Giorno 12
Qui in Africa australe non potrebbe mai funzionare il trucco che usavo da ventenne per provare a sedurre sgallettate americane in vacanza a Capri , trucco che consisteva nel mostrare alle malcapitate la l’ora celeste del cielo notturno, della quale per la verità avevo una conoscenza sommaria, ma improvvisavo alla grande sospinto dal monsone del testosterone. Non funzionerebbe quaggiù perché il cielo e le sue costellazioni in questo emisfero sono diverse, eppur bellissime: le osservo in questa notte australe che comincia molto presto, quando solitamente a Capri manco e’ iniziata l’ora dell’aperitivo, dalle 18:30 circa per capirci. E’ tutto il ritmo di vita qui in queste remote regione della terra che ha un ritmo completamente diverso dalle estati del l’occidente, con andate a dormire ad orari nei quali manco si è ancora fatto la doccia per uscire la sera in Italia e sveglia a orari antelucani. Ma è bellissimo così, questa terra e’ contemplazione, meditazione e tanto altro.
L’Africa, terra inesplorata e selvaggia, mi sta rapendo il cuore come immaginavo, ma ci capisco ancora poco: e’ come una bellissima donna che ti capita tra le mani, troppo bella, e tu sai che perciò può sempre scapparti via, e ti delizia e ti smarrisce ad ogni istante. Di giorno la contempli, la notte ti terrorizza: quando cala la notte africana le cose cambiano radicalmente e ciò che sentivi tuo di un tratto ti annichilisce e spaventa. Qui nel delta dell’Okawango la volta celeste si riflette nella laguna in un incanto senza tempo, un tappeto di stelle senza uguali ma tutto intorno è’ dura: la rude guida di questa spedizione si congeda da noi con un bell’augurio, lo stare attenti ai serpenti potenzialmente mortali che lui ha avvistato in duplice copia giusto vicino le nostre tende. Si tratterebbe di un esemplare della specie cd “Puff adder”, un nome da rapper o da dj Figo di qualche discoteca di Ibiza che invece racchiude pochi cm di cazzimma e di veleno capaci di mandarti al creatore con un morso. Per capirci, qui siamo davvero nella Hall of Fame dei serpenti velenosi, questo Puff adder sta nella top ten ma ha davanti altri fenomeni quali Black Mamba, Spitting Cobra (quello che ti sputa negli occhi il veleno per accertarti e poi ti ciacca), vipera di Russell e un’altra formazione di campioni, tutti qui per una all star parade. A questo punto percorrete al buio una cinquantina di metri di rovi, ficcatevi in una tenda e con la luce fioca di un cellulare cercate tra vestiti, sacco a pelo, scarpe un anfratto dove non si sia intrufolato il rettile : e’ dura davvero. Vabbe’, e’ quel gusto per il brivido che certi lesionati mentali come me amando provare quando sono in vacanza. E cmq, gli avvistamenti di animali notturni vicino alla tenda saranno di giorno in giorno una caratteristica imprenscindibile di questo safari.
Ad ogni modo la notte passa senza che nessun oviparo mi intinga di veleno il culo e la mattina mi sveglio con davanti un target imprenscindibile: il delta dell’Okawango! Mi sento gasato come un ufficiale nazista che entra a stalingrado e mi dimentico la macchina fotografica. Una piccolo battello a motore si inoltra in una selva di papiri entro cui sono disegnati dei canali, poi la vegetazione si fa troppo fitta e inestricabile, dobbiamo scendere dal battello e salire su un Mokoro, una canoa ricavata da un albero endemico chiamato sausage tree, una sorta di baobab che fa frutti simili a salsiccia dal sapore acido e che solo i babbuini riescono a trangugiare. All’inizio della selva oscura ci attende, come un Cerbero infernale, un gigantesco coccodrillo che ci scruta severo prima di farsi da parte; due facoceri altrettanto simili a fere dantesche combattono per il territorio dimenandosi, poi lo sconfitto scappa come quando si diparte il gioco della zara e il vincitore mi guarda con occhi di sfida, poi si allontana anch’egli. I Mokoro non sono alimentati a motore, sono sospinti da indigeni ma non con remi bensì con dei palilli biforcuti come i legni di un igromante, che gli autoctoni Kavango piantano nel fondo sabbioso per spingersi. Dentro, e’ un dedalo di canali strettissimi senza soluzione di continuità, ove solo loro sanno orientarsi, fino ad arrivare ad un’isola fluviale, detta Amarula e centro della loro società tribale. Come i boscimani incontrati qualche giorno prima, anche loro dipanano un bagaglio di conoscenze infinito: sanno distinguere il sesso di un animale dalle impronte e persino capire da ciò se la femmina sia gravida; ricavano armi e medicine naturali da alberi e radici. Ma rispetto ai boscimani mi sono sembrati una cultura ormai epigonale, che percepisce la sua sconfitta dinanzi ad altri modelli, sono stati ricacciati in questa giungla infernale dal l’avanzata dell’Uomo Bianco, in uno scenario da vecchio western. Il tipo che ci accoglie e ci dispensa informazioni si chiama di nome di battesimo, dico davvero, Information; quello che guida il mio mokoro si chiama Gift ed e’ preposto a raccogliere le mance: sembrano tutti, più che nomi, marchi a fuoco impressi da un regime schiavista.
Mi ha sempre affascinato il concetto di frontiera, intesa come limite geografico tra un popolo e un altro: la montagna , il fiume, il mare segnavano un tempo la frontiera tra due popoli, tra il Noi e il Loro. L’Uomo occidentale ha ormai disperso questo concetto trasferendolo in un luogo senza tempo e senza storia come gli aereoporti, lontano dalle frontiere autentiche. Un non-luogo, per dirla con Marc Auge’. Per scappare da questo, da mi hanno sempre affascinato i Balcani con quelle frontiere polverose e insanguinate, nodi attorcigliati di una storia difficile a comprendersi. Qui nell’Africa più remota ho visto invece un’altra frontiera, quella tra due mondi, due mondi che ormai non si uniranno mai, perché uno mangerà l’altro. Una frontiera che ho avuto la fortuna di vedere prima che scomparirà per sempre
