Tropico del Capricorno: l’Altrove dei Boscimani

Giorno 10
Welcome to Botswana, tequila sexo marijuana .
No, aspe’ quella era Tijuana, in Messico, qua è tutta un’altra storia, Africa profonda, e l’unica cosa che abbonda in questo Botswana e’ un’altra: il deserto, il cd Kalahari, in lingua indigena “terra della sete”. Ne percorriamo un bel tratto di 550 km partendo dalla capitale della Namibia, Windhoek, ed entrando poi in Botswana in un posto nel bel mezzo del nulla. Le frontiere qui non sono che una linea immaginaria nella mente dei geografi occidentali ed è solo un agente di dogana a farci render conto di aver passato il confine. La Namibia e’ un paese grande una volta e mezzo la Germania ma ha due milioni di abitanti, quanto Napoli e provincia, il Botswana ha un’estensione simile ma ancora meno abitanti, un milione circa: in seicento km di strada incontriamo una sessantina scarsa di automobili, nessuno o quasi riesce ad abitar queste terre ostili all’uomo, ci riescono solo i boscimani e noi da loro siamo diretti. Per la verità il Kalahari non è, se non per la parte centrale, un deserto in senso classico fatto di dune di sabbia, o meglio la sabbia c’è ma è ricoperta da una vegetazione fatta di arbusti spinosi e rovi, l’inospitale Bush ma quella testa di cazzo di presidente usa non c’entra. Lasciamo la civiltà moderna in uno dei suoi esempi deteriori, un postaccio fatto di baracche che poi sarebbe la terza città del Botswana ed è chiamato Ghanzi, parola che in lingua indigena significa “mosche”, chissà come mai. Segue per una settantina di km una pista di sabbia, nella quale però qualcosa va storto: si rompe l’asse del rimorchio che abbiamo dietro la jeep e dobbiamo lasciarlo li con una delle due guide indigene a sorvegliarlo. Resterà lì tutta la notte.L’altro ci accompagna fino al villaggio dei boscimani, da raggiungere necessariamente prima de tramonto, poi torna indietro con l’idea di recuperare il rimorchio e il collega, ma anche lui non farà ritorno. Siamo soli tra i boscimani, senza zaini, tende, sacchi a pelo e provviste, tutte cose rimaste nel rimorchio impantanato. In poco più di mezz’ora l’intero nostro bagaglio di tecnologia e conoscenza occidentale fatto di macchine fotografiche, carte di credito, transazioni e ammennicoli vari si azzera di fronte alla millenaria sapienza boscimane. Basta che il sole tramonti e la temperatura precipiti come uno Stuka a gradi vicini allo zero per metterci completamente in ginocchio dinanzi a loro a supplicarli di accoglierci e accendere il fuoco con la pietra focaia. Io in bermuda ed espadrillas sono il primo a crollare, ne seguirà una notte molto difficile in una tenda di fortuna con solo una bellissima stuoia di vimini datami dai nativi ma in cambio della quale avrei preferito un piumone di merda della Standa.
Ma queste sono le cose brutte, poi ci stanno quelle belle, cioè loro, the People of the Sun. Il nome di Bush- men, da cui l’italianizzazione “boscimani” ha infatti una valenza dispregiativa e razzista per loro. Sono bellissimi, hanno tratti somatici che sembrano avere levigata in viso tutta la storia dell’umanità, e in effetti l’etnia San (questa volta scritto con la a) e’ una delle più antiche di cui sii ha traccia . Come gli indiani d’America hanno nomi mutuati dagli animali circostanti, così che il vecchio capovillaggio si chiama Tartaruga, il suo apprendista Struzzo che fugge , la moglie Antilope e così via. Li ascoltiamo estasiati dinanzi al fuoco, dipendiamo da loro come bambini dalla madre, come scaldare l’acqua, ove posizionare le tende in un posto pieno di serpenti velenosi. La saggezza di Capo Tartarugs si appalesa ad ogni sillaba, Struzzo che fugge, l’unico a parlare inglese, ci ripete che tutto quello che loro hanno proviene solo dal Bush circostante: il Bush e’ la loro casa, la loro sorgente, la loro riserva di caccia, il loro ospedale, la loro culla e la loro tomba.
Gli storici e i sociologi collocano intorno a seimila anni fa il passaggio di quasi tutte le culture dallo schema cacciatore -raccoglitore a quello allevatore- coltivatore: anche il testo sacro della Bibbia, databile a quella epoca, riprende secondo alcuni nella metafora di Caino e Abele la lotta tra l’uomo cacciatore e quello allevatore – coltivatore , con la vittoria del secondo impersonato da Abele. I Boscimani sono invece rimasti cacciatori- raccoglitori: non rinchiudono gli animali ne coltivano la terra ma cacciano e usano bacche e radici per curarsi. Ma solo una lettura miope e monocorde della storia può vedere in ciò una mancata evoluzione. Struzzo che fugge riesce a capire dallo sterco di un animale dove esso è localizzato, se ha già bevuto o è diretto alla pozza per abbeverarsi. Il Capo Tartaruga si congeda da me che gli facevo mille domande con una frase che ricorderò finché campo: “nel mio mondo io so che solo il leone e il serpente possono farmi del male ma io non li temo, perché li conosco. Nel vostro mondo invece ci sono invece migliaia di cose che
possono farmi del male, ma sono cose che purtroppo io non conosco. Ma il problema , amico mio, e’ che neanche voi stessi le conoscete.”

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