Giorno 5
La Namibia.
Con questo nome in qualche modo assonnate con utopia, la Namibia e’ la prova inconfutabile dell’esistenza della vita nello spazio: questo è un pezzo di qualche galassia aliena piovuto sulla terra (e un enome cratere di un meteorite in effeti ci sta) con paesaggi che rimandano alla fantascienza, a quell’immaginifico visionario ed ectopico visto tante volte al cinema. Le stranezze e singolarità di questo pezzo desolato di mondo sono pressoché infinite, a me è bastato scoprirne un paio per sentirmi catapultato in un film di Cristopher Nolan o Gregoretti.
Sono arrivato qui a bordo di un volo di questa Maluti Sky, compagnia della quale dubito che la Emirates o la Swiss ari possano temere la concorrenza ma che un pregio lo tiene: vola bassa quasi radente come un caccia della seconda guerra mondiale, almeno quel trabiccolo che ho preso io. Ne approfitto per gustarmi tutta la vista atlantica andando da Città del Capo verso nord: lentamente il verde di quelle terre lasciano il campo ad un marrone, poi cominciano a distinguersi chiazze di sabbia, in pochi minuti ci troviamo a sorvolare un enorme distesa di sabbia rossa senza soluzione di continuità, ad eccezione di alcune rocce basaltiche nere come il catrame che aumentano la percezione aliena. E’il deserto del Namib, il secondo piu’arido al mondo dopo le Dry Lands del’ Antartide (si proprio così). Anche all’origine di questo deserto c’entra l’Antartide: da li risale la gelida corrente del Benguela, che lambendo queste coste rende impossibile ogni brezza marina; in pratica si innesta un fenomeno termico del tutto opposto a quello che normalmente si sviluppa vicino al mare, qui il mare “succhia” a se tutta la umidità della terra prosciugandola e sfarinandola in questa terra rossa. La costa, avvolta in un nebbia perenne, prende il nome sinistro di Costa degli Scheletri, anche per via delle tante carcasse di nave naufragate in questo luogo dimenticato da dio e dagli uomini. Appena all’interno, anzi praticamente fino a mare, si estende immenso il Namib, un deserto dove non piove mai ne è rinvenibile quasi alcuna forma di vita. Nondimeno allora quando l’esercito tedesco scappo’ da queste terre ostili (se hanno mollato persino i tedeschi….), da un’accampamento militare fuggirono o furono lasciati liberi a morire li qualche centinaio di cavalli…..contro ogni logica le povere bestie sono riuscite a sopravvivere e riprodursi, dando luogo anche ad una sorta di mutazione e divenendo assai più piccoli, e cento anni dopo i Feral Horses del Namib sono tra le poche specie viventi ad abitare qui. A me basta un’ora e mezzo di sorvolo a bassa quota sopra sto mondo deserto per essere sul punto di entrare nella cabina del pilota a chiedergli se per caso non ha sbagliato rotta o voglia cmq tornare indietro (siamo in tre più l’equipaggio a bordo…) e quando lui annuncia che stiamo atterrando non riesco davvero a capire come sia possibile e dove mai poggiarsi. In effetti questo “aeroporto” detto Walvis Bay e’poco altro che una striscia di sabbia battuta vicino una delle dune più alte del mondo, detta Duna 7 (nei pressi della quale è scattata la foto), stanno poi un paio di capannoni ove la grande attrattiva e’ uno strano macchinario a raggi infrarossi che farebbe uno screening per vedere se hai contratto l’Ebola. Risulto verde al controllo ed eccomi fuori nel bel mezzo del nulla. Nel parcheggio ci sono 5 automobili di numero, una delle quali condotta da un donnone di nome Deli mi scaraventa nel deserto per una trentina di km, fino alla capitale della Costa degli Scheletri, tale cittadina detta Swakompund, dal fiume effimero Swakom che ha dato segni di esistenza l’ultima volta nel 2010. Le sorprese sono appena iniziate: la città e solo essa è avvolta da una fitta nebbia grigia, entro la quale si muovono individui di pura razza ariana germanica. Tutto è’ tedesco qui, le case in architettura bavarese manco fosse Salisburgo e le strade intitolate a Bismarck e Leopoldo di Baviera, gli abitanti biondissimi in gilet verde orlato di merletti che parlano il tedesco dei tempi di Goethe e sembrano vagamente informati di alcune “degenerazioni” della società moderna quali l’abolizione della schiavitù e il suffragio universale. Sono sicuro che si sarà nascosto qui a Swakompund anche più di un criminale nazista, magari con propositi di filiazione della razza ariana. Appena fuori dalla città ariana e dalla sua perenne nebbia, un deserto assolato per migliaia di km di dune rosse. La notte cala veloce a Swakompund e una ottima cena a base di pesce in un ex rimorchiatore gestito da un ex pugile africano detto Hitman non basta a togliermi di dosso la sensazione che i tedeschi rincasati presto, dietro le loro tendine orlate di merletti, abbiano pezzi di africani dentro i frigoriferi.
No, non ho mai visto niente di più strano della nebbia a Swakompund
