Giorni 7 e 8- Call of the jungle

C’è quella storia che si sente spesso ripetere del calabrone che, per struttura alare e altre caratteristiche morfologiche, sarebbe inadatto (o dovrei dire impossibilitato?) al volo, ma lui se ne frega e vola lo stesso. Ecco, seppure in altre dimensioni, potrei estendere una considerazione analoga pure a me stesso, che un granché atletico non sono e giovane almeno in senso stretto nemmeno lo sarei più, ma in viaggio mi armo di una convinzione, direi più una abnegazione, cieca e ortodossa, che mi fw menare in cose wild un tantino oltre il mio limite . Ad ogni modo fin quando mi riescono, posso assaporare la lieta sensazione del librarmi in volo come un bel calabrone leggiadro e felice sopra i manti erbosi incantati della Nuova Zelanda . Nel farlo e nell’assaporare sta sensazione da supereroe per un giorno avrei trovatoanche una mia criptonite, un “aiutino” in grado di donarmi poteri sovrannaturali. E qui scappa il momento spot pubblicitario: no, non sto reclamizzando nessuna droga o roba del genere bensì uno dei frutti più pregiati che questa terra magnifica sa offrire, una sostanza figlia del laborioso impegno di coloro che Einstein definì l’anello essenziale per la vita di noi umani sulla terra, scomparse le quali a noi come razza umana non resterebbero che 4-5 anni di vita . Sto parlando delle api e di un loro miele che fanno qui e solo qui, il cd Miele Manuka. Ve lo giuro, mi pare si tratti davvero di una panacea sensazionale, capace di donare una energia naturale enorme. Agli orari antelucani a cui mi sveglio per via del mai passato jet lag, un paio di cucchiate di sto Manuka e schizzo fuori in strada carico come un orso grizzly uscito dal letargo a primavera, sperando non si frapponga al mio cammino nessuno degli oltre dieci milioni di ovini che abitano questo paese (gli umani sono meno della metà). Quasi quasi me ne resto qua e mi apro un export di sto Miele Manuka: sai a quanti debosciati di voi farebbe bene questo portento della natura! Ad ogni modo, il calabrone – orso grizzly abbuffato di miele magico in questi giorni è chiamato ad affrontare una prova impegnativa: il Tongariro Alpine Crossing , un trekking in quota che si dipana dalla cittadina di Taupō, un lago vulcanico in quota sulle cui sponde sorge anche un paesino grazioso. Stavolta sono fortunato e trovo alloggio in un bell’alberghetto proprio affacciato sul lago, gestito da una famiglia di tedeschi trapiantati qui . In effetti il clima ormai di montagna fa un po Baviera ma a me ricorda più quei laghi in quota delle Ande, come in Ecuador o Perù . Il lago presenta la classica forma del cono vulcanico sopito o almeno spero, gradevole alla vista e risulta estremamente pescoso sopratutto di trote,, importate qui dagli europei nel XIX secolo. Io sono assai ghiotto di trote, anche perché è un cibo che reperisco quasi solo in viaggio, in luoghi ogni volta diversi , quindi quando vedo una trota sono felice perché mi fa immediatamente pensare a ciò che più mi piace al mondo . In particolare trovo saporite quelle provenienti da acque vulcaniche, che conferiscono alla carne un sapore come un po’ affumicato. Una curiosità circa le trote in Nuova Zelanda: nessun ristorante o esercizio commerciale può venderle , tuttavia per antico decreto, non è vietata la pesca e chiunque abbia pescato una trota può esigere da qualsiasi ristorante di farsela cucinare! Mi immaginavo una normativa del genere e la conseguente scena a Capri, tipo a presentarsi con un totano o una pezzogna in mano in qualche ristorante di grido e fare “salve in regione del Dlgs 123345kxyz, Lei è tenuto a cucinarmi il seguente animale all’acqua pazza, poco sale grazie .” Valuto l’idea di provare una pescata alla trota sul bel lago, sulle cui falesie vi sono anche incisioni Maoti, ma a sto punto sento imperiosa e decisa “the call of the jungle , il richiamo della giungla: sono venuto qui per immergermi in un favoloso trekking e quello devo fare . Le condizioni meteo in quota non sono buone e la navetta che dovrebbe portami fino all’inizio del percorso annulla la corsa. Ah, e adesso ? Si racconta che Annibale , giunto in prossimità delle Alpi e notato lo scoramento dei soldati che si chiedevano come mai valicare quelle montagne innevate e altissime, avesse risposto : “ O troveremo una strada o ne costruiremo una” . Con questo grido di battaglia mi metto in marcia da solo e, superato un immenso stradone, mi immetto sul corso del fiume Waikato, che da qualche parte deve prima o poi arrivare. In particolare dopo una quindicina di km sulla mappa sono riportate delle cascate , le Huka Falls pare molto belle e sacre alla cultura Maori . A metà strada inoltre è indicata una sorgente termale , con un bivacco dove poter mangiare e anche dormire in alloggi spartani. Mi metto la strada davanti e dopo diverse ore in una giungla bellissima lungo il fiume . L’ambiente è assai meno inospitale di altri analoghi ad altre latitudini: qui in Nuova Zelanda non sono presenti serpenti ed altri predatori, fossi nel vicino Bush Australiano ad esempio non sarei durato una mattinata. Inoltre è piuttosto bassa la presenza di insetti e altri animali fastidiosi , sta solo qualche ragno piuttosto cresciutello antipatico ma bisogna andarlo proprio a sfottere. Il paesaggio che si dipana alla mia vista pare contemplare tutte le specie vegetali che Madre Natura abbia creato e, di fianco , corre un fiume da un colore cangiante tra il verde e l’acquamarina, in cui ogni tanto mi tuffo per rinfrescarmi . E arrivano alla fine le cascate , tonanti e fragorose. Bellissime .Ma paradossalmente, quando vi arrivo dopo tante ore mi soffermo poco a guardarle . Forse perché sono già saturo della tanta bellezza vissuta o forse perché sto già pensando alla prossima meta, o forse ancora perché, come dice lo scrittore Paolo Rumiz, nume tutelare dei miei viaggi, “quando scalò una vetta amo più il percorso che la cima “

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