Giorno 5 – Seduti sopra un vulcano

Quando chiedo al mio nuovo amico Chan il Coreano, oste dello sgangherato Manhattan Motel, un parere circa i Maori, gli indigeni nativi della Nuova Zelanda la cui presenza in questa cittadina è cospicua e vistosa, arriva una risposta draconiana. A detta di Chan si tratta di piantagrane, sfaticati e piagnucoloni, bravissimi a monetizzare con le loro finte lacrime le attenzioni del governo, sempre pronto ad aprire i cordoni della borsa in retaggio di un non necessario “senso di colpa” radicato nei loro confronti. È esattamente la risposta che mi aspettavo da uno come lui, coincidente per filo e per segno a quella che ti offrirebbe un americano della working class elettore di Trump se gli chiedessi degli indiani di Americani o ad un brasiliano bianco bolsonarista circa gli indios della Amazzonia. Quando si raggiunge una certa età, credo si acquisisca anche una certa esperienza ad immaginare con un certo anticipo le risposte alle tue domande e cosa in generale la persona che hai di fronte stia per dire. Se rivolgessi invece la stessa domanda alla giovane ricercatrice americana con il fisico da hostess e l’espressione tipica da figlia dell’estabilishment democratico della West coast,, che guarda emozionata ed entusiasta questi nerboruti omaccioni agitarsi dietro un falò, mi sentirei dire che questa gente va compresa ed aiutata oltre ragionevole dubbio, perchè questa terra appartiene a loro e noi ne siamo che gli usurpatori. Mi rivolgessi invece al suo annoiato e meno idealista maritino, ascolterei qualcosa tipo “ Si ok, belli bellissimi i Maori, belli pure i Boscimani, del Kalahari l’anno scorso, ma una volta tanto non possiamo andare pure noi a Playa del Carmen o in Florida a prendere semplicemente il sole e bere birra in spiaggia, in modo da poter vedere pure tanto bello le partite della mia squadra di football alla tv invece di buttare tutti sti soldi fin quaggiù ?” A dirla tutta, al posto suo sarei pervaso anche da qualche perplessità più terra- terra quando sua moglie prende la parola per dire commossa che “la nostra società deve risarcire questa comunità di ciò di cui si è appropriata” ma lasciamo perdere. Ad ogni modo, la risposta più interessante anzi l’unica interessante sarebbe quella che qualcuno degli stessi Maori dinanzi a noi potrebbe fornire ma questa risposta no, non riesco a immaginarla. Difficile capire dove arrivi effettivamente la loro sbandierata integrazione e inizi il loro disagio. Di certo, nel centro culturale di Rotorua, dove si svolge questo incontro con i nativi Maori, si apprendono cose interessanti circa la loro origine, che è collocata in altre isole del Pacifico, poi addirittura scomparse e inghiottite dall’oceano. I presagi e i primi avvertimenti di questo disastro imminente, dovuto probabilmente a fenomeni tellurici e vulcanici , avrebbero dunque spinto i superstiti a imbarcarsi su piroghe e cercare fortuna da qualche parte nello sconfinato Pacifico, fino a giungere qui, molti secoli prima del capitano Cook e degli Inglesi. Qualcosa di non troppo diverso in effetti sta succedendo adesso, per via del riscaldamento globale e del conseguente innalzamento dei mari, che sta rendendo inabitabili molti atolli del Pacifico, generando nel medio periodo nuove migrazioni. Interessante assai comunque questo centro culturale Maori, tranne che per la visita al villaggio tradizionale Maori, a cui mi sottraggo perché mi sa di bufala nella migliore delle ipotesi e sopratutto perché non mi piacciono “le riserve” come idea. Confinare le persone entro un perimetro e fargli credere che all’interno di quel risicato spazio possono continuare a vivere come i loro antenati di mille anni fa mentre il mondo fuori continua come continua, è una bugia dolorosa, un po’ come la pozza e la pianta tropicale messe nella gabbia dello zoo alla tigre per fagli credere che viva ancora nella giungla . Insomma luci e ombre. E stessa considerazione anche per Rotorua in generale, da cui mi aspettavo forse qualcosina in più . Ha grandi attrazioni naturali e ottimi centri culturali ma il paese resto troppo anonimo e sonnolento intorno a sto lago puntellato di Spa, dove sta gente in ciabatte passa interi pomeriggi a cospargersi di fango termali come ippopotami mentre mangia hamburger e patatine, che mi fa tanto Ischia. In effetti Rotorua la sua unicità la consuma tutta sottoterra più che fuori, con una serie concatenata di vulcani, fumarole e geyser che ogni tanto bucano il terreno per sputare fumo, acqua bollente e anche lava . Tutto questo pandemonio è originato da un gigantesco vulcano su cui Rotorua è appoggiata, in maniera del tutto analoga ai Campi Flegrei, se non fosse che qui lo strato di terra che fa da tappo al vulcano è più sottile e quindi suppongo più fragile. Insomma sti poveri Maori scappati a qualche terribile calamità da qualche angolo del Pacifico, hanno sfidato l’oceano e sono andati a sedersi su un altra pentola bollente, la solita “ciorta del pover omm” ma non ditelo a Chan il Coreano…

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