via della sosta imprevista in sto posto del cazzo, comincio a pregustare come intervenire polemicamente nella discussione piuttosto stucchevole che li sta animando da un’oretta, impossibile da non seguire visti i tanti decibel con cui parlano e che è quella in cui ognuno dei commensali deve indicare i tre posti più belli dov’è stato . Immagino di dire allora tipo “Groenlandia, prima che voi democraticamente la invadiate” oppure “Gaza Strip, or che il vostro illuminato presidente la renderà una nuova Costa Azzurra e manderà i palestinesi a vivere su Marte.” E invece quello che siede a capotavola , capovolgendo dunque il pregiudizio e quasi a leggermi nel pensiero , nel rivolgermi ad un certo punto il previsto invito a bere con loro, alza un calice e pronuncia due sole parole che cementano subito la nostra amicizia e ci predispongono tutti ad una piacevole serata . Le due parole sono appunto “ Fuck Trump “ . Calici al cielo e 92 minuti di applausi . Ad ogni modo questa Nelson posso a posteriori considerarla un purgatorio per andare in paradiso : quello dove mi trovo ora…

Giorno 10 – Kapiti Island, cose che kapitano

Vi è mai capitato di uscire dall’hotel la mattina ruggendo come leoni e con lo spirito di un esploratore di tempi mitici, pronto ad lanciarsi a rotta di collo tra le onde in tempesta dello Stretto di Cook….e ritrovarsi invece in una piscinetta di provincia per famigliole, con un’acquetta da mezzo metro di profondità resa più tiepida e giallognola dalle incontrollate minzioni dei tanti pargoli assiepati lungo i bordi, e dove attempate otarie provano a rincorrere la forma degli anni migliori andati con il corso di Acquagymn delle 16:00? Non vi è mai capitato . Beh, a me si. E che vuoi fare, d’altra parte è, come dire, il bello della diretta, una certa percentuale di inconvenienti da mettere in conto durante un viaggio on the road, con una pianificazione giorno per giorno ed un certo tasso di imprevedibilità . Ma questo mi è ormai un aspetto irrinunciabile, sennò non è manco un viaggio secondo me e anzi sennò non partirei proprio, quindi accetto con serenità il dazio di una giornata su 15 che va storta. Ed è questa. Diciamo che tutte le cose da dover andar storte si sono concentrate in questa giornata e la lista è lunga, dunque se volete sentirne la narrazione, mettetevi pure comodi.
Dunque torniamo al momento in cui esco la mattina che è ancora buio diretto al porto di Wellington, caricato a pallettoni per balzare su un piroscafo per attraversare il mitico Stretto di Cook. Nella giornata precedente le condizioni meteo sono state proibitive e hanno interrotto le corse, tuttavia sul corrispettivo australe di “Info collegamenti marittimi” apprendo di un previsto miglioramento e resto fiducioso . Dal sito web non è possibile più prenotare, risultando tutto sold out, circostanza piuttosto improbabile attese le dimensioni ciclopiche di sti traghetti. Attribuisco la circostanza alle cancellazioni del giorno prima ed alla necessità di dover “rischedulare” ad oggi le partenze previste per ieri . Giunto al porto, apprendo che è proprio così: devono dare precedenza a quelli di ieri e solo dopo possono aprire la bigliettazione per quelli odierni. A sto punto confido di incontrare di fronte un tipo flessibile che riesca ad inserirmi in tempo utile sul traghetto in partenza, uno smart che risolva la querelle in pochi click mentali. L’esatto contrario: mi si para dinanzi al desk un bel giovanotto sorridente che è la classica tipologia di persone che più temo in generale, quelli che compensano con la meticolosità e il rispetto ortodosso di norme, regolette e regoline a ciò che la Madre Natura gli ha negato, l’Intelletto. Comincia a dirmi che è tutto sold out, gli faccio notare che su quella nave viste le dimensioni ci sarebbe spazio per far salire pure Annibale con tutto il suo esercito e gli elefanti al seguito, non solo noi pochi passeggeri in lista di attesa e che forse vale la pena di aspettare l’imbarco di quelli di ieri, anche se il sistema al computer, che queste variabili non puo considerarle, dice diversamente. Ci mette tutto il suo tempo a capirlo ma poi si convince, e infatti dopo una ventina di minuti annuncia che si, c’è ampiamente posto e la Blue Ridge Ship Company è lieta di accoglierci a bordo. Bene, andiamo. Niente, dal fondo del fiordo si alza una coda di Zefiro che alzerebbe i succitati elefanti da terra . Fermi tutti, non si parte, corsa sospesa nuovamente. Sullo Stretto di Cook come sul Beverello d’inverno, che vuoi fare. Ormai rasserenato alla causa di forza maggiore mi metto a contemplare un piano B. Ma ad un tratto vedo degli spagnoli affettarsi a rotta di collo verso un altro piroscafo in fondo alla baia.
“scusa ma cosa è quel piroscafo là in fondo”
“Si, la compagnia Interislander, ormai in dismissione, effettua talvolta corse sostitutive alle nostre disponendo di un natante più grande”
“ E quando cazzo ce lo vuoi dire???”
“La pubblicizzazione di altre compagnie non rientra nella nostra policy aziendale”
“ ma vafancuuuuuul stu maroonnn i sceeem”
Facciamo un cazzo di scatto, io e altri 3-4 disperati, ma niente: l Interislander ci salpa davanti.
Paese che vai , Aponte che trovi!
Insomma piano B: giungendo qui avevo notato dal bus una bella regione costiera, con in fondo un’isola, poco o nulla considerata dalla guida e poco conosciuta in genere. Avevo preso informazioni e si tratta pare in effetti di un posto ancora tutto da scoprire, a poche miglia da quel tratto di costa e con una natura pressoché intatta dove vivono in natura i rarissimi kiwi (gli uccelli non i frutti). Si chiama Kapiti Island ed è perfetta a mio avviso per una gita di un giorno. Prendo un trenino metropolitano per raggiungere la località di imbarco, dal nome bizzarro assai di Paraparaimu, da cui partono barche private alla volta di Kapiti Island . In poco tempo ci sono ma la stazione si trova nel bel mezzo del nulla a 5-6 km dal punto di imbarco. Noto un taxi in lontananza e mi ci fiondo, al suo interno un uomo che dorme , poco dopo apprenderò il perché . È un simpatico signore delle vicine Isole Figi, una cui nutrita comunità vive qui in Nuiva Zelanda e spesso si dedica probabilmente al lavoro di tassista, atteso che è il terzo tassista che incontro che viene dalle Figi. Lui è un gran chiacchierone ed è patito del calcio italiano, ma di quello d’antan dei tempi gloriosi dei Cannavaro, Del Piero….Totti. Mi dice poi di esser l’unico tassista attivo in tutta questa regione della cd Kapiti Coast, frequentata per lo più da locali. Gli dico allora di lasciarmi un contatto per il ritorno o altre evenienze. Niente , sta per staccare il servizio per tornare a casa da moglie e figli dopo vari giorni e la cosa è sovraccaricata da fattori particolari:
“ si, perché io fatto come Francesco Totti”
“Ma cosa scusa? Il tiro a cucchiaio? Il rigore all’Australia forse? “
“No, come Francesco Totti con Ilary Blasi, io andato con young lady very very pretty very very young” e mi apre un sorriso con i 4-5 denti rimasti”
“Ah e Ilary Blasi che ha detto?”
“Eh mi ha fatto trovare i vestiti fuori la porta, oggi forse forse facciamo pace perché figli piangono che vogliono papà a casa “
“Ah perciò dormivi in macchina, Francesco Totti?”
Vabbè mi congedo dal Capitano giallorosso e fedifrago e apprendo di una nuova fregatura : il motoscafo per Kapiti Island è già salpato , in anticipo rispetto all’orario previsto non so perché . Sto su sta spiaggia non delle migliori , deserta mentre di fronte si staglia Kapiti Island solitaria e verdeggiante. Fa caldo, molto molto più che a Wellington e mi risolvo a fare un bagno . Sento un fischio assordante di un baywatch, che mi chiede con tono sostenuto se so leggere . Sta un cartello che avevo visto che parlava di un’alga australiana, tossica e urticante che aveva preso a proliferare qua .
“E vabbè, ho le scarpe, mica me la mangio sta alga ?”
“Ma ci tieni proprio a fare da colazioni agli squali allora tu?”
Ma allora perché non scrivete che stanno gli squali , quale alga ???? Come non detto .
Il paesino retrostante la spiaggia delle alghe tossiche è una triste meta per pensionati neozelandesi, con isolati esercizi commerciali di protesi dentarie, cinti erniari. E insomma, dove devo andare a morire oggi ? Ultima chance: tengo in tasca una brochure di una riserva naturale, tale Nga Manu Reserve , da qualche parte qua vicino, dove osservare sto benedetto Kiwi e altre specie . Dai, ci vado….Ma come? Francesco Totti sta da Ilary a farsi perdonare la scappatella e altri taxi nada. Autobus ! Ne passa uno con al volante un donnone ciclopico : mi dice di non preoccuparmi, mi porta lei alla Natural reserve. E niente. Come si suol dire, she exchange the dick for the water bank e per qualche amabile incomprensione linguistica, dopo avermi scarrozzato per un’oretta col bus, mi scarica alle piscinette comunali di un paesino chiamato Waikanae, che in lingua Maori vuol dire “colui che guarda”.
Infatti sto a guardare i bambini che fanno i tuffi e le tardone che fanno Acquagymn, mentre vi scrivo sto diario.
Oh però venendo qua , un kiwi l’ho visto !

Giorno 9 – “ Windy Welly”, la capitale più figa dell’altro emisfero

Già solo a livello di coordinate, essere qui mi fa impazzire. Parlo di coordinate geografiche. con riguardo alla longitudine e soprattuto la latitudine estremamente alta della posizione. Di fronte ho lo stretto di Cook, un posto mitico che guardavo sulle mappe geografiche da ragazzino; più a sud si estende la seconda isola della Nuova Zelanda e poi poco altro in una immensa distesa blu fino al candore ghiacciato dell’Antartide. Già basta questa a darmi molta emozione, poi ci ti metti pure tu, Windy Welly, con sta tuoi scenari da favola e sta aria da nobile bohemien scapestrato , io qua casco come una pera cotta . A sto punto facciamo ordine, parliamo di Wellington, capitale del paese (sebbene molti erroneamente ritengono questa sia Auckland), detta Windy Welly per via del perenne vento che si incunea qui in questo fiordo senza soluzione di continuità, in una singolarità meteorologica davvero particolare : qualche giorno dopo scoprirò ad esempio che a pochi km di costa, oltre una linea di montagne, sorge una costiera balneare con temperature di 10 gradi, dico sul serio , superiore . Altra cosa che si dice di Wellington, per via del vento, è che qui nessun gentleman può portare il cappello e nessuna signora può tornare a casa coi capelli in ordine . Meglio cosi, perché si respira un’aria molto bohemien da California anni’ 60. Oddio vi è un’impronta molto British puritana , con bellissime case in stile vittoriano su verdi colline , bus double- decker che si inerpicano su viali ripidissimi che salgono in collina . E se diventano troppo ripidi ci pensa una bellissima funicolare a condurvi a degli spettacolari giardini botanici, quasi dei giardini pensili della città stessa che paiono poi come piovere in città con dei camminamenti verdi fenomenali che corrono nella città come vene di linfa vitale . La stessa Wellington pare un immenso orto botanico con degli insediamenti intorno. Si cammina e si vive in mezzo a begonie fiorite, camelie. Un livello di vivibilità stellare , mi chiedo quanti di secoli di civiltà manchino a noi per avvicinare vagamente tutto ciò ma io credo che non ci arriveremo mai . E poi il porto, con antiche baleniere di tempi andati ancorate lì, Dock trasformati in ristornati e musei eccezionali . E su tutto un mare spendente in una luce diafana che acceca, nel fischio eterno del vento del Sud.
Ma quanto cazzo sei figa, Windy Welly?!