Giorno 12- Fuck Trump

La bellezza senza aggettivi idonei della Nuova Zelanda un dazio da pagare lo esige, almeno questo mi è sembrato di capire . Visitarla è un po’ come corteggiare una donna bellissima: è normale che un po’ il sangue te lo fa gettare. Analogamente credo che il susseguirsi di curve sinuose tra verdi colline, struggenti montagne a picco su spiagge mozzafiato, insomma tutte queste ondulazioni del terreno, tutti questi continui saliscendi finiscano per usurare assai presto la resistenza delle macchine . Sulle aspre salite si fondono i motori, sulle ripide discese si bruciano i freni. Lo dico perché mi parebbe altrimenti una casualità troppo forte quella che per ben tre volte in dieci giorni il veicolo su cui viaggio rompa il motore. Stavolta a dirla tutta, abbiamo rischiato pure di fare il botto ma quello serio e credo sia meglio ometterne la descrizione.’Vabbè a sto punto che si fa? I Neozelandesi con ste cose la fanno sempre facile, come con quasi tutti gli aspetti della vita devo dire . In questo campo in particolare affermano con fierezza di essere un popolo di meccanici e costruttori: “ e per forza”- poi affermano- “così lontani da tutto dovevamo per forza imparare a costruircele e ripararcele da noi le cose!” Stavolta però la situazione non si può apparare al momento e così deve venire a prenderci un pulmino migliore di quello su cui viaggiamo. Singolare poi che la compagnia si chiama proprio “A better bus”. Ma il better better bus non arriva e così passiamo un tempo considerevole vicino ad una di queste amabili edicolette neozelandesi che adoro sin dal primo giorno, quelle dove la gente mette in vendita cose varie, lasciando poi una cassetta simile a quella della posta dove lasciare i soldi in una fiducia assoluta verso il prossimo. Di solito con questa formula mettono in vendita il miele, qui ci sono delle belle pere e delle ancor più belle mele tanto al chilo. Ma il pezzo pregiato viene ora, con un’altra edicola che mette in vendita addirittura merda di cavallo : lascia li due dollaroni e te ne porti a casa un bel sacco. Che farsene poi non saprei, forse per concimare i campi,’forse per qualche pratica sadomaso estrema non saprei. O forse vi si può cospargere l’ingresso di un teatro, che sia di buona auspicio all’impresario e la sua compagnia teatrale! Di certo non porta tanta fortuna a me e gli altri occupanti del “Better bus”, atteso che cala il buio e non possiamo più raggoungere la meta finale bensì trovare un alloggio di fortuna in una città intermedia lungo il cammino . Da ste parti gli inglesi hanno ribattezzato parecchie città coi nomi dei loro eroi di epoca napoleonica, anzi dell’epoca di quelli che a Napoleone hanno fatto il culo alla fine. Ci sta Wellington che lo sconfisse via terra a Waterloo e pure un posto intitolato a Nelson che prevalse su di lui Trafalgar. Ma mentre al primo hanno intitolato una bellissima città che è anche la capitale, al povero Horacio hanno dedicato una città che fa dell’anonimato la sua caratteristica principe, con sti stradoni persi nel nulla e giusto qualche palazzo gradevole in centro stile anni venti . A voler trovare un termine di paragone per descrivere questa città chiamata Nelson, direi che esso termine cambia molto a secondo degli stati di umore: a giudicarla positivamente mi ricorda un po’ certe ambientazioni della pittura di Hopper, l’artista capace di raccontare l’America di provincia tra motel e bistró con bellissime tonalità cromatiche . A essere più cattivelli e grossolani, direi che mi pare la città dei Simpson, caricaturale e dispotica . In entrambi i termini di paragone dunque tornano gli Stati Uniti d’America e in effetti qualcosa finiscono per centrarci anche nel capitolo conclusivo della giornata . Trovo infatti proprio un bell’albergo e lì mi trattengo anche a cena. A fianco una tavolata chiassosa di americani, molto simili a quelli che vedo a frotte l’estate a capri, benestanti, allegri e un po’ tamarri. Già immagino che prima o poi arriverà il momento in cui mi chiameranno a bere con loro e, atteso il mio umore non ottimale per via della sosta imprevista in sto posto del cazzo, comincio a pregustare come intervenire polemicamente nella discussione piuttosto stucchevole che li sta animando da un’oretta, impossibile da non seguire visti i tanti decibel con cui parlano e che è quella in cui ognuno dei commensali deve indicare i tre posti più belli dov’è stato . Immagino di dire allora tipo “Groenlandia, prima che voi democraticamente la invadiate” oppure “Gaza Strip, or che il vostro illuminato presidente la renderà una nuova Costa Azzurra e manderà i palestinesi a vivere su Marte.” E invece quello che siede a capotavola , capovolgendo dunque il pregiudizio e quasi a leggermi nel pensiero , nel rivolgermi ad un certo punto il previsto invito a bere con loro, alza un calice e pronuncia due sole parole che cementano subito la nostra amicizia e ci predispongono tutti ad una piacevole serata . Le due parole sono appunto “ Fuck Trump “ . Calici al cielo e 92 minuti di applausi . Ad ogni modo questa Nelson posso a posteriori considerarla un purgatorio per andare in paradiso : quello dove mi trovo ora…

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